February 7th, 2013 § § permalink
Nel 2006 l’allora primo ministro francese propose di trasmettere in diretta televisiva le sessioni del Consiglio dei Ministri. Si trattava, nella sua dichiarazione, di una operazione trasparenza: i cittadini avrebbero potuto vedere in diretta il funzionamento della democrazia. Sarebbe stato un modo di colmare il fossato epistemologico tra il popolo e i suoi rappresentanti. Ma ha senso pensare di rendere tutto trasparente? I paladini della web-democracy sarebbero probabilmente i primi a sottoscrivere la proposta. In fondo, i forum politici, le votazioni online, le discussioni sulle liste sono l’esempio stesso della trasparenza: tutto quello che uno dice e pensa è disponibile a tutti i membri del forum, e basta un semplice copia e incolla per portare a conoscenza dell’intero web qualsiasi proposta o decisione, che resta consegnata alla storia. Sembrerebbe esserci una virtù in questo modo di procedere: sapendo che tutti ti tengono gli occhi addosso, farai molta attenzione a quello che dici. Alcuni parlano addirittura di un sigillo della democrazia del Terzo Millennio.
Ma è proprio vero? Ci sono istituzioni antiche, come le riunioni a porte chiuse, che continueranno ad accompagnarci per parecchio tempo. Proprio le riunioni a porte chiuse, coperte dal segreto, in cui le discussioni non sono trascritte o registrate, e la cui scomoda sintesi è affidata a un comunicato consensuale. Pensiamoci un attimo. State lavorando con una controparte ostica su un problema complesso e controverso. Se sapete che solo i vostri interlocutori vi ascoltano, e che non resterà traccia, vi lasciate andare; al limite dite cose che in altri contesti sembrerebbero delle sciocchezze o sarebbero inammissibili per i vostri stessi soci, là fuori. Ma dire sciocchezze, e dirne pure tante, è un segno di creatività. Se fai cinquanta proposte strane, può venirne fuori quella che fa veramente avanzare le cose. Se invece il livello delle tue proposte è commisurato alla tua percezione di come saranno attese al varco dai tuoi soci là fuori, non ne uscirà niente di interessante.
In realtà le riunioni a porte chiuse servono a proteggere i rappresentanti del tuo partito non tanto dalle critiche del partito avverso; quanto dalle critiche di quelli del tuo partito. Devi poter fare delle proposte che come tali la tua parte (non la tua controparte) non accetterebbe. Il diritto all’oblio aiuta la conversazione. Se vuoi fare dei passi avanti insieme al tuo interlocutore, hai anche interesse al fatto che non sia delegittimato dal suo partito, e una piccola fuga di notizie può riportare tutti alla casella di partenza.
Qui misuriamo un chiarissimo e insormontabile limite della e-democracy. La partecipazione democratica è certo incoraggiata dalla possibilità di partecipare a forum di discussione, di inviare messaggi alle liste, di pubblicare sui blog, di mobilitare l’opinione pubblica. Ma la costruzione democratica ha bisogno di spazi di invisibilità e di oblio. Se il livello delle tue proposte è commisurato alla tua percezione di come saranno attese al varco dall’ultimo dei troll su una mailing list, ne uscirà, al più, qualcosa che va bene all’ultimo dei troll su una mailing list.
In fin dei conti la trasparenza rende le riunioni qualcosa di molto diverso, le rende delle tribune. Per questo non risultano grandi passi avanti, grandi proposte costruttive uscite dai talk show politici. In quelle sedi si parla di politica e si parla ai propri elettori, ma non si fa politica.
Fare politica è uscire insieme dai problemi. Questo significa cercare delle sintesi. Ma le sintesi non sono dei punti di arrivo che devono piacere a tutti; e difatti di solito scontentano un po’ tutti. Le sintesi sono dei punti di partenza. Servono a chiudere tutte le discussioni, a farle dimenticare, per andare avanti. Nella e-democracy in cui resta traccia di tutto le sintesi sono impossibili, ed è quindi impossibile la politica.
February 7th, 2013 § § permalink
Dopo aver tanto sentito parlare di “nativi digitali” è giunto il momento di introdurre nel dibattito una nuova categoria, quella dei coloni digitali. I coloni digitali hanno una missione intellettuale: fornire pezze d’appoggio alla penetrazione della tecnologia digitale in aree che per il momento ne sono libere, in primis la scuola. Lodano sperticatamente le iniziative concitate di ministri che hanno fretta (permettere l’acquisto disgiunto dei testi scolastici in formato elettronico), parlano di “rivoluzione epocale”, la paragonano a quella di Gutenberg, nientemeno, addirittura e incredibilmente lamentano la “scarsa attenzione” dei media alla novità. Avanzano argomenti eterogenei come il risparmio di carta, la smaterializzazione, la necessità di collegare la scuola alla società; dato che là fuori tutti userebbero ormai l’iphone o omologhi, deplorano che la scuola resti al palo, rischi di perdere il treno elettronico. Giustamente incerti sulla forza retorica di queste considerazioni, non esitano a invocare come un mantra categorie ambigue che ritengono scientifiche, come quella dei nativi digitali. In assenza completa di dati a loro favore, ci frastornano di aneddoti: i nativi digitali “hanno spesso poche motivazioni a stare in classe: Uno di loro, su un blog, ha scritto recentemente un [sic] frase emblematica: ‘Se la noia fosse un fossile la scuola sarebbe un museo’” (Pirani).
