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		<title>Migrazione digitale</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 09:02:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rc</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando si parla di migrazione verso il digitale si devono tenere ben presenti due distinzioni importanti. La prima è la distinzione cose e rappresentazioni di cose. Le rappresentazioni (la foto di un panino) possono tutte migrare verso il digitale; invece non tutte le cose sono digitalizzabili (mangiare un panino, per esempio, non lo è). Non [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quando si parla di migrazione verso il digitale si devono tenere ben presenti due distinzioni importanti. La prima è la distinzione cose e rappresentazioni di cose. Le rappresentazioni (la foto di un panino) possono tutte migrare verso il digitale; invece non tutte le cose sono digitalizzabili (mangiare un panino, per esempio, non lo è). Non c&#8217;è una versione digitale del coltello nel senso in cui c&#8217;è una versione digitale della mia firma; i pixel non <i>tagliano</i> nulla. La seconda distinzione è quella tra la digitalizzazione di un&#8217;attività, da un lato, e dall&#8217;altro l&#8217;uso di strumenti digitali per assistere un&#8217;attività che di per sé non ha nulla di digitale. La Wii non ha “spostato il tennis sul digitale”; uno si muove comunque per davvero; solo che nell&#8217;eseguire questi movimenti è aiutato dal controllo offerto dall&#8217;interfaccia della Wii. Non possiamo far migrare l&#8217;alimentazione sul digitale; la rappresentazione del cibo non ci nutre, e ordinare pizze online non è ancora mangiare. Lo smartphone non è un oggetto, è una collezione di oggetti, alcuni dei quali possono eseguire molte attività digitali; non tutte, e non sempre nello stesso modo in cui le eseguiremmo dal vero.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/e2/1921-Corrado-Ricci-cartolina-postale-13-07-1921.fronte.jpg" width="463" height="302" /></p>
<p>Una delle cose che migra più difficilmente verso il digitale è l&#8217;<i>individualità</i>. Voglio fare un semplice esempio. Se ricevo da te una cartolina (di carta, con tanto di francobollo) sono testimone di un atto unico, la cui unicità testimonia l&#8217;investimento che hai messo nell&#8217;eseguire un certo progetto. Hai pensato a me; sei andato a comprare la cartolina e il francobollo; hai preso la penna; hai scritto un pensiero; hai firmato la cartolina; sei andato alla Posta a spedirla. Tutte queste cose possono migrare verso il digitale: la cartolina è già una rappresentazione. Ma una cartolina fisica resta comunque <i>una</i> cartolina fisica, ed è la sua fisicità che ti ha obbligato a tutte quelle complesse e costose attività. Una cartolina digitale è un oggetto astratto, una sequenza di zeri e di uno. Come l&#8217;hai mandata a me, l&#8217;hai mandata forse a dieci altre persone, o l&#8217;hai condivisa sulla tua rete sociale. La cartolina fisica ha un valore di segnale – segnala, a me che la ricevo, quanto ti importi di me – che il suo corrispettivo digitale non ha.</p>
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		<title>Il patrimonio e la sua vita digitale</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 09:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rc</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il patrimonio storico e artistico ci definisce e deve essere preservato; ci definisce anche il fatto che intendiamo preservare il patrimonio. Come avviene per il Droctulft cantato da Borges, che resta colpito dall&#8217;ordine urbano di Ravenna e decide di combattere per la Città, si può anche venir affascinati da un patrimonio e farlo proprio, dando [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il patrimonio storico e artistico ci definisce e deve essere preservato; ci definisce anche il fatto che intendiamo preservare il patrimonio. Come avviene per il Droctulft cantato da Borges, che resta colpito dall&#8217;ordine urbano di Ravenna e decide di combattere per la Città, si può anche venir affascinati da un patrimonio e farlo proprio, dando la vita per proteggerlo. Non è solo la terra degli avi quella che chiamiamo “patria”; forse è ancor più quella dove vorremmo che i nostri figli potessero vivere. Se il patrimonio è fragile ed esposto agli attacchi del tempo e della storia, è importante dedicare delle risorse alla sua conservazione. L&#8217;ontologia del patrimonio è però complessa: una città, una statua, un dipinto, un libro, una canzone, un concerto sono tutti oggetti che ne fanno parte a pieno titolo. Ma alcuni sono oggetti in senso proprio; altri sono eventi; altri aggregati di oggetti;  altri ancora hanno una vita duale – in parte fisica, in parte astratta. La ricerca in fisica, chimica, nelle scienze sociali ci dice che cosa fare per preservare il David o la Gioconda. Del concerto di Bill Evans a Tokyo si può tramandare solo una registrazione. Il testo dei Promessi Sposi – un oggetto astratto – viene ricostruito a partire da manoscritti, che vanno preservati con tecniche materiali; ma una volta consolidato, può vivere una vita anche solo digitale, e il manoscritto ha un interesse in certo senso secondario. Diverso il caso della Gioconda: non considereremmo soddisfacente un progetto di digitalizzazione della pittura italiana del Rinascimento che per risparmiare spazio e costi di manutenzione distruggesse tutto ciò che viene man mano trasferito sul digitale.</p>
