La vita scorre a bassa definizione

June 27th, 2004 § 0 comments § permalink

Secondo una stima pubblicata dall’Economist, quest’anno le vendite di macchine fotografiche digitali sorpasseranno quelle di macchine ottiche, e negli anni a venire l’ulteriore aumento di vendite di macchine digitali sarà da ascriversi alle macchine fotografiche incorporate nei telefoni cellulari (che si venderanno più di macchine fotografiche normali e digitali prese insieme). Come ho avuto modo di osservare in una precedente corrispondenza, questo connubio inevitabile tra due oggetti così diversi cambia profondamente il nostro rapporto con le immagini. In pochi escono di casa con una macchina fotografica in tasca, ma se questa è accorpata a un telefonino si finisce con l’aver sempre a portata di mano la possibilità di catturare immagini: con conseguente inflazione del numero di riprese. Le mie proprie statistiche d’uso mi sorprendono: da quando posseggo il marchingegno ho scattato una media di sedici foto al giorno, con una costante tendenza alla crescita. Per trarre un primo bilancio, ho passato in rassegna le 2500 (!) foto registrate da gennaio a maggio, più di quante ne avessi scattate in tutta la vita precedente, e mi pare di scorgere l’emergenza di un nuovo fenomeno. La novità consiste nella poca varianza del numero delle foto da un giorno all’altro. Nulla dies sine imagine, non è passato giorno in cui non ho scattato una foto. E allora perché non godersi lo spettacolo? Facendo scorrere in fretta il filmstrip si dipana davanti ai miei occhi la tessitura dei giorni, dalla luce breve di gennaio ai colori di marzo, città, persone, serate, riunioni di lavoro: ogni occasione riaffiora per una frazione di secondo, vedo quello che ho visto come se guardassi dall’oblò della macchina del tempo che corre veloce. Ma per l’appunto è una tessitura uniforme, quasi un film.

Ci sarebbero altre possibilità di tornare visivamente sul passato; per esempio guardare i video. Ma il problema dei video è che richiedono tempo per la visione. Immagino che non siano molte le persone che si mettono davanti allo schermo per rivedere tutti i film che hanno girato. E sapere questo genera una leggera ansia al momento delle riprese. Faccio un film, ma quando avrò mai il tempo di rivederlo? Come il Tristram Shandhy di Laurence Sterne, non sarò nella situazione paradossale di non aver più tempo per passare in rivista la rappresentazione della vita? In un uso ideale della videocamera – oggetto di registrazione assoluta, forse un giorno impiantato in ogni paio di occhiali – non mi capiterà di non aver nemmeno più tempo per vivere dato che sarei costantemente impegnato a rappresentare?

Invece la striscia delle piccole foto è tranquillizzante. Sembra una ricostruzione a posteriori di un’esistenza, paradossalmente simile allo storyboard di un film, ma a differenza di questo non editabile e come tale fonte di ottimi alibi.

Ma non basta. Questa compressione selettiva del visibile si accompagna a un’altra semplificazione o astrazione che, mi pare, ha un aspetto poetico da non sottovalutare. Parlo della forza insospettata delle immagini a bassa definizione. In un mercato che va inesorabilmente verso l’ingordigia dei pixel vorrei dunque far sentire una voce dissonante. Ammetto che sia sempre interessante zoomare in un’immagine digitale per vedere da vicino il riflesso della finestra nell’occhio di una zia assonnata. Ma l’immagine offre altre possibilità che non la semplice registrazione del visibile, in particolare per quel che riguarda il ricordo. Immagine e memoria sono legate a doppio filo, ma è un rapporto ambiguo. Non possiamo osservare attentamente i nostri ricordi; nel momento in cui crediamo di farlo, rischiamo di modificarli, di riscrivere il passato, di incastonarvi le storie del giorno dopo. Le immagini, fredde e impassibili, non potrebbero salvarci da questo meccanismo della malafede? Forse. Al tempo stesso nell’immagine vengono fissate per sempre cose che sarebbero sfuggite all’attenzione del momento. Le immagini ci offrono cose che non avremmo notato e ce le offrono come se fossero parte dei nostri ricordi. Questo non è a propriamente parlare un inganno; la funzione delle immagini non è qulla di duplicare i nostri ricordi, ma di registrare la distribuzione della luce. Ma dal punto di vista dell’uso dell’immagine, della sua pragmatica, non siamo poi così lontani da un tradimento a tutti gli effetti delle intenzioni di chi ha scattato. Per questo la bassa definizione, non invadente, mi sembra più fedele alla fenomenologia della memoria.

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