February 29th, 2004 § § permalink
Vorrei citare un piccolo aneddoto a chiosa del garbato commento di Riccardo Chiaberge su un articolo di Umberto Galimberti, che estende ai telefonini il feuilleton post-heideggeriano del cosiddetto “dominio della tecnica”. Per un fulmineo riassunto bilingue delle precedenti puntate, ovvero della storia tutta del secolo ventesimo, vedasi La Repubblica del 15 agosto 2003, in cui si rammenta “quel che da anni vanno dicendo, inascoltati, filosofi come Martin Heidegger, Gunther Anders, e da noi Emanuele Severino, e cioè che la scienza non è più al servizio dell’uomo, piuttosto è l’uomo al servizio della tecno-scienza e non solo come funzionario dell’apparato tecnico come Adorno, Marcuse, Horkheimer andavano segnalando sin dagli anni ’50, ma come materia prima, anzi, per dirla con Heidegger come la ‘materia prima più importante (die wichtigste Rohstoff)’”. La puntata del feuilleton pubblicata il 2 febbraio getta dunque una luce sinistra su quell’utile oggetto che tutti noi usiamo per parlare con amici e colleghi: “i nostri sviluppi tecnici portano a una progressiva infantilizzazione di tutti noi e in generale della società in cui viviamo”.
Orbene. Sull’autobus che prendo per andare dalla stazione a casa sale a volte un signore. Non appena in vettura comincia a usare il telefonino. Parla a voce piuttosto alta per tutto il tragitto – una ventina di minuti fino al capolinea – e subito dopo esser sceso dall’autobus spegne il cellulare. Questo di per sé dovrebbe far pensare che qualcosa non va per il verso giusto: come fanno le telefonate a durare esattamente il tempo della corsa? Forse il signore ha una compulsione a telefonare in autobus? In effetti, a un ascolto attento le telefonate si rivelano assai curiose. “Sì, ah sì, sei andato a Sharm… ah bene, e poi siete atterrati in ritardo… eh, sì, ti sei lamentato, fai bene… e avete mangiato il pesce, e poi al buffet avete preso anche le carote, le cipolle, le patate… e poi il dolce, buono, con tutto quel cioccolato, le ciliege, la crema, buona la crema… ah bene, bravo, fai bene, sono soldi tuoi, li spendi come ti pare, eh cinque milioni sono tanti, lo so…”. Insomma, si sarà capito che il signore sta solo fingendo di telefonare; affabula. E l’ipotesi è confermata poco dopo: smontato dall’autobus, continua in effetti ad affabulare, non più telefonando. Che cosa succede? Succede che il signore approfitta del telefonino per continuare a raccontarsi delle storie senza dare troppo nell’occhio in luogo affollato; un’innocente astuzia della sragione, in fondo, che gli consente di essere libero nella sua malattia perché tollerato, e tollerato perché non più diverso.
Non essendo Galimberti posso solo cercare con qualche esitazione di esprimermi nella sua parlata; cercherei di dire che “la tecnica, qui rappresentata dal suo simulacro, offre una liberazione all’anima imprigionata”. O forse, con parole più povere, che il telefonino ci ha resi tutti un po’ matti, al punto che i matti sono finalmente normali – ma non è questo un grande e portentoso progresso morale, che neanche Basaglia si sarebbe sognato?
February 8th, 2004 § § permalink
In un capitolo memorabile dell’altrettanto memorabile Armi, acciaio e malattie Jared Diamond ha illustrato con molti esempi il bellissimo motto “l’ingegno aguzza il bisogno”. L’esempio classico di questa inversione concettuale è il fonografo, che Edison aveva inventato con in mente l’idea del dittafono, uno strumento per trasmettere ordini o aiutare la memoria. Si era talmente ostinato da non accettare la possibilità, che considerava quasi plebea, di usarlo per la riproduzione musicale. E il brevetto languì nel cassetto per decenni. Tra gli altri usi preconizzati da Edison, l’esilarante “registrare le ultime parole di una persona famosa sul letto di morte” – va a sapere quali parole sono proprio le ultime prima che vengano pronunciate. Ma tant’è. Una volta che si vide che l’ingegno aveva creato un meccanismo per registrare i suoni, il bisogno della riproduzione musicale si fece sentire imperioso.