Ma i nativi digitali non esistono: non nel senso in cui si interpreta di solito questa ambigua descrizione, non nel senso molto preciso in cui si parla di madrelingua. Ci sono invece bambini che sono stati abituati a interagire con degli schermi e delle interfacce elettroniche di varia natura. Questa è una semplice e controversa abitudine, non l’alba di una nuova specie (che diamine, è stato detto anche questo (Ferri): una nuova specie, gli alieni sono tra noi). Non si accompagna nemmeno a chissà quali nuove e straordinarie competenze, non dà luogo a una specifica “intelligenza digitale”, e gli stessi coloni hanno qualche difficoltà a dirci precisamente che cosa siano le caratteristiche specifiche di questa pretesa novità psicologica.
E poi, se anche fosse? Se l’abitudine fin da piccoli alla playstation facesse veramente sì che i bambini e gli adolescenti si annoino a stare in classe? Ebbene, chiediamoci qual è il male, quale il rimedio. Qui i coloni digitali ringhiano ancora di più, perché loro sì che lo sanno: la colpa sarebbe degli insegnanti, troppo vecchi, quindi refrattari alla “trasformazione”. Non sarebbero in grado di adattarsi alle abitudini dei nativi, stampano le email, non stanno su facebook e bisogno dir loro come accendere la lavagna elettronica, sono dei bradipi “gutenberghiani”. Non ci fosse di mezzo l’avventura difficile di una categoria di lavoratori mal pagati che fanno un lavoro eroico per i nostri figli, verrebbe voglia di fare qualche commento ironico su codesti argomenti. Suvvia. L’abitudine a cioccolatini e caramelle non fa sì che i bambini trovino frutta e verdura noiose? L’abitudine a stare in poltrona non vi fa trovare fastidioso l’esercizio fisico? L’abitudine a dire parolacce e a non usare i congiuntivi non farà trovare noioso il modo compìto di parlare della prof di italiano? Possiamo anche decidere di abolire ginnastica, dietologi dalle mense scolastiche, e sinanco il congiuntivo a lezione.
La controprova flagrante che quella dei nativi digitali è una favola viene dai nonni digitali. Guardatevi intorno: gli alieni sono veramente tra noi. La signora attempata che in autobus fa scorrere il dito sullo schermo tattile dello smartphone, nonno Paolo che fa skype e babysitting a distanza, la zia Pina che programma il navigatore per andare a trovare un cugino a Lecco, la mamma amorosa di Campobasso che grazie alla rete fa consegnare a domicilio la spesa al figlio studente a Magonza. Pensateci un momento. Siete Apple o Samsung o Sony o Google. Il vostro target è l’universo mondo. Non vi bastano certo i bambini e gli adolescenti. I vostri prodotti sono fatti per essere usati anche da un bambino, certo: è la frontiera del design totale, che rende la tecnologia trasparente. Se esistesse una specifica intelligenza digitale che solo i nativi hanno, il dipartimento di ricerca e sviluppo di tutti questi Lord Digitali chiuderebbe dall’oggi al domani.
I coloni credono fortissimamente che la tecnologia migliorerà la resa scolastica. Ma i rari studi disponibili mostrano che gli incrementi dei risultati scolastici (una delle poche cose misurabili, non parliamo mica ancora dello sviluppo morale e intellettuale delle persone) laddove si usano le tecnologie a scuola hanno due tristissime caratteristiche: sono marginali, e sono correlati con le categorie socioeconomiche. Se vieni da un ambiente culturalmente ricco – e magari ti hanno fatto leggere libri e fatto suonare uno strumento invece che darti il tranquillante della playstation – poi quando hai a disposizione le tecnologie fai faville. Perché? Perché le avresti fatte comunque. Come ha detto Kentaro Toyama (Berkeley): non ci sono scorciatoie tecnologiche per un’educazione di qualità.
I coloni digitali hanno bisogno della favola dei nativi digitali per il loro vasto progetto di penetrazione tecnologica fine a se stessa. L’inventore del termine (Prensky) non è uno psicologo o un sociologo, è uno che produce videogiochi. Ma la favola è soltanto una favola. La riflessione sulla scuola, sul suo ruolo nella società, e soprattutto sul suo ruolo nella vita delle persone, merita di meglio.
November 17th, 2012 § § permalink
Le disparità di genere nel mondo accademico sono ingiuste, persistenti e scoraggianti, e oltre a tutto costituiscono un enorme spreco di risorse e diminuiscono l’efficienza del sistema di ricerca e di insegnamento. Se il cambiamento tarda a venire dall’alto, forse è il momento di provarci dal basso, per esempio impegnandosi a non partecipare a quegli eventi accademici che non dimostrano di aver fatto dei passi concreti per garantire uguali opportunità. È il tema di una proposta di Dan Sperber e Virginia Valian.
