E in America le elezioni sono finite in un buco

November 26th, 2000 § 0 comments § permalink

Che cos’è un voto? Un numero, un’azione, il risultato di un’azione? La battaglia legale intorno al conteggio dei voti in Florida sta sconfinando in una controversia ontologica sulla natura dei voti. Da dove nasce il problema? Un sistema elettorale – come tutte le pratiche conoscitive che danno un risultato quantitativo – ha un margine d’errore.

Partiamo dai voti come numeri. Nel caso della Florida, l’imperfezione del sistema viene comprovata dal fatto che i due conteggi finora eseguiti hanno dato risultati diversi: una differenza rispettivamente di 1.700 voti e una differenza di 300 voti. Qualcuno si è sicuramente sbagliato a contare. Ora, accade che il margine d’errore sembra essere maggiore della differenza tra i voti dei due candidati. Quantomeno il margine di errore è di 1.400 voti, quasi cinque volte la distanza tra Bush e Gore. Questi numeri ci dicono che il sistema elettorale non è in grado di “vedere” bene la differenza tra Bush e Gore. È un po’ come un paio di occhiali da miope che non correggono abbastanza e non ci permettono di distinguere cose troppo piccole a una certa distanza. Un ulteriore conteggio che risultasse favorevole a Gore potrebbe peggiorare le cose. Se Gore sorpassasse Bush di cento voti, il margine d’errore del sistema passerebbe a milleottocento voti, diciotto volte la differenza di voti!

In queste situazioni limite le discussioni abbandonano il voto come numero e passano al voto come azione individuale. Il sistema elettorale non riesce a vedere la differenza tra i due candidati, e questo vuol dire che non riesce a vedere la volontà del singolo elettore. Gli elettori protestano, e gli ufficiali elettorali sono costretti a scendere nel dettaglio di ogni singola scheda elettorale per certificare l’intenzione del singolo elettore. In questo spostamento dai grandi numeri alle proprietà di ogni scheda individuale nascono nuove questioni (è stata punzonata correttamente? Il buco è più vicino al nome di Bush o a quello di Buchanan? Ci sono due buchi: si tratta di un pentimento?), entra in gioco la valutazione soggettiva che comporta un elemento di arbitrio, e si è obbligati a ridiscutere i criteri e gli standard. Per inciso, anche un conteggio meccanico è in certa misura soggetto all’arbitrio. La macchina è stata progettata da un essere umano che ha una certa teoria di che cosa conta come un buco valido in una scheda, e quindi accetta implicitamente una certa metafisica, una visione del mondo, come un qualsiasi sistema cognitivo non artificiale.

Per risolvere il problema ci piacerebbe poter intervistare ciascun votante e chiedergli se quello che noi leggiamo sulla sua scheda corrisponde a quello che intendeva esprimere. Ma naturalmente questo snatura il processo del voto, dato che il votante potrebbe aver cambiato idea nel frattempo, e i pentimenti non dovrebbero essere ammessi. Purtroppo non abbiamo nessun modo di decidere che cosa conta come un voto se non guardando al risultato di un’azione di votare. Un conteggio fa parte integrante di un sistema elettorale. Ma un conteggio non ha una prerogativa di purezza matematica, è un processo fisico o sociale, e come tale sottoposto all’approssimazione e al l’errore. L’illusione di chi vota è che la matematica garantisca una rappresentazione adeguata delle sue opinioni. Sappiamo da molto tempo grazie a svariati paradossi del voto che dobbiamo ridimensionare questa illusione. Il paradosso del voto nasce dal fatto che è irrazionale andare a votare dato che un singolo voto fa una differenza solo nel caso improbabile in cui ci sia la parità assoluta tra i campi opposti. Il paradosso nasce dal fatto che il ragionamento non fa una grinza, ma se tutti ragionassero così non ci sarebbero elezioni. (Si noti che anche gli astensionisti “attivi” sono soggetti al paradosso: la singola astensione non cambia nulla, se non nell’improbabile caso in cui ci sia una differenza di una astensione per raggiungere un quorum). La caratteristica interessante e nuova del voto in Florida è che proprio quando gli elettori pensavano di poter contare (data la differenza voti minima), si sono trovati di fronte al problema di un margine d’errore del sistema di conteggio. E tanto minore è la differenza di voti tra i candidati, tanto maggiore è il rapporto tra margine d’errore e differenza, quindi tanto minore la probabilità che la propria volontà sia “visibile”. Un’elezione è solo subordinatamente un affare di matematica. E dato che votare non significa veramente decidere, dobbiamo arrenderci all’idea che quando si vota lo si fa per altre ragioni.