<p>Che “spostare tutto il patrimonio sul digitale” sia un progetto da esaminare con cura viene mostrato dal fatto che le retroazioni tra registrazione e cosa registrata sono assai complesse e a volte imprevedibili. Il caso di scuola ci viene fornito dall&#8217;antropologo Jack Goody. Studiando i Lodagaa del Ghana, una popolazione senza tradizione scritta, si era posto il problema se i narratori del mito del Bagre tramandassero a memoria fedelmente il testo. Grazie alla registrazione su nastro magnetico Goody potè dimostrare che una continua reinvenzione è in atto a partire da uno schema di base, anche quando è uno stesso stesso narratore a presentare il mito in due momenti diversi. In effetti la lunghezza del mito supera di gran lunga le capacità di memoria di qualsiasi persona; senza un ausilio scritto è praticamente impossibile memorizzare con precisione delle narrazioni ampie e complesse. Affabulatori piuttosto che attori, quindi. È però avvenuto che le trascrizioni di Goody, che fotografavano soltanto un istante nella vastissima storia della tradizione orale, siano state in seguito utilizzate dai Lodagaa come testo di riferimento! E questo ha spostato gli equilibri sociali: le capacità affabulatorie dei narratori sono entrate in competizione con la possibilità di memorizzare un testo da parte di chiunque avvesse appreso a leggere. La morale è che registrare non significa <i>automaticamente </i>proteggere o preservare. La tradizione scritta ha conferito un vantaggio a chi legge, e annullato il vantaggio di chi sa comporre storie; la composizione delle storie è un&#8217;abilità minacciata. Preservare può anche voler dire distruggere, e la conservazione dev&#8217;essere trattata con grande attenzione.</p>
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		<title>Generazione documentazione</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 08:59:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rc</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rolf Schulmeister: Gibt es eine Net Generation? Version 3.?Hamburg; Dezember 2009, 168 pp. Il prezzo da pagare per l&#8217;uso sconsiderato di slogan di successo nel dibattito pubblico è che si finisce con il creare categorie che non corrispondono a nulla. La conseguenza è fin troppo prevedibile: affascinati dai fattoidi, non riusciamo a vedere i veri [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Rolf Schulmeister: <em>Gibt es eine Net Generation?</em> Version 3.?Hamburg; Dezember 2009, 168 pp.</p>
<p><img class="aligncenter" alt="" src="http://www.zhw.uni-hamburg.de/uploads/schulmeister1.jpg" width="120" height="165" /></p>
<p>Il prezzo da pagare per l&#8217;uso sconsiderato di slogan di successo nel dibattito pubblico è che si finisce con il creare categorie che non corrispondono a nulla. La conseguenza è fin troppo prevedibile: affascinati dai fattoidi, non riusciamo a vedere i veri fenomeni, perdiamo il contatto con la realtà, e proponiamo misure completamente inadeguate. È quello che è avvenuto con la categoria spuria di “nativi digitali”. Ci fa vedere i nostri figli e studenti come dotati di un tipo di “intelligenza” diversa, ci impedisce di capire che cosa è veramente cambiato nelle loro e nostre vite e ci ostacola quando vogliamo gestire (politicamente, o nella vita quotidiana) il cambiamento. Se pensiamo veramente che i nostri figli e studenti non sappiano più fare a meno dello schermo tattile per tessere i loro rapporti con il mondo, possiamo addirittura arrivare a proporre di aumentare il numero di gadget che affollano la loro vita, e non di diminuirlo, come sarebbe invece sensato fare. Se pensiamo che il multitasking sia una categoria psicologica con tutti i crismi non riusciamo poi a progettare interfacce che proteggano l&#8217;attenzione invece di aggredirla. Qui il colonialismo digitale diventa colonialismo cognitivo e si manifesta nella richiesta di far fare alla mente delle cose che la mente non sa fare, e che quindi esegue in modo subottimale e obnubilante.</p>
<p>Dire che una certa categoria è inadeguata e confonde le acque non è ancora dire qual è la buona categoria. Qui avanziamo a tentoni. Rolf Schulmeister, pedagogista dell&#8217;università di Amburgo, ha compilato una rassegna di studi empirici sulla “Net generation”, pubblicata in forma ridotta dalla rivista Qwerty. Rassegna da un lato assai sconfortante intellettualmente, in quanto mostra la scarsissima base fattuale di molte delle tesi oggi in circolazione; e d&#8217;altro lato ottimista, dato che rimette al centro dell&#8217;interesse l&#8217;intelligenza (quella vera) degli studenti.</p>
<p>Quello che mi sembra si debba fare è scostarsi dalla ricerca di una categoria psicologica profonda, per guardare più da vicino alle caratteristiche del comportamento manifesto. Elisa Ly, una studentessa della NYU, ha proposto una interessante categoria descrittiva, quella di Generazione Documentazione. La caratteristica distintiva dei comportamenti digitali degli ultimi anni sarebbe un rapporto stretto con la necessità compulsiva di documentare quello che si sta facendo, quello che si pensa, quello che si intende fare, dove ci si trova. Questa necessità viene proiettata sugli altri, e si traduce in una richiesta a tratti assillante di documentazione rivolta agli altri. Se ci fosse una conferma empirica di questa categoria descrittiva, si potrebbe intervenire in modo più efficace sulle distorsioni che sono sotto gli occhi di tutti, dato che la rinuncia collettiva alla vita privata rende tutti noi prede fin troppo facili di interessi commerciali e politici, e dato che la tecnologia rende automatica, e quindi non più controllata caso per caso, la raccolta dei dati. Dovrebbe venir approntata una normativa. Un&#8217;idea che coltivo da tempo è quella di un bugiardino informatico, ricalcato sul foglietto illustrativo piegato in quattro e scritto in piccolo che si trova nelle scatole dei medicinali. Andrebbe annesso obbligatoriamente alle confezioni di computer, smartphones e apparecchi che si collegano a internet. Dovrebbe presentare tutti i rischi annessi e connessi della raccolta dati e della messa a disposizione di dati personali (dai cookies agli aggiornamenti dei profili), e dovrebbe indicare come riportare a zero tutti i parametri di raccolta dati.</p>
