Mental horror movie

January 25th, 2012 § 0 comments § permalink

Le illusioni percettive possono fare paura. La più paurosa che conosco è stata scoperta per caso da uno studente dell’università dl Queensland, in Australia, e pubblicata di recente su Perception. Potete trovarne vari video nel web se cercate “face distortion effect, Murphy”. All’inizio del video si vedono due facce perfettamente normali (sono foto tratte da un database di volti), una a destra e una a sinistra dello schermo. Vi viene richiesto di fissare sempre la croce al centro dello schermo. A questo punto comincia una sequenza di cambi faccia, circa quattro al secondo. Tenetevi forte, sconsigliato a bambini e persone impressionabili: comincerete a vedere volti mostruosi e minacciosi, deformati in modo grottesco. Ma attenzione: i volti mostruosi esistono solo nella vostra mente. Se infatti riguardate il video osservando soltanto le facce a sinistra, vedrete che sono del tutto normali, non sono affatto caricature di se stesse. Che cosa succede? Gli autori dell’articolo avanzano svariate ipotesi riguardo al modo in cui il sistema visivo messo sotto pressione riesce a calcolare le caratteristiche di un volto percepito.

Quale che sia l’ipotesi vincente, si possono già fare due osservazioni, che reiterano alcuni dei punti acquisiti e spesso dimenticati delle scienze cognitive. La prima è che quello che vedete è il risultato di un calcolo complesso. Questo calcolo viene svolto in modo utile solo se il computer cerebrale è messo in buone condizioni. Nutrirlo con troppi stimoli, una condizione per la quale non è stato selezionato dall’evoluzione, lo manda in tilt. Produce comunque un risultato, ma questo non corrisponde alla realtà. La seconda osservazione è che il software mentale è totalmente proprietario. L’unico modo di hackerarlo è per l’appunto quello di usare stimoli bizzarri. Non potete migliorarlo o condizionarlo con un altro processo mentale. Difatti anche se sapete che le facce che vi vengono presentate non sono affatto paurose, rivedendo il filmato per la terza volta e fissando la croce come all’inizio non potrete sfuggire all’effetto della distorsione mentale. Quell che sapete, la vostra conoscenza, non è in grado di influenzare la percezione visiva. Siete gli unici registi del film dell’orrore che vedete, ma per non vederlo una volta iniziato potete solo cambiare canale.

Tangen, J. M., Murphy, S. C., & Thompson, M. B. (2011). Flashed face distortion effect: Grotesque faces from relative spaces. Perception, 40, 628-630 doi:10.1068/p6968Jason M Tangen, Sean C Murphy, Matthew B Thompson

Proteggere l’attenzione

January 24th, 2012 § 0 comments § permalink

Caroline Datchary, La dispersion au travail, 2010. Toulouse: Octares Editions. 20€
Stefana Broadbent, L’intimité au travail. Limoges: Fyp Editions, 2010. 19,50€
www.usagewatch.org

Stefana Broadbent è un’antropologa digitale all’University College di Londra: si occupa del modo in cui le persone usano le tecnologie nella vita quotidiana. La sua ricerca mostra che c’è una dispersione delle modalità di uso nelle tecnologie. Per esempio, su cento contatti di un social network, quattro o cinque sono “caldi”, e rappresentano l’80 per cento degli scambi; inoltre questi scambi sono multicanale, si diffondono su sms, telefonata, e-mail, chat, videochiamata. I legami intimi sono per così dire “robusti”. La loro robustezza ha una importante conseguenza: il luogo di lavoro e la scuola tendono a essere invasi da questi scambi, cui è difficile resistere proprio per via della loro multimodalità. (Per l’aneddoto, una conoscente che insegna in un buon liceo classico di Roma confessa le difficoltà del corpo docente di fronte al cellulare tenuto acceso in classe, che viene imposto dai genitori per non perdere il contatto con i pargoli, evidentemente ). La tesi di Broadbent è che la causa del cordone protettivo rispetto al cordone ombelicale è tendenzialemente persa.
In effetti c’è una questione fondamentale che non mi pare mai discussa a sufficienza: la novità tecnologica, che è un elemento fattuale, sembra contenere una dose di irresistibile normatività: “tutti hanno il cellulare, quindi si deve usare il cellulare a scuola; la società innova, quindi la scuola deve insegnare a innovare”. Il filosofo sa che è estremamente difficile passare dall’essere al dover essere, e non può che guardare con sospetto a questa pretesa normatività automatica. Guardiamo a questa situazione come a un problema di design. La scuola può essere considerata come uno spazio protetto – protetto perché inerte, lentissimo, resistente all’innovazione – rispetto alla normatività automatica. È assai interessante che gli studenti vadano a scuola per fare cose diverse da quelle che si fanno di solito nella società: passare ore a risolvere un problema astratto di matematica, o scrivere un tema sull’autunno, o disegnare, o anche soltanto stare fisicamente seduti in una classe e parlare con persone (abbastanza) diverse da loro. Poi uno può discutere di che cosa si insegna a scuola, se Manzoni sia meglio di Primo Levi o la trigonometria meglio della statistica, ma per intanto val la pena di osservare che la scuola dispone di spazio e tempo in modo competitivo …ma competitivo rispetto a cosa? Ci arrivo.

Si odono continui riferimenti a un pretesa “mutazione antropologica” legata all’uso massiccio delle nuove tecnologie. Si parla di “nativi digitali”, che sarebbero in grado di navigare in modo assolutamente fluido in una costante forma di multitasking, di dispersione. Stefana Broadbent osserva che non ci sono dati che confermino questa “mutazione”. Le persone, è vero, sono sempre più costrette a lavorare in questo modo. Ma non è detto che lo facciano bene, e che la mente possa veramente essere educata alla dispersione.