Ci impegniamo a un’equa rappresentanza di uomini e donne negli eventi accademici. In tutte le discipline accademiche vengono invitati come conferenzieri/e, partecipanti a congressi, simposi o a tavole rotonde molti più uomini che donne. Riteniamo che sia l’effetto di una tendenza diffusa e generalmente non intenzionale… Per evitare quest’effetto non basta prenderne atto, bisogna anche agire in modo positivo. Per queste ragioni ci impegniamo a partecipare a congressi e simposi come organizzatori o organizzatrici, membri del comitato scientifico o conferenzieri/e invitati/e soltanto a condizione che uomini e donne siano invitati in modo equo ed equilibrato
Che cosa vuol dire «ci impegniamo?» Per il loro progetto Sperber e Valian hanno utilizzato uno dei siti tipicamente adottati per le petizioni (http://www.gopetition.com/petitions/commitment-to-gender-equity-at-scholarly-conferences.html/) Ma un impegno non è una petizione. Immagino che ognuno di noi avrà firmato un numero considerevole di petizioni nella sua vita; dal foglio che circola tra condomini per chiedere il rifacimento della grondaia alla petizione globalizzata su internet per salvare i fondali marini. Firmare una petizione è certo un atto da cui ci si aspettano delle conseguenze. Si auspica che una certa situazione cambi (una grondaia migliore, una legislazione più rispettosa per i fondali marini). E, soprattutto, non ci si limita a esprimere un punto di vista: mettere la propria firma, e la propria faccia, significa assumersi delle responsabilità, grandi o piccole. Un passo ulteriore, che mi pare poco esplorato, consiste nel sottoscrivere pubblicamente un certo impegno. È un modo di creare un precedente nella propria vita, di permettere che gli altri un giorno vi mettano davanti a quanto avete scritto per chiedervene conto, di affidarsi per la realizzazione dell’impegno a una tendenza insita in noi alla coerenza – forse non irresistibile, ma sicuramente rafforzata dalla traccia documentale. Di passaggio la Clinton foundation ha creato il sito mycommitment.org per permettere di registrare i propri impegni.
Come far presente agli organizzatori di eventi accademici la propria posizione? Una formula viene suggerita da Sperber e Valian: «Ritengo che sia importante mantenere un certo equilibrio tra i generi ai congressi scientifici. Immagino che anche voi lo pensiate. Mi potreste dire che cosa pensate di fare per rendere possibile questo equilibrio»? Un’altra possibilità è «citare l’impegno che avete sottoscritto e chiedere in che modo l’invito sia coerente con l’impegno». È interessante notare come gli altri possano aiutarvi a mantenere i vostri impegni, come si possa contare sul loro desiderio di fare in modo che voi siate coerenti.
October 2nd, 2012 § § permalink
Fabrizio Tonello, L’età dell’ignoranza. Bruno Mondadori. 15 euro. 160 pp.

Il grande merito del piccolo libro di Fabrizio Tonello è di mettere i puntini sulle i – molte i e quindi molti puntini – opponendosi a una tendenza semplificatrice che vede nei nuovi media e nella tecnologizzazione tayloristica della società un compito e un destino. Si discetta a destra e a manca di «accesso universale alla conoscenza», di «nuovi saperi digitali», addirittura di una «mutazione antropologica» che interesserebbe dei presunti «nativi digitali»; si sbandierano gli obiettivi europei di una «economia fondata sulla conoscenza». La realtà non corrisponde a queste descrizioni. La demografia italiana e in parte anche europea suggerisce che nei prossimi cinquant’anni esploderanno non tanto i lavori qualificati ma quelli più ordinari di assistenza alla persona; ci sarà una vasta richiesta di badanti e infermieri, non di ingegneri e creatori di contenuti. La prima parola magica da sfatare è dunque è «conoscenza»: in molti dei casi sopracitati si dovrebbe parlare di accesso all’informazione, non alla conoscenza. Avere accesso non è ancora leggere (bisogna per l’appunto leggere), e leggere non è capire (bisogna studiare). Il saper fare dei cosiddetti nativi digitali non è conoscenza se non, appunto nel senso debole di una pratica, di una saper fare; e non è granché neanche come pratica: effettuare scelte binarie cliccando o non cliccando su un link ipertestuale, collazionare links e condividerli con i membri di un social network.
Tonello mette il dito sul problema quando osserva quale è stata la ragione principale della diffusione di massa dei computer personali. Grazie agli angeli del design a un certo punto non abbiamo più dovuto leggere il manuale di istruzioni, abbiamo aperto una scatola, collegato la spina, e cominciato a usare gli strumenti digitali come protesi. Ma come ricorda il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, se parlare di «user friendly» implica il riconoscimento di una diminuzione delle competenze necessarie per usare una certa cosa, una società digitalizzata sarà una società in cui la maggior parte dei computer possono stare nelle mani di perfetti incompetenti tecnologici; il che significa a sua volta che la tecnologiadiminuisce, e non aumenta, la richiesta di lavoro qualificato. Questa è la nuova frontiera del digital divide: sempre meno progettisti e designers iperqualificati a creare oggetti sempre più complessi dentro e user friendly fuori per una vasta massa di utilizzatori che si limitano a compiere scelte le quali – per design – sono semplici, binarie, immediate, e non richiedono nessun approfondimento intellettuale; basta avere qualche emozione e intuizione di riserva. L’età dell’ignoranza paventata da Tonello è in un certo senso già qui; la polarizzazione estrema del voto significa che le persone non votano dopo mature riflessioni e approfondimenti dei pro e contro della propria scelta ma in base a preferenze emotive, perfettamente incarnate e prefigurate dalle campagne di comunicazione dei partiti.
Passare dalla critica alla proposta costruttiva non è semplice, e Tonello è forse meno convincente nella parte finale del suo libro. Le risposte a problemi di questa natura possono essere solo istituzionali, e noi tutti, cittadini, dovremmo imparare ad agire sulle istituzioni e a modificarle, e non sostanto limitarci ad esprimere le nostre opinioni nei forum. La e-democracy è uno straordinario miraggio: del resto, se si comincia con il confondere conoscenza e informazione, si finirà con il non fare differenza tra espressione ed azione politica.
