La fotografia è la regina delle immagini. Come tale è stata percepita sin dal momento della sua invenzione. Permetteva una registrazione del visibile che non passasse dal tortuoso e incerto percorso fino ad allora quasi obbligato – l’occhio che traduce una forma di energia in un’altra, il sistema visivo che elabora, il dialogo con il sistema motorio, il piano d’azione e il gesto che crea su un supporto. La foto si avvicinava al calco, suprema metafora della riproduzione fedele, e vi sommava il vantaggio non indifferente di permettere l’azione a distanza. È come se la vista, senza colpo ferire, avesse ottenuto all’improvviso la dignità del tatto, da sempre considerato il senso veritiero per eccellenza. Gli altri meccanismi causali di riproduzione del visibile sono stati rapidamente accantonati: il teatro d’ombre, la silhouette; fedeli sì, ma solo al profilo esterno delle cose, e muti sul loro interno. Le ombre non hanno occhi; le foto sì.

Il primato è stato contestato sul piano teorico ed eroso su quello pratico. Si ripete instancabilmente che la fotografia è opera di un fotografo, il quale, quand’anche fosse onesto e benintenzionato, è pur sempre un sistema cognitivo abitato da decisioni, prevenzioni, errori sistematici, parzialità. Per soprammercato il meccanismo causale non è fluido, immediato, trasparente. La celeberrima immagine di Daguerre rappresenta un Boulevard du Temple sinistramente vuoto: l’unica figura umana è un lustrascarpe con il suo cliente. Ma la popolazione di questa foto è un inquietante artefatto: il lunghissimo tempo di esposizione non ha permesso di registrare i molti passanti frettolosi, e ha selezionato solo chi è rimasto fermo per un tempo sufficiente. C’è anche il sospetto che delle comparse abbiano posato per la foto, a sancire il doppio inganno dell’immagine: chi non si è messo in posa è scomparso, e solo chi è visibile ha posato.
A rincarare la dose, si osserverà che tanto è più subdolo uno strumento come la fotografia in quanto queste insospettabili mistificazioni e depistaggi vengono contrabbandate sotto le apparenze di un’incontestabile veridicità. La soglia di vigilanza epistemica deve allora essere molto più alta di quella che usiamo con le caricature o gli schizzi, dai quali ci aspettiamo che siano “sporchi”, parziali e tendenziosi. Problema particolarmente acuto, oggi, per via di immagini che a loro volta si contrabbandano per fotografie, come le topografie statistiche che vanno sotto il nome di “neuroimmagini”. Il loro realismo è scientificamente inutile quando non fuorviante, e serve solo allo scopo retorico di presentarle come autoevidenti.
Sappiamo allora che le fotografie sono parziali (le finte folle oceaniche evocate da un gruppo di scalmanati ripreso in forte scorcio); che sono costruite (il miliziano di Capa); che possono essere usate in modo fuorviante. Al tempo stesso non possiamo rinunciare ad esse, e sentiamo che la questione della verità si pone per le fotografie in un modo in cui non può porsi per disegni e caricature. Più che un inafferrabile criterio di veridicità conviene allora parlare di vantaggi cognitivi della fotografia rispetto ai suoi concorrenti antichi e moderni.
Per capire questo punto va osservato che la fotografia ha resistito all’impatto del cinema; aggiungere movimento all’immagine ha aperto ovviamente prospettive inaudite per la rappresentazione, ma non ha intaccato il primato dell’immagine statica. Primato che è saldamente ancorato nella possibilità di esplorare a piacimento la foto – e difatti la visione fluida del film cede il passo al fermo immagine qualora si debba misurare, valutare, confrontare. La visione umana è popolata di negligenze e zone d’ombra tanto vaste quanto insospettate; la fotografia rimedia alla disattenzione cronica dell’apparato visivo, permettendo l’osservazione meticolosa di una scena i cui dettagli erano praticamente tutti destinati all’oblio. È questo aspetto, unito alla registrazione poco mediata del flusso di luce da una scena, che rende le fotografie utili, addirittura insostituibili. Ci mostrano la sezione di un universo in incessante trasformazione, ci permettono di tornare all’infinito, ossessivamente, sulla scena del delitto, per farci scoprire ogni volta un dettaglio diverso e forse cruciale.
Se pur l’immagine fotografica ha tenuto duro di fronte alla suadente invadenza della sua cugina in movimento, è facile prevedere che le carte geografiche non resisteranno all’impatto del loro cugino dinamico, la geolocalizzazione. Lo studio meticoloso di una cartina ha una pragmatica tutta diversa da quella dello studio di una fotografia. Il secondo ha tipicamente fini descrittivi – si vuole imparare come si presentava il mondo in un determinato istante. Il primo ha fini prescrittivi – si deve pianificare un’azione nello spazio, un viaggio, un itinerario. Una rappresentazione geografica in cui la posizione dell’osservatore viene continuamente aggiornata rende perfettamente obsoleta la cartina che per l’appunto è di carta, scritta una volta per tutte, complicata da orientare e muta sulla nostra posizione attuale. Il grande classico della cognizione situata, Cognition in the Wild di Edwin Hutchins, che racconta la distribuzione dei ruoli cognitivi nell’equipaggio di una portaelicotteri mentre cerca di fare il punto nave, non avrebbe alcun mordente oggi che le antiche pratiche della navigazione sono accompagnate se non di fatto sostituite dai GPS. Sapere dove si è e dove si va significa leggere i dati sulla nostra posizione attuale in un modello matematico complesso che rappresenta la superficie terrestre.
Ma non c’è modello o visualizzazione che possa sostituire la fotografia là dove essa è insostituibile; la realtà muta continuamente, i particolari continuano a sfuggire alla nostra rabberciatissima attenzione, e dobbiamo affidarci agli archivi dell’immagine per non perdere la traccia di un mondo incontenibile che, ci pare, merita sempre qualcosa di più che uno sguardo distratto.