Caroline Datchary, una sociologa dell’università di Tolosa, ha studiato in dettaglio il multitasking in svariati ambienti di lavoro: dal trader che è in constante allarme attenzionale in un ambiente sovraccarico di reti informazionali, al responsabile di una squadra di intervento nella rete fognaria, in un ambiente in cui “non c’è campo” e si è sconnessi dal mondo. Il primo accetta la dispersione per non lasciarsi sfuggire nulla, il secondo fa di tutto per evitarla per ridurre l’errore potenzialmente fatale in un contesto ostile.
Il multitasking dipende quindi dai contesti; non è facile da gestire, perché la mente è sostanzialmente refrattaria a questo modo di lavorare. Nel caso digitale il multitasking è un prodotto collaterale di scelte di design fatte in modo non molto ragionato tempo fa, e che non sono affatto scontate. Broadbent fa notare che quando costruite una pagina web – per esempio un blog, o descrivete la vostra identità su un social network) l’opzione per default è di lavorare con dei frame, delle partizioni dello spazio, che creano una dispersione di oggetti; a questo punto il cammino è segnato; i contenuti (la posta in arrivo, l’articolo impredibile, il compito del giorno) devono competere tra loro per l’attenzione.
Se fatti non fummo a vivere dispersi, dobbiamo cercare soluzioni, che per il momento non sembrano essere generali. Si può per esempio ricompensare il multitasking, come propone Datchary: non è un modo naturale di lavorare, richiede un’energia particolare. Si può rinegoziare la normatività quotidianamente, caso per caso. Andate a una riunione o tenete un corso in cui i vostri interlocutori hanno un computer acceso davanti o la testa china sul blackberry ed è evidente che stanno facendo altro? Provate questo: “è chiaro che tutti vogliamo consultare la chat o la posta, per cui vi propongo di fare una pausa ogni 45 minuti, ma per adesso ho bisogno della vostra attenzione, grazie”. Si può approfittare del design istituzionale già in atto: andrebbero difesi gli spazi protetti di cui già dispone la scuola, e si dovrebbe resistere all’introduzione senza vincoli di strumenti che favoriscono il multitasking quando non lo addirittura il suo cugino zapping. L’insegnante ha bisogno dell’attenzione degli studenti per capire se sta facendo bene. In una parola, il design ha cercato per decenni soluzioni per attirare l’attenzione. È giunto il momento di cercare soluzioni che la proteggano.

Chi innova?

December 31st, 2011 § 0 comments § permalink

Thomson-Reuters ha pubblicato una classifica dei cento principali innovatori su scala mondiale, siano essi industrie o enti di ricerca. L’innovazione viene misurata su quattro parametri legati ai brevetti: il rapporto tra domande e brevetti ottenuti, la loro copertura internazionale, l’impatto, e il numero di brevetti che inaugurano una tendenza. L’innovazione fa progredire la società: non soltanto, come sostiene il rapporto, perché i cento innovatori della classifica hanno creato 400000 posti di lavoro nel 2010, ma anche perché con l’innovazione cambiano profondamente le pratiche, i modi di produrre e di consumare, i modi di pensare.

Nel rapporto ci sono molti fatti interessanti (l’assenza dell’Italia, la concentrazione dell’innovazione nella nord del mondo, la dominazione di Stati Uniti e Giappone). Vorrei metterne in rilievo un paio che possono sembrare moderatamente sorprendenti e che in quanto tali contengono una morale. Il primo fatto è che dal punto di vista dell’innovazione la Francia è il leader mondiale anzi unico agente presente per quel che riguarda la ricerca pubblica (è anche il leader europeo in assoluto). Tutti e soli gli enti di ricerca pubblica nella classifica di Thomson-Reuters sono localizzati in Francia: il CNRS (l’omologo del CNR italiano), il CEA (energia atomica), e IFP (consacrata alle nuove fonti di energia). Il secondo fatto è l’assenza della Cina dallo scenario dell’innovazione. La Cina brevetta molto, anzi brevetta più di tutti, ma secondo gli indicatori di Thomson-Reuters non innova.

Ne traggo due conseguenze.

  1. Le paure sull’influenza della Cina dovrebbero venir ridimensionate, e ridimensionato l’uso retorico che se ne fa continuamente (essenzialmente per invocare un abbassamento del costo del lavoro a fini competitivi). Il modello cinese funziona per certi aspetti, ma per molti altri non porta progresso significativo. La Cina non sembra avere un progetto culturale che la metta in grado di competere sull’innovazione. Abbiamo quindi diritto di dirci che possiamo continuare con il modello europeo, e semmai cercare di migliorarlo. Su questo punto,
  2. l’esempio francese mostra che non ci si deve dimenticare troppo presto del ruolo trainante che può avere lo Stato nell’innovazione; lo Stato, con i suoi dipendenti non precari, con una visione lungimirante che richiede investimenti a lungo termine e persone in grado di mantenere una continuità nella ricerca.

La regina delle immagini

December 22nd, 2011 § 0 comments § permalink

La fotografia è la regina delle immagini. Come tale è stata percepita sin dal momento della sua invenzione. Permetteva una registrazione del visibile che non passasse dal tortuoso e incerto percorso fino ad allora quasi obbligato – l’occhio che traduce una forma di energia in un’altra, il sistema visivo che elabora, il dialogo con il sistema motorio, il piano d’azione e il gesto che crea su un supporto. La foto si avvicinava al calco, suprema metafora della riproduzione fedele, e vi sommava il vantaggio non indifferente di permettere l’azione a distanza. È come se la vista, senza colpo ferire, avesse ottenuto all’improvviso la dignità del tatto, da sempre considerato il senso veritiero per eccellenza. Gli altri meccanismi causali di riproduzione del visibile sono stati rapidamente accantonati: il teatro d’ombre, la silhouette; fedeli sì, ma solo al profilo esterno delle cose, e muti sul loro interno. Le ombre non hanno occhi; le foto sì.