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		<title>Il coltello svizzero</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 08:57:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rc</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un “coltello svizzero” non è solo un coltello, altrimenti non sarebbe un coltello svizzero nel senso che diamo a questo termine. Deve contenere alcune altre cose, una limetta per le unghie, un cavatappi, un cacciavite. Uno smartphone non è solo un telefono, altrimenti non sarebbe uno smartphone. Il cellulare negli negli ultimi vent&#8217;anni ha &#8216;risucchiato&#8217; [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Un “coltello svizzero” non è solo un coltello, altrimenti non sarebbe un coltello svizzero nel senso che diamo a questo termine. Deve contenere alcune altre cose, una limetta per le unghie, un cavatappi, un cacciavite. Uno smartphone non è solo un telefono, altrimenti non sarebbe uno smartphone. Il cellulare negli negli ultimi vent&#8217;anni ha &#8216;risucchiato&#8217; vari oggetti. La lista è lunga: metronomo, radio, agenda (che viene divorata anche dal palmare che a sua volta viene divorato dal cellulare), indirizzario (idem), cartina geografica, console di gioco, torcia elettrica, macchina fotografica (che diventa prima digitale e poi viene divorata, ecc.), matita, puntatore laser, proiettore LCD, telecomando, orologio, radiosveglia&#8230; L&#8217;arguzia di Lichtenberg resa famosa da Wittgenstein (“Il coltello senza lama, di cui abbiamo smarrito il manico”) non avrebbe facile presa in un mondo multifunzione.<br />
Ci sono oggetti che si ritrovano ad avere accidentalmente una doppia funzione. Per esempio, posso usare il mio zaino come fermaporta. Ma si tratta pur sempre di uno zaino, e non di un fermaporta. Le intenzioni di chi ha progettato lo zaino sono definitorie e vincono rispetto alle intenzioni dell&#8217;utilizzatore: anche se tutti usassimo gli zaini come fermaporte, sempre, si tratterebbe pur sempre di zaini usati come fermaporte, e non di fermaporte.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="http://www.trendbird.biz/attach/1/1142118298.png" width="393" height="407" /></p>
<p>Esistono oggetti che hanno più funzioni in maniera non accidentale, ma secondo progetto? Dipende da che cosa consideriamo come un oggetto. Posso creare un martello cacciavite, o una maniglia cavatappi? La tesi che mi sento di difendere è che gli unici veri oggetti multifunzione sono quelli le cui diverse funzioni sono servite dalla stessa forma e materia. Per esempio, il muro di casa isola al tempo stesso dall&#8217;aria e dalla luce. La forma e la struttura del muro fanno due cose al tempo stesso (e forse anche di più, dato che il muro isola anche dalla pioggia). Un orologio solare indica contemporaneamente il tempo e la latitudine. Se guardiamo da vicino questi esempi, notiamo che in alcuni casi l&#8217;identità di forma e materia vincola le funzioni: l&#8217;orologio solare no può indicare l&#8217;ora senza indicare al tempo stesso la latitudine. Ma non sempre è così: un muro che isola dall&#8217;aria non deve anche isolare dalla luce (potrebbe essere costruito in vetrocemento.)</p>
<p>E il coltello svizzero, e lo smartphone? Dal nostro punto di vista non sono veramente “oggetti”, sono in realtà collezioni di oggetti. Ciascuna delle loro varie funzioni viene assistita da una forma diversa. E difatti il coltello svizzero contiene tanti diversi strumenti. Lo chiamiamo “coltello” per via della sua funzione principale, o per ragioni storiche. È per ragioni storiche che chiamiamo “telefono” uno smart“phone”. Ma per lo smartphone si pone un problema ancora diverso, perché accanto all&#8217;aspetto coltello svizzero (radio, lampada, schermo, ecc.) c&#8217;è anche la fungibilità dell&#8217;hardware rispetto ai programmi ospitati.</p>
<p>Quando ci si chiede se lo smartphone passerà il test del tempo si sta forse compiendo un errore categoriale? Non parliamo infatti qui di un oggetto, ma di una moltitudine di oggetti. È vero che, come ricordava Wittgenstein, siamo alla ricerca di sostanze per sostantivi, di cose dietro ai nomi. Possiamo anche pensare che lo smartphone abbia sostituito il palmare (chi si ricorda di questo oggetto? anch&#8217;esso un composito), o che il palmare si sia evoluto diventando uno smartphone. La “vittoria” dello smartphone è quindi in realtà la vittoria di una collezione rispetto a un&#8217;altra: più inclusiva, o più pertinente.</p>
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		<title>L&#8217;analogia al cuore del pensiero (con un occhio al tubetto di dentifricio)</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Apr 2013 13:29:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rc</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vorrei coniare un nuovo nome: &#8216;mammouta&#8217;. Un (o una) mammouta è una &#8216;celebrità finita nell&#8217;oblio: e solo all&#8217;annuncio del suo decesso si viene a sapere che era ancora in vita&#8217;. Vorrei coniarne un altro: &#8216;precentrare&#8216;, che si applica alla &#8216;fastidiosa azione di premere al centro il tubo di dentifricio ancora pieno, suscitando (come al solito) [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei coniare un nuovo nome: &#8216;mammouta&#8217;. Un (o una) <em>mammouta</em> è una &#8216;celebrità finita nell&#8217;oblio: e solo all&#8217;annuncio del suo decesso si viene a sapere che era ancora in vita&#8217;. Vorrei coniarne un altro: &#8216;<em>precentrare</em>&#8216;, che si applica alla &#8216;fastidiosa azione di premere al centro il tubo di dentifricio ancora pieno, suscitando (come al solito) la riprovazione del coniuge&#8217;. Non abbiamo nomi per queste categorie, ma si tratta di categorie del tutto <em>stabili. </em>Perché mai sono rimaste orfane? A ben vedere, per altre categorie stabili ma altrettanto complicate abbiamo pur coniato dei nomi. Quella di <em>smarcarsi</em> è un&#8217;azione complessa che richiede una lunga descrizione (&#8216;sottrarsi al controllo di un calciatore avversario in modo da poter venir individuato come un possibile ricevente di un passaggio da parte di un compagno di squadra&#8217;). La <em>vergogna</em> è l&#8217;ultimo boccone di un piatto di leccornie che è a disposizione di almeno due persone, boccone che per buona educazione nessuno dovrebbe toccare. Perché queste cose o azioni hanno un nome, e altre no?</p>