Siamo tutti orologi viventi

November 12th, 2000 § 0 comments § permalink

Gli orologi sono oggetti di confine tra natura e artificio. I primi orologi meccanici hanno affascinato i filosofi dell’età Moderna che ne hanno fatto una metafora del cosmo, al punto da dipingere la creazione come il lavoro della bottega di un Grande Orologiaio. Per esempio, Leibniz è colpito da come la mente può rappresentare il mondo e come il corpo si piega agli ordini della mente. C’è un tavolo davanti a me, e guarda caso nella mia mente si forma l’idea di quel tavolo. Dato che non c’è comunicazione tra le monadi, e dato che la natura non sarà solo una rete di coincidenze, possiamo concludere che mente e tavolo sono stati sincronizzati, come orologi prodotti dalla stessa bottega, per essere dove sono e fare quello che fanno al momento giusto.

Ma possiamo anche rovesciare la metafora e scegliere di descrivere gli orologi usando il linguaggio della biologia. Un orologio, potremmo dire, è formato da un “cuore segnatempo” cui si aggiunge un “occhio osservatore” che conta i battiti del cuore segnatempo ed eventualmente lascia una traccia che può venir letta da altri osservatori. Il cuore segnatempo incorpora un processo fisico che presenta una qualche periodicità. La scelta è ampia: la rotazione della terra, la rivoluzione di un pianeta, l’andirivieni di un fotone tra due specchi. Quando non si trova un’oscillazione, si può “drogare” un processo fisico. Gli orologi meccanici trasformano un movimento accelerato (la caduta di un contrappeso, il distendersi di una molla) in una sequenza di microaccelerazioni continuamente frenate e che ripartono continuamente. Osservata “da lontano”, ovvero su un tempo sufficientemente lungo, la sequenza assomiglia a un’oscillazione, di cui il tic-tac rappresenta i punti estremi. Nel caso di un orologo a pendolo, la falsa oscillazione del meccanismo viene controllata dall’oscillazione vera del pendolo. Un buon orologiaio è dunque un cacciatore di oscillazioni, una mente capace di estrarre ritmi vitali dai processi naturali e di farli dialogare tra loro come gli organi di un essere vivente.

Il miglior modo di vedere se un’analogia è buona consiste nel produrla. In un lettera a Nature (gennaio 2000) Michael Elowitz e Stanislas Leibler hanno descritto come sono riusciti a modificare un batterio per farne un orologio. Ecco la ricetta. In primo luogo bisogna costruire due plasmidi, ovvero due anelli di DNA che verranno fatti navigare nella materia intercellulare del batterio Escherichia Coli. Si tratta di due piccoli parassiti genetici con funzioni diverse. Uno fa da “reporter”: sotto l’influenza dell’altro a un certo punto non riesce più a svolgere la sua funzione, che è quella di impedire la produzione di una proteina fluorescente. La proteina invade la cellula che fa un flash. Il reporter ha segnalato che qualcosa è avvenuto. L’idea è di produrre dei flash periodici. Questi dipendono dal comportamento dell’altro plasmide, battezzato “repressilatore”, ovvero oscillatore a repressione. È composto di tre geni, diciamo A, B e C. La proteina prodotta da A inibisce l’attività del gene B, quella prodotta da B impedisce l’attività di C e quella prodotta da C blocca A. Quando il sistema parte A produce la proteina che inibisce B. In questo modo B non produce la proteina che reprime C, e C è molto attivo. Ma prosperando C inibisce A, e così via. Perché servono tre geni? Se ce ne fossero solo due che si reprimono a vicenda, il ciclo si bloccherebbe subito: il primo gene creerebbe la proteina che inibisce il secondo, e questo non potrebbe produrre la proteina che inibisce il primo, che finirebbe col dominare, bloccando il sistema.