Il primato è stato contestato sul piano teorico ed eroso su quello pratico. Si ripete instancabilmente che la fotografia è opera di un fotografo, il quale, quand’anche fosse onesto e benintenzionato, è pur sempre un sistema cognitivo abitato da decisioni, prevenzioni, errori sistematici, parzialità. Per soprammercato il meccanismo causale non è fluido, immediato, trasparente. La celeberrima immagine di Daguerre rappresenta un Boulevard du Temple sinistramente vuoto: l’unica figura umana è un lustrascarpe con il suo cliente. Ma la popolazione di questa foto è un inquietante artefatto: il lunghissimo tempo di esposizione non ha permesso di registrare i molti passanti frettolosi, e ha selezionato solo chi è rimasto fermo per un tempo sufficiente. C’è anche il sospetto che delle comparse abbiano posato per la foto, a sancire il doppio inganno dell’immagine: chi non si è messo in posa è scomparso, e solo chi è visibile ha posato.

A rincarare la dose, si osserverà che tanto è più subdolo uno strumento come la fotografia in quanto queste insospettabili mistificazioni e depistaggi vengono contrabbandate sotto le apparenze di un’incontestabile veridicità. La soglia di vigilanza epistemica deve allora essere molto più alta di quella che usiamo con le caricature o gli schizzi, dai quali ci aspettiamo che siano “sporchi”, parziali e tendenziosi. Problema particolarmente acuto, oggi, per via di immagini che a loro volta si contrabbandano per fotografie, come le topografie statistiche che vanno sotto il nome di “neuroimmagini”. Il loro realismo è scientificamente inutile quando non fuorviante, e serve solo allo scopo retorico di presentarle come autoevidenti.

Sappiamo allora che le fotografie sono parziali (le finte folle oceaniche evocate da un gruppo di scalmanati ripreso in forte scorcio); che sono costruite (il miliziano di Capa); che possono essere usate in modo fuorviante. Al tempo stesso non possiamo rinunciare ad esse, e sentiamo che la questione della verità si pone per le fotografie in un modo in cui non può porsi per disegni e caricature. Più che un inafferrabile criterio di veridicità conviene allora parlare di vantaggi cognitivi della fotografia rispetto ai suoi concorrenti antichi e moderni.

Per capire questo punto va osservato che la fotografia ha resistito all’impatto del cinema; aggiungere movimento all’immagine ha aperto ovviamente prospettive inaudite per la rappresentazione, ma non ha intaccato il primato dell’immagine statica. Primato che è saldamente ancorato nella possibilità di esplorare a piacimento la foto – e difatti la visione fluida del film cede il passo al fermo immagine qualora si debba misurare, valutare, confrontare. La visione umana è popolata di negligenze e zone d’ombra tanto vaste quanto insospettate; la fotografia rimedia alla disattenzione cronica dell’apparato visivo, permettendo l’osservazione meticolosa di una scena i cui dettagli erano praticamente tutti destinati all’oblio. È questo aspetto, unito alla registrazione poco mediata del flusso di luce da una scena, che rende le fotografie utili, addirittura insostituibili. Ci mostrano la sezione di un universo in incessante trasformazione, ci permettono di tornare all’infinito, ossessivamente, sulla scena del delitto, per farci scoprire ogni volta un dettaglio diverso e forse cruciale.

Se pur l’immagine fotografica ha tenuto duro di fronte alla suadente invadenza della sua cugina in movimento, è facile prevedere che le carte geografiche non resisteranno all’impatto del loro cugino dinamico, la geolocalizzazione. Lo studio meticoloso di una cartina ha una pragmatica tutta diversa da quella dello studio di una fotografia. Il secondo ha tipicamente fini descrittivi – si vuole imparare come si presentava il mondo in un determinato istante. Il primo ha fini prescrittivi – si deve pianificare un’azione nello spazio, un viaggio, un itinerario. Una rappresentazione geografica in cui la posizione dell’osservatore viene continuamente aggiornata rende perfettamente obsoleta la cartina che per l’appunto è di carta, scritta una volta per tutte, complicata da orientare e muta sulla nostra posizione attuale. Il grande classico della cognizione situata, Cognition in the Wild di Edwin Hutchins, che racconta la distribuzione dei ruoli cognitivi nell’equipaggio di una portaelicotteri mentre cerca di fare il punto nave, non avrebbe alcun mordente oggi che le antiche pratiche della navigazione sono accompagnate se non di fatto sostituite dai GPS. Sapere dove si è e dove si va significa leggere i dati sulla nostra posizione attuale in un modello matematico complesso che rappresenta la superficie terrestre.

Ma non c’è modello o visualizzazione che possa sostituire la fotografia là dove essa è insostituibile; la realtà muta continuamente, i particolari continuano a sfuggire alla nostra rabberciatissima attenzione, e dobbiamo affidarci agli archivi dell’immagine per non perdere la traccia di un mondo incontenibile che, ci pare, merita sempre qualcosa di più che uno sguardo distratto.

Wikipedia: un numero gratuito per le chiamate di emergenza scientifica

November 28th, 2011 § 4 comments § permalink

Di recente ho messo un po’ d’ordine nella trama dei Promessi Sposi. Ho eliminato un paio di passaggi poco chiari, e ho cancellato un’inutile ridondanza. C’erano degli errori marchiani: l’incontro di Don Abbondio e dei Bravi non ha senso che avvenga dopo la morte dell’Innominato. Megalomania? No, stavo semplicemente facendo un po’ di pulizia in una voce di Wikipedia.

Da molti anni faccio dei piccoli ritocchi all’enciclopedia online; sono da qualche tempo anche un utente registrato, senza essere un editor accanito: ogni tanto do il mio contributo, su cose che conosco, o più in generale per por rimedio a problemi stilistici. C’è chi è molto più attivo e vigile di me. Nel caso dalla trama dei Promessi Sposi le mie correzioni sono state revocate nel giro di pochi minuti:

Ciao! La modifica che hai effettuato è sembrata essere un test, per questo motivo è stata rimossa e la pagina ripristinata.