September 19th, 2012 § § permalink
Se siete tra gli utilizzatori di Firefox, un navigatore internet libero, avrete probabilmente notato che con l’aggiornamento automatico è stata installata una funzionalità nuova. Ogni volta che aprite una nuova scheda (ctrl+tab) compaiono tutte le pagine visitate precedentemente. È una buona idea? Perché no, in fondo, una funzionalità in più. Si presentano però alcuni problemi che ci permettono di ragionare brevemente sull’innovazione e l’ergonomia in ambienti digitali. Il primo è che l’effetto distraente della «pagina di memoria» è fortissimo. Sto leggendo una descrizione di un giardino storico, ho bisogno di trovare un’informazione su un certo tipo tipo di albero, apro una nuova scheda : e mi vedo comparire i giornali che consultavo ieri, online con i loro titoli aggiornati, la casella di posta, con i messaggi nuovi in evidenza, e via dicendo. Ah già, che cosa stavo cercando? Al di là della perdita di tempo e di concentrazione, la pagina di memoria è l’immagine vivente della sindrome da intrappolamento di cui si è già parlato su queste pagine. Il web tende sempre di più a creare modelli automatici del nostro comportamento online per «facilitarci» la navigazione con delle proposte che, si pensa, ci faranno risparmiare energie; con l’effetto di rimandarci l’immagine di noi stessi, e nel caso della pagina di memoria si tratta di un’immagine di cortissimo respiro, il riassunto degli ultimi siti visitati. E, nella fattispecie, con l’effetto controproducente di farci sprecare quel tempo e quelle energie che sembrava ci si volesse far risparmiare.
Un secondo problema riguarda il rapporto tra design digitale e etica. Le innovazioni pesanti, che cambiano radicalmente l’ergonomia, dovrebbero essere il risultato di un negoziato con la comunità degli utenti e soprattutto essere facilmente reversibili. Nel riquadro vi spiego come eliminare la funzionalità (risparmiandovi la mezz’ora di ricerca che ci ho messo io per capire come fare). È chiaro che non si dovrebbe ricorrere a una complessa e ansiogena manipolazione di comandi scritti; la buona pratica richiede che si metta a disposizione degli utenti un semplice bottone per ritornare a uno stato precedente della configurazione. Non va neanche bene che il controllo di qualità sia demandato completamente agli utenti. Con questo non voglio certo suggerire che si debba bloccare l’innovazione in ambienti digitali; si deve però por mente, in fase di progetto, alla ramificazione delle conseguenze e alla possibilità di rifiutare l’innovazione.
Come disattivare le pagine multiple nella nuova scheda di firefox
Nella finestrella dell’indirizzo bisogna scrivere about:config . Questo fa comparire un avviso molto minaccioso, dato che si va a toccare la finestra dei parametri che di solito i programmatori non fanno vedere agli utenti per evitare pasticci. Cliccate su « Prometto che farò attenzione ». Compare una lista di parametri. Cliccare due volte subrowser.newtab.url, e cambiare da about:newtab a about:blank (o, se preferite, dopo about: potete mettere l’indirizzo del vostro sito preferito). Cliccare su OK e chiudere.
September 13th, 2012 § § permalink
Ereditiamo un paesaggio e tramandiamo un paesaggio. Abbiamo una responsabilità morale nei confronti delle generazioni future e un obbligo di riconoscimento nei confronti di quelle passate, ma abbiamo anche una responsabilità estetica? Le eoliche hanno posto il problema in modo spettacolare. Le eoliche sono un soggetto di enorme controversia estetica. Sono gigantesche, e per funzionare hanno bisogno di luoghi esposti al vento, che spesso e volentieri sono tutt’altro che nascosti. Entrano quindi di prepotenza a far parte del paesaggio. C’è chi le vede come come elementi irrimediabilmente deturpatori. In alcuni casi (documentati da viadalvento.org) sono state iniziate campagne di stampa e procedure legali per limitarne l’installazione. Gli argomenti invocati a favore delle eoliche sono di tipo economico ed ambientale. Estraggono dall’ambiente energia pulita e disponibile in grande quantità – il vento passava comunque da lì, che ci si mettesse un’eolica o meno. Vi si contrappongono soprattutto argomenti estetici. Il profilo delle colline appenniniche o l’orizzonte marino non sono più gli stessi, e non parrebbe bello veder ruotare in continuazione enormi pale.

Ma non esiste un’estetica diretta, immediata. L’apprezzamento estetico è complesso e in molti casi va al di là della semplice descrizione percettiva di un fenomeno. Apprezziamo un quadro non solo per l’equilibrio di forme e colori; la nostra esperienza viene arricchita da un grandissimo numero di fattori – la conoscenza della vita dell’artista, la storia del quadro, la ricerca automatica di intenzioni dietro ogni traccia lasciata dal gesto artistico. L’esperienza estetica è aperta proprio per via di questa possibilità di venir continuamente arricchita. Non esiste ancora una teoria stabile che spieghi in che modo riusciamo a integrare elementi così disparati nell’esperienza estetica, ma è un fatto che ci riusciamo.
