January 9th, 2005 § 0 comments § permalink

La locandina de La Nazione dell’8 luglio 2005 presenta, sotto il titolo “Strage a Londra”, una foto interessante. Si vedono un ragazzo e una ragazza, feriti, appoggiati a un palo o a un albero. Il ragazzo ha il volto coperto di sangue e un occhio tumefatto. Tiene nella sinistra un telefonino con il quale, si presume, sta cercando di raggiungere qualcuno cui dire che nonostante l’esplosione lui è in salvo. È un’immagine fortissima che potrebbe assurgere al ruolo di simbolo degli attentati terroristici: il dolore, la morte che è passata vicino a ciascuno di noi, il bisogno di ritrovare qualcuno cui parlare, la difficoltà di ricominciare. La maglietta ‘Polo’ fa di questo ragazzo un simbolo mondiale; potrebbe essere un turista o un pendolare – ovunque si vedono ragazzi così. Che si tratti di un’immagine simbolica non dev’esser sfuggito nemmeno alla redazione de La Nazione, e questo forse spiega la scelta di pubblicarla. C’è però qualcosa da tener presente: non si tratta affatto di un’immagine scattata il 7 luglio 2005 a Londra, contrariamente a quanto fa pensare la locandina. La foto ritrae invece due feriti dell’attentato di Madrid dell’11 Marzo 2004 alla stazione di Atocha.

Per una verifica, si veda comunque il sito dello Spiegel, che riporta la stessa foto; un messaggio con una richiesta di spiegazioni inviato alla redazione de La Nazione non ha avuto risposta.

Si deve escludere che possa essersi trattato di una svista, dato che la locandina usciva il giorno immediatamente successivo agli attentati di Londra. E al di là delle considerazioni sulla natura del giornalismo responsabile (se siamo in “guerra” contro il terrorismo, perché i quotidiani non fanno la loro parte? o forse pensano di farla in questo modo?) si può osservare come i media tendano a sostituire sistematicamente l’informazione con l’emozione e il coinvolgimento. C’è un attentato terroristico, scatta uno script prefabbricato che mira al coinvolgimento del lettore: nulla vale più di un’immagine, e se non ci sono immagini migliori si deve comunque dare una forma visiva alla paura. Un ferito qualsiasi va allora bene, purché veicoli l’emozione giusta. E poco importa che la foto sotto il titolo venga generalmente letta come un’illustrazione fattuale del titolo. Quello che conta è che ci sia una verità emotiva dell’immagine. “Questo è quello che si prova, questo è quello che succede quando le bombe arrivano nella tua vita”.

Ma la paura è veramente una reazione necessaria? L’Economist cita un lavoro del premio Nobel per l’economia Gary Becker e Yona Rubinstein sui costi economici della paura che indica come tutti noi mettiamo in atto un ‘management della paura’ che ci permette di mandare avanti le nostre attività nelle circostanze difficili. L’idea di fondo dell’articolo è che si possa misurare la paura sulla base dei comportamenti manifesti; nel caso di attentati che colpiscono aerei, treni e autobus, è facile verificare se hanno avuto un effetto: basta misurare il numero dei viaggi prima e dopo. Gli attentati, a partire dall’11 settembre 2001, hanno in effetti ridotto i viaggi e gli spostamenti, ma se si guardano i dati da vicino si vede che la riduzione coinvolge soprattutto i viaggiatori occasionali, non i pendolari. Il costo della paura è troppo alto per chi deve muoversi quotidianemente; in pratica ha (o manifesta) paura solo chi può permetterselo. Un caso simile è quello della mucca pazza: dopo l’onda d’urto mediatica della ESB hanno ridotto il consumo di carne solo i consumatori modici, non le buone forchette, per le quali rinunciare alla carne aveva un costo gastronomico troppo alto.

Il che suggerisce che alla lunga anche lo script mediatico e le sue iperboli al limite della deontologia perdono il loro mordente; non per via dell’assuefazione dei consumatori, ma perché la paura può rivelarsi gestibile in base a una semplice considerazione dei suoi costi e dei suoi benefici.

Sbatti l’emozione in prima pagina

January 9th, 2005 § 0 comments § permalink

Un giornalismo maturo conosce il punto di equilibrio mobile tra coscienza della propria forza e coscienza della propria reponsabilità. Tanto maggiore è l’impatto potenziale del messaggio, tanto maggiore dev’essere la circospezione nel produrlo, perché la sua diffusione comporta ingenti responsabilità. Determinare il punto di equilibrio è difficile perché spesso la misura di questa responsabilità non è sempre disponibile. E a volte non è disponibile nemmeno la misura dell’impatto. Se in una nebulosa mediatica ogni prima pagina, ogni apertura di notiziario devono contenere una catastrofe, le catastrofi vere mettono del tempo a trovare il loro spazio; come ha mostrato la copertura giornalistica dello Tsunami di S. Stefano nei giorni immediatamente successivi all’evento.