Dopo un momento di scoraggiamento, ho pensato che si trattasse di un messaggio automatico, e ho risposto cercando un interlocutore umano, dato che la correzione era giustificata: avevo tolto un testo che compariva due volte. Mi si risponde così:

Ho ripristinato il testo originale privo della duplicazione. È importante inserire l’oggetto della modifica, cioè un breve commento che descriva l’intervento apportato alla voce (ad esempio correggo errore, oppure aggiungo fonte) per aiutare gli altri utenti a comprendere la modifica effettuata. Le rimozioni di testo non motivate vengono in genere annullate, riportando la voce alla revisione precedente. Grazie e buon lavoro.

Che cosa succede qui? Un algoritmo trova le modifiche non accompagnate da un commento, e le interpreta come atti di vandalismo, piccolo o grande; in assenza di prove per il contrario, riporta la pagina alla versione precedente. Se però comincia una discussione, qualcuno valuta la bontà della correzione e interviene manualmente. Il mio editor risulta essere un amministratore, una carica elettiva nella comunità degli utilizzatori di Wikipedia. I suo lavoro è volontario e viene retribuito soltanto con un’onorificenza virtuale: è un “cavaliere del lavoro oscuro”. Grazie a persone come lui (o lei, gli amministratori si celano dietro pseudonimi) un organismo informatico complesso come Wikipedia resiste al vandalismo, allo spam, e a forme più insidiose di intervento editoriale, come per esempio, l’autopromozione, il maquillage biografico, e la riscrittura della storia e perfino della scienza. Non è una battaglia facile, ma non è una battaglia facile in generale quella di chi lavora a preservare il tesoro della conoscenza.

Wikipedia viene spesso criticata, ma come sempre bisogna paragonare il paragonabile. L’apertura resa possibile dal wiki tiene in equilibrio il rischio dell’intrusione e la possibilità della correzione. Le controversie ideologiche possono venir in qualche misura circoscritte; un orizzonte fattuale viene presupposto da autori e lettori. Qualche opinione discordante sull’anno dell’affondamento del Titanic la si può sempre trovare, e qualcuno magari ha dei dubbi sull’enunciato della congettura di Goldbach, ma alla fine un’enciclopedia si basa sul presupposto che i fatti finiranno col farsi sentire. (Per inciso, è per questo che è invece difficile far funzionare dei wiki per costruire programmi politici; l’orizzonte non è più prevalentemente fattuale ma normativo, e gli arbitrati finiscono con il farli i capibastone. Il crowdsourcing sui programmi rischia di essere la versione digitale del populismo.)

Quello che fa più impressione è la dimensione ridotta delle infrastrutture logistiche e umane dalla Wikipedia Foundation. La campagna annuale per il finanziamento – basato esclusivamente su doni – vive di paragoni con l’imparagonabile: “Google si avvicina ad avere un milione di server. Yahoo ha qualcosa come 13.000 dipendenti. Noi abbiamo 679 server e 95 dipendenti. Wikipedia è il quinto sito più visitato al mondo e viene usato da più di 450 milioni di persone, con miliardi di pagine visualizzate.” Si potrebbe obiettare che c’è molto lavoro volontario nascosto che non viene inserito in queste statistiche, il lavoro di chi scrive le voci e di editor come quello che mi ha corretto. Ma attenzione: Facebook, Yahoo e Google, che sono imprese commerciali, stanno anch’esse sedute su una montagna di lavoro volontario: ogni volta che aggiornate il vostro profilo, o che fate un link da una pagina a un’altra, o inviate una mail con le loro applicazioni, state lavorando sodo a nutrire gli algoritmi commerciali di queste imprese. E non controllate il risultato come fate con Wikipedia.

Wikipedia è da sempre una fucina di progetti interessanti: per esempio Wikipedia Zero, una serie di negoziati con operatori mobili per permettere l’accesso gratuito in paesi in cui la connessione è molto costosa; consultare Wikipedia è visto come comporre un numero di emergenza, che per l’appunto non si paga. Ma chi paga, o dovrebbe pagare? Ciascuno di noi ha ragioni per sostenere questa o quella non-profit. Per Wikipedia la mia ragione è il fatto che la uso spesso ed è senza pubblicità, e mi sembra normale fare un dono. Preferisco donare, non essere sepolto da banners, e difendere l’indipendenza del progetto. Ma mi sembra ancora più importante invitare a contribuire alla costruzione dei contenuti. Una ricerca mostra che non sono ancora abbastanza gli utenti che sanno di poter modificare le voci senza chiedere permesso a nessuno. Intellettuali, ricercatori, insegnanti, studenti, dovrebbero aiutare la costruzione di questo spazio pubblico. Ci si preoccupa del fatto che i propri studenti possano copiare e incollare contenuti da Wikipedia quando fanno le loro ricerche; si può rovesciare questa preoccupazione come un guanto, prendendo a modello il Global Education Program che porta Wikipedia nelle università di Brasile, India, Canada e USA per trasformare in voci dell’enciclopedia i compiti a casa, in sistemi universitari in cui si scrive molto per essere valutati. Possiamo anche noi richiedere che le nostre e quelle ricerche dei nostri studenti siano degne di venir pubblicate su Wikipedia; e pubblicarle o farle pubblicare. È una buona scuola scoprire come i propri testi possono venir editati e discussi nello spazio pubblico.

Scegliere al tempo di facebook

November 17th, 2011 § 0 comments § permalink

Maura Franchi e Augusto Scianchi, Scegliere al tempo di Facebook. Carocci Editore, 2011. 27€.

Dopo un periodo di euforia generalizzata (un fenomeno tipico dell’irrompere di una nuova tecnologia di massa) diverse grida d’allarme (altro fenomeno tipico) si sono levate riguardo agli effetti sociali, politici, e addirittura mentali dell’uso generalizzato dei social network, Facebook in testa. Il libro di Maura Franchi e Augusto Scianchi ha il merito di riassumere un certo numero di interventi recentissimi, alcuni dei quali non ancora disponibili al lettore italiano, tra cui Web 2.0. Un nuovo racconto e i suoi dispositivi (numero speciale di “aut aut”), Is the Internet Changing the Way You Think? di John Brockman, Internet ci rende stupidi? di Nicholas Carr, The Net Delusion: The Dark Side of Internet Freedom, di Evgeny Morozov, tra gli altri.