<p>Douglas Hofstadter e Emmanuel Sander dedicano un capitolo del loro libro sull&#8217;<em>Analogia</em> alle categorie non lessicalizzate. Ho inventato il nome di &#8216;mammouta&#8217; per il primo esempio della loro lista esilarante, dal quale scelgo qualche altro caso: “le cose per le quali ci sentiamo autorizzati ad alleggerire un amico senza dirglielo (un elastico, una graffetta); la categoria cugina delle cose che si possono prendere in prestito da un amico senza domandare, ma che gli verrano rese in seguito (una penna, un accendino); le persone che insistono per viaggiare nel senso di marcia; gli o le “ex” di cui si è rimasti amici; i cibi che sono più buoni quando vengono riscaldati; i nostri amici di una volta cui non abbiamo più nulla da dire; le cose che ci si dimentica sempre di comprare quando si va al supermercato (farina, sale, dentifricio, ecc.); i piatti che si possono mangiare con le mani (patatine fritte, cosce di pollo, pizze); gli omonimi delle persone celebri; le persone il cui nome è identico al cognome”.</p>
<p>Sono categorie stabili nel senso che da un lato, pur essendo complicate, hanno una certa ragion d&#8217;essere (non sono come il concetto di &#8216;blerde&#8217; inventato da Nelson Goodman). E d&#8217;altro lato, se ci pensate un attimo, vi sembrerà di aver inquadrato delle persone o delle cose in una di queste categorie in passato (“Un mio compagno di classe si chiamava Benedetto Croce, ma ti pare un nome da dare a un bambino?”) Il cuore dell&#8217;argomento di Hofstadter e Sander è che in mille situazioni della vita facciamo ricorso alle <em>analogie</em> per riuscire a pensare, utilizzando come materiale tutto quello che la memoria ci mette a disposizione; e la memoria stessa crea dei contenitori in base alle analogie che rileva tra una situazione e l&#8217;altra. Ma abbiamo abbiamo bisogno di moltissimi concetti per poter effettuare questo esercizio; troppi per poter dare un nome a tutti. Quello delle categorie non lessicalizzate è uno dei tanti depositi cui attinge la fabbrica della mente. (E la categoria di <em>precentrare</em>? Il nome l&#8217;ho inventato io, ma sfido chiunque a negare di averci pensato almeno una volta nella vita.)</p>
<p>D. Hofstadter, E. Sander, Surfaces and Essences: Analogy As the Fuel and Fire of Thinking, New York, Basic Books, 2013.</p>
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		<title>Tecnologie di transizione</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Mar 2013 11:26:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rc</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una società di backup online, Mozy, ha commissionato un sondaggio riguardo alle cose che non facciamo o non faremmo più per via del cambiamento tecnologico. Come capita con tutti i sondaggi dichiarativi i risultati vanno presi cum grano salis, ma ci dicono qualcosa di interessante. Scelgo alcune attività considerate obsolete dai sondati: far asciugare i panni [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Una società di backup online, <a href="http://mozy.com/">Mozy</a>, ha commissionato un sondaggio riguardo alle cose che non facciamo o non faremmo più per via del cambiamento tecnologico. Come capita con tutti i sondaggi dichiarativi i risultati vanno presi <i>cum grano salis</i>, ma ci dicono qualcosa di interessante. Scelgo alcune attività considerate obsolete dai sondati: far asciugare i panni al sole, andare in banca per gestire i nostri risparmi, comprare un quotidiano in edicola, collezionare cd, consultare una cartina prima di mettersi in viaggio, usare l&#8217;elenco del telefono, acquistare pellicole fotografiche, comprare macchine fotografiche usa e getta, scrivere a mano lettere o appunti, guardare i programmi televisivi alle ore di emissione, firmare assegni, tenere un diario, spedire un fax, fare acquisti al mercato delle pulci. Non ci vuole molta immaginazione per farsi un&#8217;idea dei sondati, certo non rappresentativi della popolazione mondiale; e non mancheranno le perplessità sul potenziale conflitto di interessi del committente: dato che molte di queste attività si sono spostate sul digitale, ci vien detto implicitamente di non dimenticarsi della sicurezza dei dati, di pensare a dei backup regolari e sicuri, che sono poi quanto il committente offre. Ciò detto, il tema del sondaggio ci pone una piccola sfida intellettuale. Le cose che non facciamo più per via della tecnologia sono in realtà cose che <i>facevamo</i> per via della tecnologia. I fax e le pellicole fotografiche e le cartine geografiche e la televisione <i>sono</i> tecnologie. Non è quindi la tecnologia in sé a fare la differenza, quanto la trasformazione tecnologica.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://i1.wp.com/theultralinx.com/wp-content/uploads/2013/01/50-Things-We-Dont-Do-Anymore-Because-of-Technological-Advancement.jpg?resize=864%2C3207"><img class="aligncenter" alt="" src="http://mozy.com/blog/wp-uploads/2013/01/50-Things-Technology-Has-Taken-Over-3.jpg" width="553" height="2053" /></a></p>