Vorrei proporre una breve divagazione contemporanea sul motto, con una morale per chi azzarda previsioni tecnologiche. I nuovi cellulari che incorporano una macchina fotografica digitale sono arrivati sul mercato solo dopo che si è a fatica risolto il problema della trasmissione delle immagini, come se non avesse senso avere in tasca un apparecchio fotografico numerico attaccato a un telefono se non c’è anche il modo di inviare le foto per telefono. Ora, dopo un mese di uso di un gingillo tecnologico di questo tipo, mi sono accorto di aver scattato una media di quindici foto al giorno, e di non averne spedita nessuna per telefono (ne ho spedita qualcuna per e-mail, ma una volta giunto a casa e sincronizzato il gingillo con il computer). In effetti ho fatto molte più foto che normali telefonate. Ho fatto un acquisto sbagliato? Dov’è l’errore? Nessun errore. Succede che incastonare una macchina fotografica in un cellulare cambia la natura della macchina fotografica. Non si esce di casa con la macchina fotografica – nemmeno digitale – in tasca se non quando si va a fare una gita (“Ricordati di prendere la macchina”). Ma tutti escono di casa con il cellulare. Di colpo la macchina fotografica diventa onnipresente tanto quanto il cellulare. E a quel punto la si usa di continuo – tanto è sempre a portata di mano. Cambia anche la natura delle foto scattate, che divengono piccoli appunti visivi, registrazioni di curiosità incontrate cammin facendo, o quant’altro. Nascono nuovi bisogni, come quello di creare una memoria visiva di ogni giornata, e di classificare grandi masse di immagini. Nuove piccole paranoie, come quella di poter documentare costantemente dove si è, per aver sempre pronto un alibi visivo. Nuove forme di controllo: i genitori richiederanno ai figli in uscita serale di scattare una foto ogni mezz’ora del luogo dove sono, e verrà forse inventato un meccanismo che impedisce di modificare la data e l’ora della foto (perché l’ingegno aguzza il bisogno aguzza l’ingegno – in un movimento a spirale).
February 1st, 2004 § § permalink
Inviare un milione di messaggi pubblicitari per e-mail – messaggi spam – può costare intorno ai cento euro, alle tariffe correnti. Cancellare un milione di spam dalle caselle delle lettere in cui questi vengono depositati, al ritmo frenetico di una cancellazione al secondo, e contando una settimana di 40 ore lavorative, significa passare quasi sette settimane di lavoro a tempo pieno a cancellare. A un costo orario di 15 euro, il costo totale di un invio di spam per il corpo sociale è di 4166 euro, ovvero più di 40 volte il costo per chi invia spam. Ci sono altri costi (uso del modem e tempo di connessione), ma vengono superati dal costo di cancellazione. Non cancellare lo spam sarebbe una soluzione, ma ha dei costi indiretti di rallentamento del lavoro, di difficoltà della ricerca delle mail utili nel mare di quelle inutili.
Non si potrebbero semplicemente introdurre dei filtri anti-spam? Per descrivere le prestazioni di un filtro, diciamo che un vero positivo è un messaggio di spam che viene etichettato come tale, un falso positivo un messaggio buono che viene etichettato come spam, un falso negativo è un messaggio di spam che sfugge al controllo, e un vero negativo è un messaggio buono che passa le maglie del filtro. Idealmente, un filtro dovrebbe avere 0% di falsi positivi e 100% di veri negativi: intercettare tutto lo spam, e dare il via libera a tutta la posta buona.
Purtroppo gli spammisti la sanno più lunga. Chi si è cimentato con i filtri fatti in casa, usando una delle funzioni disponibili sui programmi di posta elettronica più comuni, si è trovato presto impegnato in una gara a distanza con gli spammisti. Abbiamo inserito la parola ‘Viagra’ in un filtro che manda nel cestino ogni messaggio che contiene la parola in questione, ma non siamo riusciti a filtrare ‘Vi_agra’; abbiamo inserito quest’ultima, ma naturalmente ci arrivano messaggi con ‘Via.gra’, ‘vi@gra’, e così via. Se cercassimo di inserire tutte le permutazioni che si ottengono a partire da schemi come questi, usando solo le parole leggibili, passeremmo non sette settimane, ma sette vite a creare filtri. Lo spammista vince. È un classico caso di competizione evolutiva tra un sistema visivo che cerca e un sistema mimetico che non vuol farsi trovare.