Le prime cento pagine non parlano praticamente dei social network e introducono un apparato teorico abbastanza macchinoso e controverso sulle nozioni di identità personale e sul ruolo del linguaggio nella costruizione di stati mentali e rappresentazioni del mondo (con un passaggio obbligato e poco pertinente sui neuroni specchio, la nuova panacea teorica di chi si occupa di fatti sociali). Il punto principale della seconda parte riguarda i rapporti tra social network, scelte e identità personale. L’uso massiccio dei social network indicherebbe un tendenziale dissolversi o espandersi dell’identità in una struttura relazionale. Da un lato la rete delle nostre amicizie (quanti amici? quali?) parla di noi; dall’altro ci manifestiamo grazie alle nostre scelte (quando clicchiamo su Mi piace). Agli occhi degli altri, siamo un nodo in una rete di amici, sincronizzato con un nodo in una rete di scelte. Da questo discende che siamo dei bricoleur della nostra identità: possiamo continuamente aggiornarla, plasmarla; e al tempo stesso discende che quello che siamo dipende da come gli utenti collegati a noi (amici) stanno aggiornando la loro identità. “Viviamo nella con-fusione, nell’assenza di confini tra noi e gli altri, ma sempre in cerca di spettatori.” (p. 258) Ma questo bricolage, più che essere una possibilità, diventa un dovere. Giorno dopo giorno facciamo i compiti su Facebook, rispondiamo alla domanda imperiosa “A cosa stai pensando?” Con la scusa di informare i nostri contatti siamo diventati i Tamagotchi di noi stessi. Nulla di meno invitante di un profilo “freddo”, non aggiornato.

Ho le mie riserve sull’impianto del libro e la tesi difesa. Non è detto che serva una premessa forte come quella fatta propria da Franchi e Scianchi, stando alla quale saremmo “parlati dal linguaggio”, ovvero stando alla quale la costruzione dell’identità sarebbe un fenomeno eminentemente linguistico. Potremmo benissimo immaginare un’interfaccia soltanto grafica, in cui aggiungiamo solo disegni, foto e video al nostro profilo. Non faccio fatica ad immaginare un Facebook 3.0, completamente “embedded”, geolocalizzato, aggiornato in tempo reale con lo streaming di una telecamerina e un microfono montati sui miei occhiali, che mostrerebbe al mondo il mondo come lo vedo io, ora, per ogni istante della mia vita. Il linguaggio non svolgerebbe qui alcun ruolo; potrei esercitare le mie scelte comunque, per esempio indicando oggetti o immagini. (Naturalmente si può cercare di quadrare il cerchio dicendo che anche le immagini sono un linguaggio, ma qui le opzioni teoriche diventano veramente pesanti.)

In secondo luogo mi preoccupano le possibili ambiguità del concetto di identità. Franchi e Scianchi sostengono che “entrando in Facebook, voglio diventare me stesso, anzitutto raccontandomi, al di fuori di una vita quotidiana che potrebbe essere banale o insoddisfacente ai miei occhi” (p. 260). Può darsi che questa sia un’aspirazione di alcuni (quanti?) utenti, ma sembra difficile sostenere che chi agisce in questo modo poi non sappia fare la differenza tra vita reale e vita online. Anche Beethoven, che pur dichiarava “Ich lebe nur in meinen Noten”, vivo solo nelle mie note, poi doveva licenziare le sue governanti e occuparsi di problemi banausici. Mi sembra che possiamo accontentarci di una tesi debole, stando alla quale pur facendo vasto uso di narrazioni per molteplici scopi siamo tutti coscienti della differenza tra chi siamo e chi diciamo di essere. Va insomma dimostrato che l’identità online venga confusa dagli utilizzatori con la propria identità personale, e se tale confusione non ha luogo, non è chiaro quali siano i problemi dell’ipertrofia narrativa.

Dico questo perché credo che serva una buona teoria – e delle buone ricerche empiriche – per descrivere gli effetti comportamentali di Facebook. Su questo aspetto Franchi e Scianchi sostengono, a mio parere correttamente, che siamo di fronte a un impatto assai diverso rispetto a quello che ha fatto seguito al’introduzione di altre tecnologie di massa. Per usare un’immagine semplice, non dobbiamo soccombere alla fallacia incrementale (se abbiamo mangiato n caramelle, non ci farà male mangiarne n+1). Aggiungerei che è ormai manifesto che i comportamenti degli utilizzatori di Facebook hanno rilevanza sociale e politica. Ha rilevanza sociale il fatto che centinaia di milioni di persone lavorino gratuitamente per un’industria californiana che sta di fatto diventando il più grande laboratorio di scienze sociali del pianeta. Ha rilevanza sociale l’abbassamento generalizzato della guardia sulla privacy, ottenuto in cambio della possibilità di comunicare in modo efficiente e divertente con una rete di contatti. Ha rilevanza sociale la scarsa consapevolezza riguardo a che cosa Facebook sa dei suoi utilizzatori (per esempio, se avete un account Facebook aperto e andate su una pagina di un quotidiano su cui appare la fatidica F, Facebook sa che state guardando quella pagina, anche se voi non cliccate sulla F; bisognerebbe usare un browser per Facebook e un altro per tutto il resto.) Ha rilevanza sociale la creazione di un web parallelo privato che ha diritto di vita e di morte sui contenuti – che di fatto possiede, pur non essendone responsabile. Questo per dire la discussione sull’identità mi sembra un trompe-l’oeil rispetto a una situazione sulla quale la riflessione civile dovrebbe cominciare a esprimersi con meno timidezza.