<p>Viene spontaneo invocare una categoria, quella di “tecnologia di transizione”, per descrivere gli apparecchi che hanno una vita più o meno breve, e che sono stati sostituiti in modo più o meno definitivo da altri apparecchi. Il rischio insito nel concetto di tecnologia di transizione è la banalità. Tutte le tecnologie potrebbero essere delle tecnologie di transizione; così come la lettera è stata sostituita dal fax e il fax è stato sostituito dall&#8217;email, l&#8217;email verrà sostituito da sistemi di comunicazione nuovi come quelli usati dalle reti sociali, e via dicendo. La nozione di tecnologia di transizione è informativa soltanto se ci sono delle tecnologie che non sono di transizione; se ci sono dei punti di arrivo insuperati. Diventa allora interessante guardare di nuovo i risultati del sondaggio per vedere quali tecnologie <i>non</i> vengano elencate (augurandosi che non vi siano troppi falsi negativi). Noto tre magnifici assenti: la lettura dei libri di carta, l&#8217;andare in bicicletta, e l&#8217;usare una vela per muoversi sul mare. Nissim Taleb ha proposto una regola empirica per la sopravvivenza di una pratica o una tecnologia: ciò che ci accompagna da più di cinquant&#8217;anni è destinato ad accompagnarci per ancora un bel po&#8217;; la maggior parte delle cose nuove sono invece condannate all&#8217;obsolescenza rapida. Continuiamo a leggere libri stampati ma non leggiamo più e probabilmente non potremmo più nemmeno più riuscire a decodificare i testi scritti in Wordstar o in WordPerfect. La morale da trarre per chi vuole destinare grandi risorse all&#8217;informatizzazione della scuola è abbastanza cruda. Investire in tecnologie che sono sicuramente transitorie non regge il confronto con l&#8217;investimento in quelle che passano egregiamente il test del tempo: la carta stampata, la tradizione orale.</p>
<p>Va anche detto che il ciclo di vita delle tecnologie non segue necessariamente una parabola; ci possono essere dei ritorni di fiamma inattesi. Le Polaroid, che permettevano di avere foto su carta pochi istanti dopo lo scatto, sembravano condannate in un mondo di foto digitali. Gli <a href="http://www.kickstarter.com/projects/impossible/impossible-instant-lab-turn-iphone-images-into-rea">Impossible Labs hanno comprato quel che resta della Polaroid e prodotto un&#8217;interessante ibrido</a> che permette di stampare foto analogiche a partire dal visore di uno smartphone. Non si deve pensare al cambiamento tecnologico come a qualcosa di ineluttabile, altrimenti si perdono le possibilità creative nascoste nelle pieghe del passato.</p>
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		<title>La smaterializzazione del denaro</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Feb 2013 09:14:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rc</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Michel Pinçon et Monique Pinçon-Charlot, L&#8217;argent sans foi ni loi, Coll. Conversations pour demain, Textuel, 2012, 92 p., 12 euro. La mia banca mi propone uno scambio: accesso online a dieci anni di movimenti sul conto in cambio della “smaterializzazione” degli estratti conto. Tutto su internet, ma solo su internet. Da un lato avrei accesso [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Michel Pinçon et Monique Pinçon-Charlot, <em>L&#8217;argent sans foi ni loi</em>, Coll. Conversations pour demain, Textuel, 2012, 92 p., 12 euro.</p>
<p>La mia banca mi propone uno scambio: accesso online a dieci anni di movimenti sul conto in cambio della “smaterializzazione” degli estratti conto. Tutto su internet, ma solo su internet. Da un lato avrei accesso tramite il mio pc di casa o il mio smartphone a tutto quello che ho fatto (o subìto) sul mio conto, e che adesso vedo solo attraverso una finestra di qualche mese); d&#8217;altro altro il pc e lo smartphone finirebbero con l&#8217;essere il mio unico accesso. Ho gentilmente ma fermamente declinato l&#8217;offerta con l&#8217;argomento che esistono dei limiti alla smaterializzazione.</p>
<p><a href="http://shadowes.org/24/wp-content/uploads/2013/02/3060.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-908" alt="3060" src="http://shadowes.org/24/wp-content/uploads/2013/02/3060-162x300.jpg" width="162" height="300" /></a></p>
<p>La smaterializzazione delle transazioni è un altro tassello nel processo di colonizzazione digitale che investe il libro, la scuola, i sistemi di voto, e gli scambi sociali. Come raccontano molto bene Michel Pinçon et Monique Pinçon-Charlot, la storia della moneta è una storia metafisica, di progressiva perdita di concretezza. Il denaro non è un oggetto concreto, la sua storia non ha fatto che rivelare progressivamente questa natura profonda. E l&#8217;ontologia del denaro è un tema di un certo successo nei dipartimenti di filosofia. John Searle vi aveva incardinato la sua teoria della costruzione del mondo sociale. Senza un vasto insieme di promesse, di credenze individuali condivise (alcune delle quali riguardano il credere e il voler credere alle promesse) nessun cameriere accetterebbe di servirvi un&#8217;aranciata in cambio del pezzo di carta colorato che voi estraete con nonchalance dal portafoglio. Ma visto che sono le promesse e le credenze condivise quello che importa, i pezzi di carta colorata si sono rivelati fungibili; la vostra banca non ha forzieri pieni di liquidi ma si limita a registrare su un database i movimenti del vostro conto. (Le riserve della vostra banca sono una peraltro frazione dei depositi bancari; secondo il regolamento di Basilea 1 questa frazione non deve essere inferiore al 2%.) I vostri ricavi o guadagni o stipendi o rendite si manifestano attraverso la cancellazione di alcuni numeri dal database dei vostri debitori, e riscritture degli stessi numeri sul database che vi corrisponde.</p>