Quando guardo un’eolica non riesco a vedere soltanto una forma in movimento in un paesaggio immutabile. So che quell’oggetto stia contribuendo attivamente alla salvaguardia di quello stesso paesaggio. Estrarre energia dal vento in cui il paesaggio è immerso significa non fare innumerevoli altre cose: non costruire pozzi per estrarre greggio, non varare petroliere, non ripulire il mare da fuoriuscite di petrolio, non inviare soldati in Iraq, non restituire all’atmosfera in pochi decenni il carbonio che le piante hanno immagazzinato in milioni di anni. Le eoliche sono peraltro oggetti facili da smontare, forse oggetti di transizione verso altre forme di estrazione di energia dal vento. Sono tutte cose che vedo nel movimento delle pale.
La responsabilità estetica nei confronti delle generazioni future coincide con la responsabilità morale. Non facciamo necessariamente torto alla nozione di paesaggio che ci è stata tramandata se vi includiamo quegli elementi morali che ci permettono di vedere una certa bellezza nell’eolico. A meno di non voler fissare una volta per tutte ciò che conta come un bel paesaggio, limitando la nostra teoria estetica alla cartolina, a quanto «vien bene in foto».
July 10th, 2012 § § permalink
Eli Pariser, Il filtro. Quello che internet ci nasconde. Il Saggiatore, pp. 235, €18

Non è un ricordo che evoco spesso o con piacere. L’11 settembre del 2011 ero a New York, nella zona di Columbia. Come molte altre persone mentre facevo colazione sentii il rumore troppo vicino, troppo forte di un aereo sullo Hudson. Senza farci troppo caso – New York è piena di rumori strani, esagerati, sempre. Un’ora dopo mia moglie mi chiamò dall’Italia per sapere se stavo bene. Aveva visto le immagini dell’attentato da una televisione accesa nel Comune in cui lavorava. Io ero all’oscuro di tutto; come lo erano tutti gli amici cui telefonai nei minuti che seguirono. La notizia aveva fatto letteralmente il giro del mondo ed era ritornata a New York per vie traverse, diffondendosi su più canali. Ci incontrammo a casa di uno di noi, cercando di sintonizzarci con il mondo, davanti alla televisione. Ma che informazioni ricevevamo? Frammenti, ipotesi; Kissinger che dice la sua sulla geopolitica (sarà importante, ora, oggi?); le immagini ossessive del pennacchio di fumo da una delle due Torri (ma non sono le stesse immagini di dieci minuti fa?); il silenzio di Bush (dobbiamo preoccuparci?). Alla fine la voce del sindaco Giuliani esortò tutti dalla radio ad abbandonare Lower Manhattan, a piedi. Lentamente, questa volta veramente sincronizzate tra loro, migliaia di persone cominciarono a risalire le avenue.
Uscimmo anche noi per strada. A un certo punto nell’azzurro ventoso di settembre vedemmo volare degli aerei da caccia. Ci sembrò un segnale più eloquente e meno confuso di tutti i comunicati, l’esercito aveva ripreso (forse?) il controllo della situazione, la realtà parlava direttamente con la realtà. Gli aerei lasciarono dietro di loro un cielo immenso e silente, che ritrovammo per alcuni giorni, strano e inquietante, e sembrava riportare Manhattan a prima dell’epoca dell’aviazione. Non c’erano ancora dei veri e propri social network, le mail piovevano da ogni dove, i giornali online titolavano in modo furioso; la Repubblica senza perder tempo annunciò ventimila morti; alcuni editorialisti statunitensi suggerirono di occupare militarmente tutto il medio oriente e altro, dalla Libia al Pakistan. Tra le voci dissonanti mi arrivò una mail che invitava a firmare la petizione del sito 9-11peace.org, una richiesta di pausa, di riflessione, e di moderazione nella risposta militare. In pochi giorni la petizione raccolse mezzo milione di firme. Era una delle primissime grandi inziative virali del web. Il suo successo lanciò Eli Pariser, il primo firmatario, che divenne poi amministratore di MoveOn.org e cofondatore di Avaaz.org, due siti progressisti di grandissimo seguito e di notevole efficacia.
Le notizie veramente importanti arrivano comunque a chi ne ha bisogno? Potremmo pensare che una popolazione sempre collegata grazie agli smartphones abbia antenne protese per cogliere il minimo segnale, e in particolare quelli che indicano eventi di importanza vitale. Ma allora dobbiamo capire che cosa è una notizia importante. Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, ha dichiarato che “la morte di uno scoiattolo davanti a casa può essere più pertinente per i tuoi interessi immediati di quella di una persona in Africa”, il che certo spiega perché poi meni facilmente vanto di essere il più grande fornitore di “notizie” del mondo. Sul versante opposto, la notizia per me essenziale la mattina dell’11 settembre ha trovato comunque il modo di arrivare alla mia porta, scavalcando tutti gli ostacoli possibili – come se fosse dotata di una forza immensa, capace di superare non solo gli oceani, ma anche la mia barriera di interessi immediati del mattino.