Gli effetti collaterali della troppa valutazione

October 19th, 2011 § 0 comments § permalink

Valutare è umano ed in molti casi necessario – abbiamo bisogno di informazioni per poter agire (investire, decidere a quale scuola mandare i nostri figli, quali prodotti comperare, a quali studenti assegnare una borsa di studio, quali parlamentari eleggere, eccetera.) Ma la valutazione delle attività umane non è un elemento neutro, è un intervento che cambia lo stato delle cose, e delle cautele particolari devono venir adottate quando si valuta. Il dibattito degli ultimi mesi intorno alle agenzie di rating ruota in parte intorno ai criteri utilizzati per la valutazione e agli eventuali conflitti di interesse, ma soprattutto sulle sue conseguenze a breve e a lungo termine. Declassare o promuovere un determinato prodotto finanziario contribuisce in modo sostanziale alla sua vita ulteriore. (E sul piano puramente ideologico, mi pare che anche un ultraliberale dovrebbe trovare quantomeno discutibile che il voto di un’agenzia di rating si sostituisca al mercato.)

Il fenomeno dell’influenza della valutazione sulla cosa misurata è però più ampio. Ecco una breve lista di sistemi di valutazione che hanno conseguenze importanti di cui il dibattito pubblico dovrebbe impadronirsi con meno timidezza.

  1. L’introduzione del No-Child-Left-Behind Act (2001) da parte della seconda amministrazione Bush ha introdotto una batteria di test di valutazione nelle scuole statunitensi che misurano prevalentemente i risultati scolastici nel leggere, scrivere e far di conto. L’intenzione di per sé non biasimabile era quella di premiare le scuole e gli insegnanti che conseguivano i migliori risultati. Sono stati però messi in evidenza diversi effetti collaterali: gli Stati abbassano gli standard per dare un’impressione di risultati migliori; le scuole privilegiano il teaching-to-test, l’insegnamento finalizzato a passare l’esame, e cancellano dal curriculum materie non coperte dai test, come storia e geografia, impoverendo culturalmente gli studenti e la società; i docenti insegnano a risolvere problemi troppo simili a quelli degli esami e gli studenti non sono in grado di generalizzare.

  2. La classifica di Shangai delle migliori istituzioni di ricerca e insegnamento nel mondo era nata nel 2003 con l’intenzione di comprendere il divario percepito tra le università cinesi e quelle del resto del mondo, ed è stata usata in primo luogo per razionalizzare l’attribuzione di risorse agli studenti cinesi che intendessero studiare all’estero. Ma ha scatenato una corsa alla conquista dei posti alti della classifica (le prime cento, o le prime duecento istituzioni?), con effetti collaterali degni di nota. Per esempio alcuni Paesi accorpano tra loro le università ritenute troppo piccole per raggiungere una massa critica di valori che rispondano ai criteri di Shanghai; gli amministratori e i direttori delle risorse umane si preoccupano della posizione in classifica e condizionano tendenzialmente la ricerca dei loro amministrati.

  3. I ricercatori sono misurati (e valutati) sulla base di vari indici scientometrici: fattore d’impatto, fattore H, numero di citazioni, numero di pubblicazioni, varie classifiche delle riviste accademiche (con voti che ricordano quelli delle agenzie di rating). Sono stati documentati molti effetti collaterali della proliferazione degli indici: insorgere di comportamenti strategici come la frammentazione dei risultati per ottenere più pubblicazioni, conflitti di interesse nel peer reviewing in cui si cerca di imporre citazioni dai propri articoli, orientamento della ricerca verso temi che possono interessare le riviste ad alto fattore di impatto, non pubblicazione dei risultati negativi con conseguente ridondanza delle ricerche.

La letteratura comincia a proporre dei correttivi più o meno radicali per evitare gli effetti collaterali che sono giudicati come controproducenti: dall’abolizione delle richieste statutarie di investire in prodotti finanziari a tripla A, all’esclusione di riviste come Nature e Science dai calcoli scientometrici; dalla proposta di affiancare sempre agli indici scientometrici le analisi qualitative che nascono dalla lettura degli articoli (come indicato dall’Académie des Sciences francese in un recente rapporto), alla sostituzione di valutazioni a tutto campo di un soggetto accademico o di ricerca con controlli casuali approfonditi. In tutti questi casi c’è ancora molto lavoro per una nuova epistemologia della misura.

Que faites-vous pour les jeunes… FILLES, Monsieur le Maire ?

September 29th, 2011 § 2 comments § permalink

 

R. Casati, B. Biagini
Paris, ce 28.09.2011
Cher Monsieur Coumet, cher Monsieur le Maire,

Nous avons pris connaissance du projet d’élargissement du Square Le Gall. La proposition de créer un terrain dédié au foot nous préoccupe pour des raisons tout à fait différentes de celles que sont typiquement évoquées (bétonnage, bruit).

La notre est plutôt et en premier lieu une préoccupation égalitaire. Le foot est pratiqué presque exclusivement par des garçons. Dédier un terrain spécifiquement au foot signifie tout simplement enlever un espace de jeu aux filles.

S’ajoute à cela que plusieurs recherches récentes documentent la ségrégation sportive et des activités en plein air des filles, qui conduit à leur effacement de l’espace urbain. Nous joignons, à titre d’exemple, l’article de C. Zeitoun paru dans le Journal du CNRS en 2011 (annexe 1).

Pour ces raisons nous invitons nos concitoyens habitant le quartier Croulebarbe à s’exprimer avec la plus grande réserve sur le plan d’agrandissement. En particulier en signifiant leur opposition ferme à la création du terrain de foot.

Veuillez accepter, Monsieur le Maire, Monsieur Coumet, l’expression de nos salutations les plus distinguées

Roberto Casati
Beatrice Biagini
33 rue Croulebarbe, 75013 Paris

(PS: Votre questionnaire n’est pas équilibré, ce qui est regrettable du point de vue de la forme: comme le terrain de foot est le point controversé, il faudrait un questionnaire spécifiquement dédié à la question. Nous sommes favorables au reste du projet.)