<p>Se la banconota è diventata decorativa, non lo è il lasciare tracce. Non solo per una una questione di memoria. In linea di principio una società formata da individui con vaste capacità mnestiche potrebbe fare a meno di trascrivere debiti e crediti. Gli allibratori clandestini, cui non conviene rilasciare ricevute, tengono a mente decine di puntate. Ma la loro è un&#8217;economia speciale, in cui la fiducia va di pari passo con la violenza e in cui l&#8217;arbitrio non è certo un rischio che chi scommette può prendere a cuor leggero. Per tutti gli altri la traccia è non solo memoria ma anche e soprattutto disponibilità di una verifica. È stato l&#8217;estratto conto a permetermi di verificare che qualcuno aveva clonato la mia carta di credito. Mi si dirà, che differenza c&#8217;è tra verificare online dal tuo pc e verificare sul pezzo di carta che ti spedisce la banca ogni mese? La differenza principale riguarda l&#8217;asimmetria informazionale che esiste tra me e la mia banca. La banca è un “terzo” nel contenzioso tra me e il clonatore di carte di credito. Non sarebbe più un terzo se un contenzioso mi opponesse a lei.</p>
<p>Se pure il denaro diventa sempre più astratto e meno legato a registrazioni fisiche, non ne segue che queste siano irrilevanti per la sua natura. Posso pagare con contanti o assegni o carta di credito, e quindi nessuno di questi sistemi è necessario per pagare; ma non ne segue che non sia necessario nulla. E se non basta lasciare tracce, deve anche trattarsi di tracce facilmente accessibili e il cui funzionamento sia comprensibile a chiunque. Chiunque sia in grado di fare una somma può ricostruire la sua storia bancaria usando gli estratti conto stampati. Ma solo chi si destreggia con l&#8217;informatica e ha accesso al sistema informatico di un istituto di credito può valutare se gli algoritmi usati sono corretti e leali. Se è importante lasciare tracce, si deve anche valutare la qualità e la natura delle tracce che si lasciano.</p>
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		<title>L&#8217;impossibile e-democracy</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Feb 2013 10:36:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rc</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel 2006 l&#8217;allora primo ministro francese propose di trasmettere in diretta televisiva le sessioni del Consiglio dei Ministri. Si trattava, nella sua dichiarazione, di una operazione trasparenza: i cittadini avrebbero potuto vedere in diretta il funzionamento della democrazia. Sarebbe stato un modo di colmare il fossato epistemologico tra il popolo e i suoi rappresentanti. Ma [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2006 l&#8217;allora primo ministro francese propose di trasmettere in diretta televisiva le sessioni del Consiglio dei Ministri. Si trattava, nella sua dichiarazione, di una operazione trasparenza: i cittadini avrebbero potuto vedere in diretta il funzionamento della democrazia. Sarebbe stato un modo di colmare il fossato epistemologico tra il popolo e i suoi rappresentanti. Ma ha senso pensare di rendere tutto trasparente? I paladini della web-democracy sarebbero probabilmente i primi a sottoscrivere la proposta. In fondo, i forum politici, le votazioni online, le discussioni sulle liste sono l&#8217;esempio stesso della trasparenza: tutto quello che uno dice e pensa è disponibile a tutti i membri del forum, e basta un semplice copia e incolla per portare a conoscenza dell&#8217;intero web qualsiasi proposta o decisione, che resta consegnata alla storia. Sembrerebbe esserci una virtù in questo modo di procedere: sapendo che tutti ti tengono gli occhi addosso, farai molta attenzione a quello che dici. Alcuni parlano addirittura di un sigillo della democrazia del Terzo Millennio. </p>
<p>Ma è proprio vero? Ci sono istituzioni antiche, come le riunioni a porte chiuse, che continueranno ad accompagnarci per parecchio tempo. Proprio le riunioni a porte chiuse, coperte dal segreto, in cui le discussioni non sono trascritte o registrate, e la cui scomoda sintesi è affidata a un comunicato consensuale. Pensiamoci un attimo. State lavorando con una controparte ostica su un problema complesso e controverso. Se sapete che solo i vostri interlocutori vi ascoltano, e che non resterà traccia, vi lasciate andare; al limite dite cose che in altri contesti sembrerebbero delle sciocchezze o sarebbero inammissibili per i vostri stessi soci, là fuori. Ma dire sciocchezze, e dirne pure tante, è un segno di creatività. Se fai cinquanta proposte strane, può venirne fuori quella che fa veramente avanzare le cose. Se invece il livello delle tue proposte è commisurato alla tua percezione di come saranno attese al varco dai tuoi soci là fuori, non ne uscirà niente di interessante.</p>
<p>In realtà le riunioni a porte chiuse servono a proteggere i rappresentanti del tuo partito non tanto dalle critiche del partito avverso; quanto dalle critiche di quelli del tuo partito. Devi poter fare delle proposte che come tali la tua parte (non la tua controparte) non accetterebbe. Il diritto all&#8217;oblio aiuta la conversazione. Se vuoi fare dei passi avanti insieme al tuo interlocutore, hai anche interesse al fatto che non sia delegittimato dal suo partito, e una piccola fuga di notizie può riportare tutti alla casella di partenza.<br />
Qui misuriamo un chiarissimo e insormontabile limite della e-democracy. La partecipazione democratica è certo incoraggiata dalla possibilità di partecipare a forum di discussione, di inviare messaggi alle liste, di pubblicare sui blog, di mobilitare l&#8217;opinione pubblica. Ma la costruzione democratica ha bisogno di spazi di invisibilità e di oblio. Se il livello delle tue proposte è commisurato alla tua percezione di come saranno attese al varco dall&#8217;ultimo dei troll su una mailing list, ne uscirà, al più, qualcosa che va bene all&#8217;ultimo dei troll su una mailing list. </p>
<p>In fin dei conti la trasparenza rende le riunioni qualcosa di molto diverso, le rende delle tribune. Per questo non risultano grandi passi avanti, grandi proposte costruttive uscite dai talk show politici. In quelle sedi si parla di politica e si parla ai propri elettori, ma non si fa politica.</p>