Le notizie che riteniamo normalmente pertinenti possono essere futili e quelle veramente importanti avere una vita propria. Questi due assiomi implicano che dovremmo smetterla di curarci delle notizie, lasciare che la vita ci riacchiappi da sola. Poi però non funziona così perché le notizie ci piacciono comunque, e passiamo una parte del nostro tempo a ricercare informazioni di ogni tipo. Qui nasce un problema diverso, che è quello dell’intrappolamento informazionale (che ho evocato a più riprese su queste colonne). Pariser gli dedica il suo libro, cercando di mostrare in che modo la ricerca di informazioni sia da pochi anni ormai completamente condizionata dai sistemi di raccomandazione, che fanno del web un’immenso centro commerciale personalizzato. Le raccomandazioni più o meno trasparenti di Amazon (“Chi ha comprato Il Signore degli Anelli ha comprato anche…”) sono solo la punta dell’iceberg. Gli algoritmi di Google propongono risultati diversi a seconda del profilo richiedente. Se cerchi informazioni su Gobetti e sei un progressista a Venezia riceverai risultati differenti da quelli che riceve un conservatore a Messina. Google conosce il tuo ip e analizza le tue ricerche passate per costruire un modello del tuo io online cui offrire dei risultati di cui anticipa che saranno pertinenti per te. Il modello è un filtro che ci nasconde una fetta di realtà, rimandandoci di continuo l’immagine delle nostre preferenze. Il meccanismo di retroazione è rapido e temibile: Google costruisce un modello sulla base dei tuoi click e altri dati, ti propone delle risposte, tu fai click sulle risposte che propone, visto che le trovi pertinenti, nutrendo a tua volta il modello, che ti propone altre risposte sempre più “pertinenti”, eccetera. Alla fine, è inevitabile, l’orizzonte delle risposte si restringe. Facebook non si sa neanche bene che cosa faccia, dato che cambia ogni due per tre le sue norme sulla “privacy” (se ancora possiamo usare questo nome per i parlare delle migliaia di dati che gli utenti mettono a cuor leggero a disposizione della società); certo è che la personalizzazione è uno dei suoi cavalli di battaglia.
Queste società naturalmente non sono delle simpatiche no profit con delle missioni umanitarie: vendono i nostri dati e click a degli inserzionisti che non chiedono di meglio che di sapere tutto di noi. Le prossime frontiere vengono evocate con molta lucidità da Pariser: la geolocalizzazione, che farà squillare il vostro telefono quando passerete accanto a un negozio di cui l’inserzionista sa che vi interessa. (E lui come lo sa? Glielo avete detto voi con tutti quei click agli amici che fanno questo e quest’altro, non dimenticatelo: la sua fonte è affidabilissima. E come sa che siete proprio lì? Ma come, non avete appena fatto un check-in di FourSquare?)
È un bene, è un male, e che cosa possiamo fare? Wittgenstein aveva messo in guardia contro “la dieta unilaterale di esempi”, e gli psicologi cognitivi conoscono benissimo la tendenza a ricercare conferme – che si finisce sempre prima o poi con il trovare – alle proprie opinioni. Un paesaggio di risultati di ricerca personalizzati può essere visto come uno straordinario guadagno di tempo o come un enorme impoverimento degli orizzonti di ciascuno di noi. Dipende da quello che si cerca, e da che cosa i Lord Digitali pensano essere importante per noi. Se però decidono che il nostro senso della pertinenza debba essere tarato sulla Morte dello Scoiattolo, temo che siamo piuttosto sul versante dell’impoverimento.
Quali rimedi? Il filosofo Alvin Goldman pensa che un sistema democratico sia per sua natura uno stabilizzatore virtuoso della qualità dell’informazione. La democrazia sarebbe “affamata di notizie”, perché gli elettori hanno bisogno di sapere che cosa li aspetta se un certo candidato viene eletto. Ma in realtà in una società in cui gli elettori sono polarizzati, e conta usare il voto in modo identitario, l’unica informazione è già disponibile, sotto forma condizionale: se il mio candidato vince, il tuo perde, e viceversa. Gli elettori ignoranti e pigri sono perfettamente compatibili con il sistema democratico. Dal canto suo, Pariser guarda con favore alla legislazione europea sulla privacy, molto più restrittiva di quella americana. Anche se poi bisogna vedere fino a che punto la gabbia legislativa è sufficiente per i movimenti repentini e sorprendenti dei Lord Digitali e dei loro nutriti studi legali.
C’è un punto abbastanza cruciale che Pariser non mi sembra abbia messo correttamente in evidenza: Google “sostiene… che deve mantenere assolutamente segreto il suo algoritmo di ricerca perché se fosse conosciuto sarebbe facilmente manipolabile. Ma i sistemi aperti sono più difficili da manipolare di quelli chiusi, proprio perché tutti hanno interesse a chiudere i buchi. Il sistema operativo opesource Linux, per esempio, è in realtà più sicuro e inattaccabile dai virus di quelli chiusi come Windows della Microsoft o OS X della Apple” (184-185). Il problema è un altro: la manipolabilità è per Google sinonimo di corruttibilità. Se sai che l’insegnante di latino corregge solo le ultime due righe della versione, cerchi di fare bene solo quelle; se sai che i finanziamenti vanno sopratutto a dei progetti scritti bene, assumerai qualcuno per scrivere bene i progetti, piuttosto che preoccuparti di fare buona ricerca. Tutti gli indicatori sono corruttibili, e il segreto li protegge. Fino a che punto, non è chiaro. Ci sono ditte che curano la reputazione online dei loro clienti, cancellando link negativi, creando contenuti positivi; in qualche modo pensano di poter influenzare il comportamento degli algoritmi. Gli utilizzatori possono cercare di proteggersi gettando ogni tanto fumo negli occhi dei motori di ricerca. Per esempio, potete cercare ogni tanto cose molto strane che non vi interessano minimamente, e farlo in modo sistematico: varietà di insalata e auto d’epoca; medicine omeopatiche e cacciaviti con punta a stella; barche a motore e opere di Benjamin Constant. Oppure potete prendere quindici volte “una voce a caso” di Wikipedia (sempre che vi fidiate del fatto che vi viene proposta veramente una voce a caso!) e fare una ricerca su Google su queste voci.