Annexes: 1 Article de M. Zeitoun:

Les filles, grandes oubliées des loisirs publics
par Charline Zeitoun L’offre de loisirs publics proposée aux jeunes s’adresse en priorité aux garçons. Voilà l’étonnant résultat d’une enquête menée par des chercheurs du CNRS.


Deux fois plus de garçons que de filles profitent des gymnases, skate-parcs et autres équipements publics culturels ou de loisirs pour les jeunes dans l’agglomération de Bordeaux. Avec l’avancée en âge, la mixité se réduit progressivement, jusqu’à un décrochage massif des filles, qui désertent les lieux à partir de la classe de 6e. Ce sont les résultats d’une enquête1, à paraître en juin, menée sur trois communes et dirigée par le sociologue et géographe Yves Raibaud, du laboratoire Aménagement, développement, environnement, santé et sociétés2, à Pessac (Gironde).

« Par simple observation, je trouvais  frappante la prédominance masculine dans ce type d’équipements, mais les communes ne disposaient pas de chiffres sur le genre », explique ce dernier. Grâce à un financement  des collectivités territoriales3, le chercheur et son équipe ont donc minutieusement compté les structures subventionnées par les mairies. Puis leurs usagers par sexe et par âge. L’intuition s’est alors transformée en résultats tangibles.

Le sport masculin valorisé

Est-ce à dire que l’offre de loisirs subventionnée s’adresse davantage aux garçons qu’aux filles ? « Bien sûr, on peut arguer que le foot ou le skate ne sont pas réservés aux garçons, mais il faut tout de même reconnaître que les pratiques sont consacrées par l’usage. De fait, cela revient donc à accorder plus de moyens aux loisirs des garçons », souligne Yves Raibaud. D’ailleurs, selon lui, quand bien même une équipe de foot féminine voudrait par exemple jouer, il semble que, jugée moins importante, on lui accorderait plus difficilement des créneaux…

Alors pourquoi ce désintérêt de la collectivité pour les activités dites féminines (gym, danse…) ? Des entretiens menés avec les élus et les responsables municipaux révèlent un fort souci de canaliser la violence des jeunes dans des activités positives, comme les pratiques sportives. « Ils ne précisent jamais le sexe des jeunes incriminés, mais personne ne s’y trompe », commente le chercheur. Or la démarche aboutit probablement au résultat inverse ! Primo, elle conduit à l’appropriation de l’espace public par les garçons, perpétuant un vieux classique de l’histoire de l’humanité, où la femme est reléguée à l’univers domestique de la maison.

Secundo, cette hypersocialisation des garçons par le sport et les cultures urbaines valorise le modèle d’une masculinité hégémonique. « Et avec elle, les conduites viriles et leurs avatars, le sexisme et l’homophobie, lesquels sont en général moins prégnants dans des groupes mixtes », précise Yves Raibaud.

Les vertus de la mixité

« Depuis janvier dernier, nous avons lancé la même étude à Toulouse et à Ramonville, avec un financement des mairies, poursuit le sociologue. Le but est de faire de notre méthodologie une offre de diagnostic territorial. » À travers les résultats de cette enquête se pose en effet une question importante : quelle est la place des femmes dans l’espace urbain ? « Justement, ajoute Yves Raibaud, une autre de nos études en cours, réalisée pour la Communauté urbaine de Bordeaux, a confirmé ce dont chacun a peut-être pu faire l’expérience : quand femmes et hommes sont en nombre égal dans l’espace public, en particulier la nuit, le sentiment de sécurité est plus fort pour tout le monde. » Encore une bonne raison de sortir de l’androcentrisme de nos sociétés, si ce n’était en vertu de l’égalité des sexes…

1. « L’usage de la ville par le genre », rapport de l’Agence d’urbanisme d’Aquitaine
2. ADES CNRS/Université Michel-de-Montaigne-Bordeaux-III
3. Le conseil régional d’Aquitaine, le conseil général de Gironde et la Communauté urbaine de Bordeaux.

Contact :
Aménagement, développement, environnement, santé et sociétés, Pessac
Yves Raibaud
y.raibaud@ades.cnrs.fr

> Article de Charline Zeitoun, paru dans CNRS le journal n° 257, juin 2011.

Annexe 2: Message de M. Coumet: http://mob.mairie13.paris.fr/mairie13/jsp/site/Portal.jsp?page_id=659#_document-16346

Le mot du Maire :
“Que faites-vous pour les jeunes, Monsieur le Maire ?”
C’est une question qui m’est régulièrement posée, à juste raison
d’ailleurs, car force est de constater que les villes ne sont pas
toujours très accueillantes pour les jeunes !
Il y a déjà quelques années, le Conseil de quartier avait eu l’idée
d’agrandir le square et d’y accueillir, entre autres, un espace dédié
aux jeux de ballon, séparé par des filets, afin de ne pas gêner les
autres usagers et notamment nos Seniors, dans le reste du square.
Voilà quel était leur souhait ! Aujourd’hui, un beau projet existe qui
concilie espaces verts et aire de jeux et que vous découvrirez dans
ce document.
Nous sommes accusés maintenant de vouloir bétonner ce site ! C’est
pourquoi, je fais appel à vous. Avec mon adjointe, Danièle Seignot,
nous avons décidé de vous laisser le choix. Ce projet, élaboré
avec le Conseil de la jeunesse et le Conseil de quartier, nous sem-
ble être séduisant et adapté aux besoins de tous.
Mais nous souhaitons votre avis, en tant que riverains et usagers.
Alors, exprimez-vous et votezavec le coupon joint ou par
mail à questionnaire13@paris.fr, en rappelant vos coordonnées
(le questionnaire a été envoyé aux électeurs du quartier). Nous
suivrons la décision majoritaire.
Jérôme Coumet
Maire du 13e

Più educazione musicale, per favore

September 9th, 2011 § 0 comments § permalink

I motivi per mantenere e potenziare l'insegnamento della pratica musicale nelle scuole dell'obbligo sono molti, e vanno dalla richiesta di mantenere viva un'identità culturale (difesa accoratamente nel testo di Quirino Principe) alla consapevolezza dell'effetto positivo che l'istruzione artistica, e in particolare musicale, ha sullo sviluppo cognitivo di capacità che poi sono mobilitate nell'apprendimento delle discipline matematiche e scientifiche (come documentato dagli studi pubblicati dalla fondazione Dana, www.dana.org.)