<p>Fare politica è uscire insieme dai problemi. Questo significa cercare delle sintesi. Ma le sintesi non sono dei punti di arrivo che devono piacere a tutti; e difatti di solito scontentano un po&#8217; tutti. Le sintesi sono dei punti di partenza. Servono a chiudere tutte le discussioni, a farle dimenticare, per andare avanti. Nella e-democracy in cui resta traccia di tutto le sintesi sono impossibili, ed è quindi impossibile la politica.</p>
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		<title>La balla dei nativi digitali</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Feb 2013 10:32:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rc</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo aver tanto sentito parlare di “nativi digitali” è giunto il momento di introdurre nel dibattito una nuova categoria, quella dei coloni digitali. I coloni digitali hanno una missione intellettuale: fornire pezze d&#8217;appoggio alla penetrazione della tecnologia digitale in aree che per il momento ne sono libere, in primis la scuola. Lodano sperticatamente le iniziative [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo aver tanto sentito parlare di “nativi digitali” è giunto il momento di introdurre nel dibattito una nuova categoria, quella dei <em>coloni digitali</em>. I coloni digitali hanno una missione intellettuale: fornire pezze d&#8217;appoggio alla penetrazione della tecnologia digitale in aree che per il momento ne sono libere, in primis la scuola. Lodano sperticatamente le iniziative concitate di ministri che hanno fretta (permettere l&#8217;acquisto disgiunto dei testi scolastici in formato elettronico), parlano di “rivoluzione epocale”, la paragonano a quella di Gutenberg, nientemeno, addirittura e incredibilmente lamentano la “scarsa attenzione” dei media alla novità. Avanzano argomenti eterogenei come il risparmio di carta, la smaterializzazione, la necessità di collegare la scuola alla società; dato che là fuori tutti userebbero ormai l&#8217;iphone o omologhi, deplorano che la scuola resti al palo, rischi di perdere il treno elettronico. Giustamente incerti sulla forza retorica di queste considerazioni, non esitano a invocare come un mantra categorie ambigue che ritengono scientifiche, come quella dei nativi digitali. In assenza completa di dati a loro favore, ci frastornano di aneddoti: i nativi digitali “hanno spesso poche motivazioni a stare in classe: Uno di loro, su un blog, ha scritto recentemente un [sic] frase emblematica: &#8216;Se la noia fosse un fossile la scuola sarebbe un museo&#8217;” (Pirani).</p>
<p>Ma i nativi digitali non esistono: non nel senso in cui si interpreta di solito questa ambigua descrizione, non nel senso molto preciso in cui si parla di madrelingua. Ci sono invece bambini che sono stati abituati a interagire con degli schermi e delle interfacce elettroniche di varia natura. Questa è una semplice e controversa abitudine, non l&#8217;alba di una nuova specie (che diamine, è stato detto anche questo (Ferri): una nuova specie, gli alieni sono tra noi). Non si accompagna nemmeno a chissà quali nuove e straordinarie competenze, non dà luogo a una specifica “intelligenza digitale”, e gli stessi coloni hanno qualche difficoltà a dirci precisamente che cosa siano le caratteristiche specifiche di questa pretesa novità psicologica.<br />
E poi, se anche fosse? Se l&#8217;abitudine fin da piccoli alla playstation facesse veramente sì che i bambini e gli adolescenti si annoino a stare in classe? Ebbene, chiediamoci qual è il male, quale il rimedio. Qui i coloni digitali ringhiano ancora di più, perché loro sì che lo sanno: la colpa sarebbe degli insegnanti, troppo vecchi, quindi refrattari alla “trasformazione”. Non sarebbero in grado di adattarsi alle abitudini dei nativi, stampano le email, non stanno su facebook e bisogno dir loro come accendere la lavagna elettronica, sono dei bradipi “gutenberghiani”. Non ci fosse di mezzo l&#8217;avventura difficile di una categoria di lavoratori mal pagati che fanno un lavoro eroico per i nostri figli, verrebbe voglia di fare qualche commento ironico su codesti argomenti. Suvvia. L&#8217;abitudine a cioccolatini e caramelle non fa sì che i bambini trovino frutta e verdura noiose? L&#8217;abitudine a stare in poltrona non vi fa trovare fastidioso l&#8217;esercizio fisico? L&#8217;abitudine a dire parolacce e a non usare i congiuntivi non farà trovare noioso il modo compìto di parlare della prof di italiano? Possiamo anche decidere di abolire ginnastica, dietologi dalle mense scolastiche, e sinanco il congiuntivo a lezione.</p>
<p>La controprova flagrante che quella dei nativi digitali è una favola viene dai nonni digitali. Guardatevi intorno: gli alieni sono veramente tra noi. La signora attempata che in autobus fa scorrere il dito sullo schermo tattile dello smartphone, nonno Paolo che fa skype e babysitting a distanza, la zia Pina che programma il navigatore per andare a trovare un cugino a Lecco, la mamma amorosa di Campobasso che grazie alla rete fa consegnare a domicilio la spesa al figlio studente a Magonza. Pensateci un momento. Siete Apple o Samsung o Sony o Google. Il vostro target è l&#8217;universo mondo. Non vi bastano certo i bambini e gli adolescenti. I vostri prodotti sono fatti per essere usati anche da un bambino, certo: è la frontiera del design totale, che rende la tecnologia trasparente. Se esistesse una specifica intelligenza digitale che solo i nativi hanno, il dipartimento di ricerca e sviluppo di tutti questi Lord Digitali chiuderebbe dall&#8217;oggi al domani.</p>
<p>I coloni credono fortissimamente che la tecnologia migliorerà la resa scolastica. Ma i rari studi disponibili mostrano che gli incrementi dei risultati scolastici (una delle poche cose misurabili, non parliamo mica ancora dello sviluppo morale e intellettuale delle persone) laddove si usano le tecnologie a scuola hanno due tristissime caratteristiche: sono marginali, e sono correlati con le categorie socioeconomiche. Se vieni da un ambiente culturalmente ricco – e magari ti hanno fatto leggere libri e fatto suonare uno strumento invece che darti il tranquillante della playstation – poi quando hai a disposizione le tecnologie fai faville. Perché? Perché le avresti fatte comunque. Come ha detto Kentaro Toyama (Berkeley): non ci sono scorciatoie tecnologiche per un&#8217;educazione di qualità.</p>