Ogni volta che A agisce, il reporter si mette a produrre la sua proteina fluorescente. Il ciclo dura 160 minuti, con una approssimazione di 40 minuti. Ogni due ore e quaranta (più o meno) il batterio fa dunque un flash. Naturalmente l’approssimazione è troppo grande per farne un orologio utile, ma il batterio può venir letto come un cuore segnatempo di un orologio.

Se vi spostate di qualche fuso orario in un viaggio aereo scoprite di essere orologi. Il vostro sonno ne viene turbato. Gli orologi locali vi dicono che dovete stare svegli ma il vostro corpo conserva la memoria dell’ora del luogo d’origine e vi implora di andare a dormire. Gli orologi biologici che si trovano in natura sono spesso sincronizzati sul ritmo circadiano (circa diem, giornaliero) con una precisione impressionante. Si è pensato a lungo che l’orologio umano fosse abbastanza stabile ma comunque impreciso – ritardasse di un’ora ogni giorno. Uno studio recente di Charles A. Czeisler su Science indica che l’imprecisione si riduce a undici minuti. Gli studi precedenti pare non tenessero conto dell’effetto della luce artificiale e questo mostra anche come l’evoluzione ha risolto il problema dell’approssimazione degli orologi biologici. È stato previsto un meccanismo che stabilizza ogni giorno l’oscillazione biologica sotto l’influenza della luce.

Noi siamo organismi complessi, ma i batteri sono unicellulari. Ora alcuni batteri (non modificati) seguono il ciclo circadiano. Questo pone un problema interessante, dato che il loro ciclo di divisione è più rapido del ciclo di notte e giorno. Come fanno i batteri a conservare la memoria delle tappe precedenti del ciclo? A tutt’oggi non si sembra esserci una risposta. Come progetto di ricerca provvisorio Elowitz pensa che si potrebbero costruire delle popolazioni di batteri capaci di “leggere” il proprio cuore segnatempo e autosincronizzarsi. E aggiunge su una nota di metodo che risponde a Leibniz negando il divario tra natura e artificio: “Credo che un miliardo di anni di ricerca in più abbia dato suoi frutti.”

L’indebolimento delle lingue

November 5th, 2000 § 0 comments § permalink

Gentile Professor Casati, ho letto con interesse il suo contromanifesto “in difesa” dell’italiano e in parte lo sottoscrivo, poiché mi sembra che potrebbe contribuire a rendere meno banale il dibattito sulla nostra lingua accesosi da qualche tempo in qua. Lei ha ragione: nell’abuso di anglicismi possiamo sì riprendere un vezzo provinciale ma non certo – come paventano alcuni – una profanazione; e l’indispettita reazione, uguale e contraria, di qualche purista nasce evidentemente da un analogo provincialismo. È una nevrosi linguistica che scorgiamo, d’altronde, pure nell’affannosa rincorsa che molti dizionari di italiano rilanciano ormai di edizione in edizione verso la lingua dell’oggi, con annessi i noiosi cataloghi di (effimere) nuove acquisizioni. Come se l’unica lingua da potersi descrivere congelata in un sistema compiuto non fosse quella del passato, magari del passato prossimo come massima approssimazione verso il presente, ma nulla di più. Questo problema inoltre mi pare oscuri talora nel dibattito un’emergenza reale. Sempre più spesso infatti ascoltiamo e, purtroppo, leggiamo una lingua impotente, debole (e magari italianissima). E non solo negli elaborati faticosiádi qualche studente o nelle prose della stampa di serie B, ma anche in sedi – come si dice – qualificate. Sempre ovviamente con la spensieratezza di chi ritiene che la lingua attechisca, si sviluppi, fruttifichi da sé; e ignora che annaspare in una sintassi precaria e un lessico esangue significa non saper mettere ordine tra le proprie idee. Il problema non è il di una lingua ma la sua reale capacità espressiva. La lingua è uno strumento cognitivo:áchi parla male, pensa male. Che cosa è in grado di esprimere (e quindi di leggere e di pensare), in media, un diplomato italiano? Non dunque la preoccupazione di rietichettare in italiano merce di importazione, ma quella assai più concreta diáinsegnare agli studenti come approntare un proprio personale linguaggio, originale, efficace, chiaro, versatile, sfumato, che sia al contempo un raffinato strumento logico e una ricca tavolozza di suggestioni simboliche. Ma il discorso forse non tocca più ormai gli alti gradi dell’Accademia, tocca piuttosto la truppa sempre – ahimè – un po’ scalcagnata dei professori e dei maestri di scuola. Nicola Chiarulli – Acquaviva delle Fonti, Bari