In che direzione andare?

1. Si deve anzitutto prendere atto della distinzione tra apprendimento formale e apprendimento informale della musica. Questo significa due cose: uno, imparare la musica cominciando dalla lettura delle note è come imparare l'inglese cominciando dalla lettura di Shakespeare senza curarsi della pronuncia. Due, imparare la musica informalmente dopo una certa età è come imparare l'inglese tardi nella vita. Per competenze sensomotorie e sintattiche complesse come il linguaggio e la musica le finestre di apprendimento sono relativamente ristrette.

2. Quindi, si devono diffondere (e introdurre già nell'educazione per la prima infanzia) i metodi di apprendimento precoce informale della musica (come per esempio il metodo Gordon, o il metodo Suzuki). Curiosamente, il Paese del bel canto non crea più nativi musicali; a differenza di quanto avviente in altre culture, nel nord Europa, o in India, in cui il canto è spesso praticato in famiglia.

3. Aiutare la sperimentazione: L'associazione Nazionale dei Critici Musicali da più di una decade assegna il Premio Abbiati, che ricompensa progetti educativi creativi nell'ambito dell'educazione musicale. I circa cento progetti sottoposti ogni anno sono indice di una certa vitalità. Sarebbe interessante potenziare questo dispositivo, per esempio con una biblioteca online dei progetti premiati, un repertorio di buone pratiche. Gli insegnanti sono sulla linea del fronte dell'innovazione pedagogica, non c'è laboratorio più ricco di quello della sperimentazione in vivo, ma la condivisione è un passo ulteriore essenziale.

4. Pensare in maniera creativa al pubblico della musica “forte”. Un bambino o una bambina rischiano di annoiarsi di più agli Uffizi che a una mostra di Anish Kapoor. Gli artisti contemporanei e i musicisti in particolare – nonché i direttori artistici – ci pare sottovalutino l'enorme potenziale di interesse del loro lavoro per i piccoli, e il fatto che si tratta di un cavallo di Troia per fare entrare tutta la musica colta nella roccaforte dell'attenzione, oggi protetta da mille gadget paradisneyani. Non si tratta, si badi, di “avvicinare i piccoli alla musica contemporanea”, ma di pensare, comporre, produrre pezzi, progettare auditori destinati a essere goduti dai bambini.

5. Fare una distinzione tra formare persone musicalmente competenti e formare professionisti della musica. I nostri conservatori, licei musicali, scuole di musica, non potrebbero forse aprire qualche pista pedagogica in tal senso? Si deve per forza considerare la formazione musicale di un Casati (assai modesto pianista dilettante) un insuccesso? Non è invece un enorme risultato?

Roberto Casati e Maurizio Giri*

*Cattedra di Composizione, Conservatorio di Campobasso

Geometria della Sindone

September 8th, 2011 § 0 comments § permalink

L’interesse del tutto particolare per la Sindone, rispetto a qualsiasi altra immagine sacra, viene dal fatto che si presume sia stata generata per contatto con il corpo di Cristo. Da tempo la discussione storica (evocata in una recensione del libro di Andrea Nicolotti da parte di Sergio Luzzatto sul Domenicale del 30 luglio 2007) si concentra sulle vicissitudini del telo; una origine medievale è per il momento il risultato scientifico stabile grazie alla datazione al radiocarbonio effettuata nel 1989. Mi sembra però che sia sfuggito alla discussione un problema non storico o fisico, ma semplicemente geometrico.

Lo si può constatare con un piccolo esperimento casalingo. Prendete una bambola, e tingete di rossetto il profilo delle orecchie, la bocca, le sopracciglia, l’attaccatura dei capelli; fate due puntini per gli zigomi e tracciate la linea del naso. Adesso munitevi di un paio di fogli da un rotolo di carta assorbente da cucina, o un vecchio asciugamano. Appoggiate accuratamente il foglio al volto da orecchio a orecchio premendo forte, in modo che il rossetto lasci una traccia. Il risultato può sorprendere.

Il volto della bambola non è più riconoscibile perché completamente stirato in orizzontale: la distanza da orecchio a orecchio è caricaturalmente molto maggiore di quella dal mento alla fronte. Come mai? La testa è geometricamente parlando una specie di ovoide; possiamo per comodità pensare alla parte del volto come alla metà di una superficie quasi cilindrica. Se lo guardate di fronte, un cilindro vi offre una larghezza corrispondente al suo diametro. Ma se sviluppate la sua superficie, quello che vedete (da orecchio a orecchio) è la metà della sua circonferenza, (diametro per pi greco diviso due), ovvero uno “stiramento” di un fattore 1,57. Dato che la distanza occhi-bocca è rimasta relativamente invariata, la larghezza della faccia risulta deformata alquanto comicamente rispetto all’altezza.

Se la Sindone fosse stata generata veramente per contatto, non potremmo dunque vedere una figura di volto armoniosa come quella che vediamo nel telo esposto a Torino. Se continuiamo a pensare che sia state generata per contatto e che l’immagine risultante sia accurata, stiamo avanzando un’ipotesi ardita sul “vero” volto del personaggio che essa avrebbe avvolto, che sarebbe assai strano e oblungo. Ci sono naturalmente altre ipotesi: che sia stata generata da una fonte di radiazioni situata molto lontano dal corpo, con una proiezione su un telo non a contatto, ma tenuto teso.

Ma in tutti questi casi la motivazione centrale della specificità della Sindone viene a cadere. L’immagine che essa riporta non può essere stata generata per contatto con un corpo. E se non è stata generata per contatto, non vale più di una qualsiasi altra immagine fatta a mano.