<p>I coloni digitali hanno bisogno della favola dei nativi digitali per il loro vasto progetto di penetrazione tecnologica fine a se stessa. L&#8217;inventore del termine (Prensky) non è uno psicologo o un sociologo, è uno che produce videogiochi. Ma la favola è soltanto una favola. La riflessione sulla scuola, sul suo ruolo nella società, e soprattutto sul suo ruolo nella vita delle persone, merita di meglio.</p>
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		<title>Povertà e irrazionalità</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Nov 2012 16:28:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rc</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anuj K. Shah, Sendhil Mullainathan, Eldar Shafir, Some Consequences of Having Too Little, Science, 338, 2 novembre 2012. Cesare Zavattini aveva intitolato uno dei suoi libri “I poveri sono matti”. Molta ricerca sociologica ed economica degli ultimi cinquant&#8217;anni ha messo in luce che la povertà chiama la povertà: chi ha poche risorse è spesso intrappolato [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Anuj K. Shah, Sendhil Mullainathan, Eldar Shafir, <em>Some Consequences of Having Too Little</em>, Science, 338, 2 novembre 2012.</p>
<p>Cesare Zavattini aveva intitolato uno dei suoi libri “I poveri sono matti”. Molta ricerca sociologica ed economica degli ultimi cinquant&#8217;anni ha messo in luce che la povertà chiama la povertà: chi ha poche risorse è spesso intrappolato in schemi di pensiero non ottimali, se non addirittura irrazionali, come contrarre debiti svantaggiosi il cui rimborso renderà ancora più difficile sottrarsi all&#8217;indigenza. Le spiegazioni sociologiche di questi comportamenti parlano di un ambiente sfavorevole– per esempio, educativo o sanitario – che tende a promuovere comportamenti irrazionali e autolesionisti. Ci sono anche delle spiegazioni psicologiche che suonano come condanne: i poveri sarebbero poveri per via di certi tratti della loro personalità, come l&#8217;impulsività. Uno studio di Shan, Mullainathan e Shafir (due psicologi cognitivi e un economista; Mullainathan ha creato una interessante no profit, ideas42) suggerisce che le cose vadano diversamente: è la povertà stessa a causare i comportamenti irrazionali. E non, si badi, uno specifico tipo di povertà, ma la povertà in genere. Secondo questa teoria, avere poco sposta la focale dell&#8217;attenzione sulle cose urgenti e salienti e impedisce di prendere in considerazione i fattori che condizionano gli effetti a lungo termine delle proprie scelte. Una verifica sperimentale in scala ridotta della teoria viene dal comportamento di soggetti messi a giocare in varie condizioni che distinguono “ricchi” e “poveri”. Alcuni hanno a disposizione più colpi o più tempo di altri; alcuni possono prendere in prestito colpi o tempo, a differenza di altri, e con tassi di interesse diversi. I poveri fanno invariabilmente più attenzione a ogni singolo colpo (hanno risultati migliori dei ricchi): la loro attenzione viene sollecitata dall&#8217;indigenza. Ma è una vittoria di Pirro, perché l&#8217;attenzione ha un tetto e quindi viene sottratta ad altri compiti, come la pianificazione. E infatti i poveri prendono in prestito colpi o tempo più facilmente e a condizioni più svantaggiose, e finiscono con l&#8217;avere a lungo termine i risultati peggiori – diventano ancora più poveri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come ho detto, l&#8217;indigenza di cui parla l&#8217;articolo è generica, non riguarda un caso specifico di povertà. Da un lato per questa ragione la spiegazione è in controtendenza rispetto alle ipotesi sociologiche. D&#8217;altro lato ci permette di osservare da vicino la forma moderna e diffusa di indigenza nelle società ricche, la mancanza cronica di tempo generata dal sovraccarico informazionale. Nella società dell&#8217;informazione siamo tutti &#8211; illusoriamente &#8211; ricchi (di informazioni) ma diventiamo cronicamente poveri (di tempo). Ma basta essere poveri su una dimensione per essere poveri tout court, e prendere quindi decisioni che ci rendono ancora più poveri. Non ci curiamo dei backup di routine e ci ritroviamo impreparati di fronte al collasso del computer. Rispondiamo in tempo reale a chat e e mail e arriviamo impreparati all&#8217;interrogazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Probabilmente qualche spiegazione sociologica o antropologica ci manca ancora per capire com&#8217;è possibile che i ricchi, pur essendo poveri su una qualche dimensione (in fondo gli AD di ditte importanti passano di riunione in riunione, non hanno mai tempo) riescano comunque a cavarsela bene. Una possibilità è che comprano il lavoro attenzionale degli altri, delegando. Come diceva qualcuno, coniando il miglior antiproverbio di sempre, <em>il denaro è tempo</em>. In questo senso i ricchi hanno fatto un&#8217;invenzione istituzionale, che potremmo cercare di imitare per difenderci dall&#8217;overflow informazionale. La resistenza deve partire dal riconoscimento delle confusione persistente tra <em>disponibilità</em> e <em>rilevanza</em> dell&#8217;informazione. Dal fatto che un&#8217;informazione sia facilmente accessibile non segue affatto che sia rilevante. Certo, qui hanno facile gioco i lord digitali, che ci promettono di “mettere ordine nell&#8217;informazione del mondo”, e finiscono con il catturare, a scopi non certo nobili, le nostre deleghe decisionali.</p>
<p>&nbsp;</p>
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