Nella lettera di Nicola Chiarulli si mettono in luce alcuni problemi che meriterebbero una discussione più approfondita. Imparare a scrivere bene richiede molta dedizione, insegnare a scrivere bene richiede dedizione ma soprattutto investimenti adeguati. Professori e maestri di scuola svolgono un compito egregio se si considerano i mezzi a loro disposizione e gli stipendi della Pubblica Istruzione. Investire nella scuola mi sembra un obiettivo sufficientemente chiaro. Invece la confusa non è una risposta al problema del declino dell’espressione scritta (declino che peraltro non è ben documentato), anche perché non è una risposta a nessun problema specifico. Supponiamo però che ci sia un vero problema. I Pomponi (mi si permetterà questo neologismo italianissimo, da “pompa” nel senso in cui si parla di “pompa magna”, naturalmente) delle Accademie e gli estensori di elzeviri scandalizzati sembrano auspicare un intervento pubblico a difesa dell’italiano. Ma come si può, concretamente, difendere una lingua? Vale la pena di dare un’occhiata alle misure legislative della Francia. Nel 1994 venne promulgata la legge Toubon che rende obbligatorio (ma non esclusivo!) l’uso del francese in alcuni settori specifici. La discussione del progetto di legge permise di emendare alcune clausole che vennero considerate censorie dalla stampa (per un breve periodo i giornali francesi uscirono con articoli “francesizzati”, in cui per esempio “design” veniva sostituito con “stylique” e altre amenità). In sostanza, la legge prevede che le informazioni ai consumatori siano redatte anche in francese (norma questa del tutto ragionevole) ma anche che i contratti non stilati in francese non siano appellabili in Francia e che gli organizzatori di congressi in cui si utilizzano lingue diverse dal francese debbano prevedere un servizio di traduzione simultanea. Gli imprenditori hanno criticato la prima norma, che rischia di far perdere contratti all’industria francese. Il Cnrs (l’equivalente francese del Cnr) ha sostenuto che anche la terza norma rischia di essere controproducente: il miglior modo di disseminare il francese è di attirare in Francia studenti e studiosi per un periodo sufficientemente lungo, anche a costo di lasciarli parlare per un po’ in inglese ai congressi. Se dalle misure politiche si scende al folklore, si osserverà come i quaranta Pomponi dell’Accademia Francese (soprannominati , ovvero gli immortali, il che indica una errata comprensione del significato di almeno una parola del francese) in vari secoli di attività sono riusciti solo a fare in modo di allontanare l’ortografia del francese dalla sua fonetica. Il grande concorso ortografico che ogni anno terrorizza giornalisti e scrittori, regolarmente umiliati da occhialuti undicenni, ha un immenso successo proprio a causa dell’umoristica complicatezza del francese scritto. Il punto che mi interessava sostenere è che c’è una tensione non sanata tra il lavoro descrittivo delle Accademie linguistiche (che ci ha dato nei secoli preziose immagini dello sviluppo lessicale) e gli auspici normativi che nel manifesto di Bad Homburg si spingono sino a chiedere interventi statali per un club di comunità linguistiche autoproclamatesi . Data l’inanità del secondo compito di fronte alla veloce trasformazione dell’oralità, resto del parere che i Pomponi cerchino solo di difendere se stessi. Roberto Casati

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