Questo è un libro da leggere e far leggere soprattutto a scuola, per aiutare i cosiddetti nativi digitali a capire in che lingua stanno parlando senza saperlo.
July 5th, 2012 § § permalink
La domanda: “Quale servitore alberga il tuo parafiamme?” suscita in noi la stessa perplessità che avrebbe suscitato in Leopardi o Manzoni. Ma solo i contemporanei di Chateaubriand avrebbero aggrottato le ciglia per l’equivalente transalpino della domanda; a un francese d’oggi che non sia completamente tagliato fuori dal mondo è subito chiaro che “Quel serveur heberge-t-il ton pare-feu?” è una richesta informatica. In italiano contemporaneo la stessa frase suona: “Quale server è l’host del tuo firewall?” I francesi, si sa, traducono tutto senza complessi, mentre in Italia si fa fatica ad accettare che sia un topo a permettervi di muovere il cursore sullo schermo, e ci va benissimo chiamare l’oggetto pertinente un “mouse”. Sarà un bene, sarà un male?
Se evitiamo di prendere un atteggiamento normativo, resta il dato: l’italiano è più ospitale nei confronti delle parole straniere, come testimoniano i testi filosofici infarciti di Dasein e Weltanschauung, il francese accetta più facilmente che le proprie parole cambino di significato. Messa in altri termini, di poco più normativi, l’italiano starebbe proteggendo una certa aura semantica di topo e servitore, lasciando loro l’antico significato, evitando che una macchinetta di plastica e un apparato elettronico si intrufolino nel repertorio di idee che associamo a queste parole. Il francese, invece, non si cura dell’esproprio semantico. Si potrebbe anche osservare che l’ossessione traduttoria del francese è in fondo abbastanza supina nei confronti della matrice inglese. Perché usare proprio souris? È vero che il mouse assomiglia a un topolino, ma assomiglia anche a tante altre cose, per esempio a una barca ormeggiata, o a un girino. Nel 1996, inaugurando la nuova sede parigina della Biblioteca Nazionale, l’allora presidente della Repubblica, Jacques Chirac, chiese all’allora ministro della cultura, Jacques Toubon, che cosa fosse la famosa souris. Toubon era peraltro il firmatario di una legge oggi molto contestata sulla difesa della lingua francese. I media si impossessarono della storia e caricaturarono Chirac, facendogli chiedere che cosa fosse quel piccolo mulot (un sorcio, più o meno). L’effetto di spaesamento linguistico coincise per molti francesi con la prima vera rivelazione dell’importanza dei computer e di internet nella vita di tutti, di tutti i giorni.
Il lessico è permeabile, in un modo o nell’altro. Dobbiamo preoccuparci? Perdere il sonno per il dilemma tra invasioni barbariche (mouse) e espropri semantici (souris)? Il fatto è che la tecnologia si rinnova continuamente, e anche se è continuamente alla ricerca di nuove parole finisce comunque con il mandare in soffitta tutto o quasi quel che produce. È solo questione di tempo: il mouse scomparirà dai nostri tavoli, il topo francese tornerà a far parlare di sé nelle favole.
June 29th, 2012 § § permalink
Atul Gawande, Checklist. Einaudi, 2012, € 19.00

Stilare una lista ha indubbi vantaggi cognitivi: permette di liberare la memoria di lavoro da un compito ingrato, rendendola disponibile per altri compiti. Risparmia del lavoro anche a chi ama fare sforzi mnenomici. Ci sono poi dei vantaggi ulteriori legati al fatto che molte informazioni sono disponibili in un solo colpo d’occhio, ed è possibile vedere dei legami che avrebbero potuto passare inosservati, un vantaggio inferenziale, quindi. Jack Goody, in un capitolo memorabile di The domestication of the savage mind, aveva mostrato molti esempi storici e antropologici dell’uso conoscitivo delle liste. Atul Gawande persegue un progetto complementare: mostrare come le liste abbiano enorme efficacia pratica. Si parla naturalmente delle liste di controllo, come le checklist che abbiamo tutti visto in mano ai piloti degli aerei prima del decollo. In realtà la lista di controllo per la partenza non è lunghissima: quello che vediamo nella cabina di pilotaggio è un volume assai corposo che contiene parecchie checklist, e in particolare quelle da utilizzare in situazioni di emergenza, quando il tempo è poco, il rischio è alto e lo stress lo è ancora di più; in casi come questi un errore rende difficile da gestire la situazione già critica. La lista di controllo ha dunque come funzione principale quella di eliminare gli errori banali, le dimenticanze, le sviste e l’eccesso di fiducia nelle proprie capacità. Le liste di controllo devono essere concise; non devono distrarre; devono permettere di concentrarsi sui problemi fondamentali, quelli per i quali un’omissione può essere fatale. Ci sono liste di “esecuzione e conferma” e liste di “lettura ed esecuzione”, e si deve scegliere il tipo di lista adatto a ciascuna situazione. Il libro straripa di studi di caso e aneddoti che mostrano come l’uso di una lista abbia fatto la differenza tra la vita e la morte, tra l’incidente rimediabile e la situazione che ci sfugge di mano.