Alcuni fornitori di accesso al web hanno deciso di prendere il toro per le corna e di filtrare lo spam là dove nasce, iscrivendo a una lista nera gli indirizzi delle macchine da cui provengono i messaggi indesiderati, e rimandando al mittente tutti i messaggi in provenienza da tali macchine. Tuttavia, come molti di noi hanno potuto notare, questo sistema draconiano è ipersensibile e troppo poco specifico, dato che genera una percentuale (di per sé alta) di falsi positivi che, stando ad alcuni studi, supera la percentuale (di per sé bassa) di veri positivi. Con costi gravissimi anche se difficilmente quantificabili per il corpo sociale: costi di tempo per chi ha inviato e deve reinviare il suo messaggio per vie nuove e tortuose (creandosi un nuovo indirizzo di invio); di perdita di opportunità per mittente e destinatario; di frustrazione per chi si vede rimandare il suo messaggio e si ritrova bollato come potenziale spammista. Meglio cancellare uno a uno gli spam. Lo spammista, quello vero, vince di nuovo.
Ma non demordiamo. La nuova frontiera dei filtri è costituita dai filtri dinamici che imparano secondo criteri bayesiani, sviluppati seguendo una proposta di Paul Graham: “Il tallone d’Achille degli spammisti è il messaggio. Possono aggirare tutte le altre barriere… ma devono comunque consegnare il messaggio. Se riusciamo a scrivere un software che riconosce i messaggi, non potranno aggirarlo”. Il filtro viene educato dell’utente che non introduce i termini sospetti uno a uno, ma crea due corpora di parole, a includere rispettivamente tutti i messaggi buoni e tutti gli spam. I corpora sono usati come base per valutare l’incidenza di parole sospette nei messaggi. ‘Viagra’ comparirà di più nel corpus spam che in quello buono, ma anche altre parole cui non avevamo pensato saranno distribuite in questo modo – per esempio, ‘buy’ o ‘prescription’ sono più frequenti nella lista spam di quanto non lo siano ‘philosophy’ o ‘margherita’. E naturalmente, se la probabilità che ‘buy’ e ‘prescription’ siano parole-spam è alta, la probabilità che lo sia questa coppia di parole è altissima, e il messaggio che le contiene entrambe è quasi sicuramente spam. Istruire i filtri richiede tempo, ma alla fine lo spammista perde.
L’evoluzione della specie è spietata, e gli spammisti hanno dalla loro il vantaggio di conoscere i principi dei filtri. Ci sono due tendenze in atto (guardate la posta in arrivo). La prima è quella di eliminare le informazioni potenzialmente filtrabili dal messaggio, per cui alla fine lo spam si riduce all’osso e fornisce un semplice indirizzo di pagina web, nudo e crudo. Non avendo parole da filtrare, il filtro non fa il suo lavoro. La seconda è la diffusione di uno spam non commerciale, puramente di disturbo – uno spam che distrae il filtro e rende poco affidabile la lista bayesiana, per esempio inserendo centinaia di parole come ‘philosophy’ e ‘margherita’.
Chi vincerà alla fine? Il sistema visivo o il parassita che si mimetizza? C’è comunque qualche speranza di successo all’orizzonte remoto. Se lo spammista è costretto ad annegare il proprio spam in un mare di messaggi senza senso per “distrarre” il filtro, alla fine il suo messaggio risulta comunque invisibile in mezzo agli specchietti per le allodole. Se invece deve ridurre il numero di parole nel messaggio in modo da non “svegliare” il filtro, alla fine il suo messaggio risulta illeggibile (non ho ragioni di cliccare sul link www.2qk3ppsxz99jk.com se nel messaggio nulla me ne illustra la natura).
Nel frattempo, dato che l’orizzonte è remoto, il legislatore dovrebbe tener conto degli enormi costi sociali dello spam e provvedere con adeguate sanzioni. A un millesimo di euro per messaggio inviato, un milione di messaggi costerebbe allo spammista 1000 euro di tasse a fronte dei pochi euro di spese di spedizione. L’economia dello spam è tutta sbilanciata a favore dello spammista, e una tassa che copra una parte del costo sociale sarebbe non solo un utile deterrente; sarebbe anche moralmente giustificata.