Secondo Gawande le liste di controllo non servono veramente nei casi complicati come mandare un razzo sulla Luna e ancor meno in quelli complessi come crescere i propri figli. Ne beneficiano soprattutto coloro che affrontano problemi semplici – anche se la tra questi ultimi si annoverano un po’ provocatoriamente interventi a cuore aperto o la costruzione di un grattacielo. La semplicità è relativa: sta nell’esistenza di un repertorio di gesti e di soluzioni note e interiorizzate da chiunque abbia studiato o fatto pratica per un tempo sufficientemente lungo – un chirurgo, un ingegnere. Un’esperienza che però non protegge da (e a volte anzi incoraggia) la piccola negligenza. Gawande è stato al centro di un progetto importante dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha stilato una lista di controllo per gli interventi chirurgici già adottata da diversi Paesi. La sperimentazione ha mostrato finora una notevole dimunizione di criticità operatorie e postoperatorie.
Ma non c’è ancora una vera e propria teoria del perché le liste di controllo funzionino. Una delle ipotesi di Gawande è che alzino la soglia collaborativa in alcune delle situazioni in cui vengono usate. La lista di controllo viene letta di norma non dal pilota ma dal copilota, che viene così responsabilizzato e reso “visibile” al comandante. In una sala operatoria ci sono gerarchie formali e informali che possono ostacolare l’individuazione di un problema (l’infermiere che non osa prendere la parola per segnalare un guanto probabilmente infettato). Affidare la lista di controllo a un anestesista lo valorizza e lo rende più partecipe, e quindi più reattivo nelle eventuali emergenze. Un’altra cosa che non sappiamo è quali situazioni trarrebbero giovamento dall’adozione di liste di controllo. Sappiamo invece che ci sono resistenze straordinarie al loro impiego. Ciascuno di noi è epistemicamente immodesto, pensa sempre di sapere come cavarsela, si fida della propria intuizione. È però strano che si sia accettata la delega epistemica in innumerevoli altri casi – guardiamo l’orologio, non ci fidiamo più di tanto del nostro senso del tempo – e la si rifiuti invece nel caso delle liste di controllo.
June 21st, 2012 § § permalink
Negli ultimi dieci anni quando ho tenuto conferenze e lezioni in vari atenei o sale di istituzioni non accademiche mi sono scontrato con un problema ricorrente e sempre più diffuso di cattivo design. Uno schermo di tela appeso al soffitto viene abbassato per permettere la proiezione… e finisce con il coprire irreparabilmente la lavagna. La cosa più straordinaria è che questo avviene anche quando c’è tutto lo spazio per mettere lo schermo accanto alla lavagna, di solito preesistente e inamovibile. Iniziare la proiezione è come calare il sipario sulla possibilità di fissare un appunto estemporaneo o scrivere una formula o fare un disegno che aiutano il flusso dell’esposizione o – momento ancora più importante – punteggiano lo scambio di domande e risposte con il pubblico, per le quali non è sempre pronta una diapositiva. Le lavagne elettroniche (multimediali, oggi anche tattili) sembrerebbero ridare una seconda vita alla vecchia lavagna, offrendole la possibilità di essere uno schermo e molto di più, nello stile della convergenza tra diversi tipi di supporto. Molte scuole hanno cominciato ad installarle, anche se i dati (inchiesta Censis) non sono necessariamente lusinghieri sull’uso effettivo.
Quale futuro per questi oggetti, e per i loro antenati? C’è una difficoltà che riguarda la velocità del cambiamento tecnologico: le lavagne del 2012 sono molto migliori di quelle del 2010 e costano pure meno, per cui parrebbe razionale essere attendisti e scommettere sulle lavagne del 2014, prima di ritrovarsi con del materiale obsoleto di nascita. Ma vorrei qui sollevare una piccola perplessità sulla ridefinizione dell’insegnamento in una classe equipaggiata con una lavagna elettronica, e al tempo stesso salutare un aspetto felice delle lavagne di ardesia o comunque non elettrificate. La vecchia lavagna non contiene processori, non raddrizza le linee mentre le si tracciano, non fa scorrere diapositive, e non produce suoni; ma soprattutto non ricorda nulla. La sua memoria fisica si dissolve nell’entropia creata dal gesto che cancella. Da una lavagna cancellata non si può risalire a quel che vi si era scritto. E non solo non si può (dato metafisico); è anche evidente a tutti che non si può (dato epistemologico). Il che implica che gli utilizzatori della vecchia lavagna sanno di aver diritto all’errore, o che viene loro concessa una seconda possibilità. La lavagna elettronica è invece abitata da molte memorie, il cui utilizzo non è affatto trasparente per chi la usa. In alcuni casi è certo molto comodo non dover ricopiare la meravigliosa dimostrazione che si è appena squadernato sull’ardesia; basta premere il pulsante “salva la schermata”. Ma a fronte di a questo vantaggio si erige la necessaria domanda su quanto la lavagna possa ricordare di quel che scriviamo; e su chi controlli l’accesso alle informazioni così registrate. Una domanda che può avere una risposta parziale solo se i sistemi di controllo della lavagna, il suo software, sono aperti. Risposta che però resta parziale, dato che occorre la competenza di un ingegnere o di un informatico per decidere delle capacità mnemoniche dell’oggetto.
Questo eccesso di memoria, e di memoria opaca, spezza uno dei tanti fragili fili che uniscono discente e docente e che creano il tessuto della libertà nell’insegnamento e nell’apprendimento. Alla lavagna deve essere possibile fare errori, e dev’essere possibile cancellarli, e si deve sapere che non ne resterà traccia una volta cancellati. Si deve poter fare tabula rasa. Altrimenti non è più una lavagna, ma diventa un’altra cosa; uno spazio certo creativo, che però ospita una creatività formattata e cauta.