Il lettore non ha molta scelta, e deve cercare di distinguere il grano dal loglio. Certe notizie sensazionali portano scritto in fronte la loro inattendibilità. A un estremo troviamo il caso bizzarro del giudice americano che dà ragione al difensore del , il giornale in cui vengono riportati innumerevoli sbarchi di extraterrestri, nascite di bambini con la coda di drago e avvistamenti periodici di Elvis Presley, vecchio ma vivo in una casa di cura (con tanto di foto, certo un po’ sfuocata). Citato in giudizio da un lettore che riteneva di esser stato indotto a un cattivo investimento dopo la lettura di un articolo, il giornale si era difeso sostenendo che nessuna persona di buon senso poteva credere veramente a quello che veniva pubblicato sul giornale. Ma se il lettore non ha scelta e ha pochi mezzi per difendersi, si può dire altrettanto delle redazioni? Si obietterà che quello del non è giornalismo ma intrattenimento.

Il problema è che in un universo in cui l’intrattenimento fa concorrenza al giornalismo il confine tra i due è altrettanto sfuocato della foto di Elvis. La tensione virtuosa e morale tra impatto e responsabilità si stempera nel giornalismo contemporaneo nella ricerca di un equilibrio tra informare e coinvolgere; dove la tentazione di frangere le barriere e limitarsi a coinvolgere è dietro l’angolo. I lettori hanno le loro colpe, se come pare gradiscono: da chi cerca emozioni forti a chi ama indignarsi a chi crede veramente che la fine del mondo sia prossima.

In effetti molti dispacci catastrofici mettono in movimento la mente del lettore, cui si richiede più o meno subdolamente di tirare da solo le conseguenze (di solito le più nere possibili). alcuni anni fa ha titolato in prima pagina sopra una foto di una pozzanghera in cui galleggiava una lastra di ghiacchio. Si noti la catena di inferenze possibili. Il lettore era invitato a pensare che 1) il Polo (Nord o Sud) era scomparso (un’assurdità matematica); 2) il Polo sia un oggetto fatto di ghiaccio (un fatto invece contingente, potrebbe non esserci acqua ai Poli); 3) se si è sciolto il ghiaccio ai Poli, certo si è sciolto tutto il ghiaccio intorno; ovviamente il riferimento esplicito era al surriscaldamento della Terra, e a questo punto il lettore non aveva neanche più bisogno di leggere l’articolo.

Altre comunicazioni impongono al lettore un’immagine che si basa su stime, il cui fondamento è totalmente opaco anche a chi le produce. L’11 settembre è stato comunque un evento tragico anche se non ci sono stati i ventimila morti che ha pianto sulla prima pagina del giorno dopo. L’air du temps ci mette del suo. Una radiocronista ha intervistato svariati passanti milanesi il mattino dopo l’incidente del Pirellone chiedendo loro un parere sull’attentato. In buonissima fede, si capiva che la parola “attentato” indicava nel contesto un qualsiasi . Lo stesso Pontiggia in prima pagina del Sole-24 Ore scrisse che lui camminando per Milano addirittura vedeva le due torri al posto del Pirellone: la fantasia, o il vissuto soggettivo, diventano più degne della realtà di figurare in prima pagina. Se si tratta di coinvolgere e non di informare, la parola passa facilmente agli ingegneri dell’emozione, agli scrittori. Non a caso la letteratura fa capolino in modo sempre meno sporadico dalle prime pagine e ha i suoi professionisti al servizio dell’amplificazione emotiva.

La Cassandra di tutte le Cassandre tuona dalle pagine di associando in modo incoerente il “monito” dello Tsunami, il protocollo di Kyoto e inevitabili strali moralistici contro il passatempo turistico degli uomini della tecnica; la sua controparte femminile al Corriere della Sera ha il potere di trasformare ogni evento, compreso l’oggettivamente marginale vendita di carabattole extracomunitarie davanti a Santo Spirito, nella linea del Piave di una guerra epocale tra culture. Uno sguardo cinico sul fenomeno mostra che non sembra affatto che le redazioni abbiano una scelta. Le Cassandre e i loro epigoni hanno fortuna e inducono un meccanismo di assuefazione; anche se non crediamo a quello che dicono, ci deluderebbe un vate che richiama sobriamente alcune statistiche, o una scrittrice tuonante che scrive una garbata lettera di critiche alla sua amministrazione. Il vademecum per il lettore resterebbe dunque l’unica soluzione a medio termine. Questo comporta alcuni criteri di autodifesa, che permettono di risolvere le situazioni in cui si è in dubbio se un certo articolo o titolo ci vuole informare o ci vuole coinvolgere. Per esempio si potrebbe preferire la lettura di giornali con poche o nessuna immagine a quella di giornali coperti di fotografie, e correlativamente la ricezione della radio piuttosto che quella della televisione.

Contrariamente a quello che si dice di solito, le immagini sono mute, e richiedono un’interpretazione che può essere molto più lunga e sottile della didascalia che le accompagna. Per le immagini è necessaria una ricostruzione epistemologica del modo in cui si è arrivati a coglierle, senza le quali il loro contenuto informativo è pressoché nullo, mentre l’impatto emotivo resta immediato e inalterabile. Un altro criterio di autodifesa è legato al tempo. Il settimanale e il mensile non possono misurarsi con la concitazione dell’attualità e l’echeggiare della notizia nella mente di compagni di conversazione; a distanza di un mese la possibilità di suscitare un’emozione è minore. Il problema di un’informazione responsabile è tanto più acuto per gli organi di informazione che sono connotati da un progetto politico. Potrebbe destare qualche riflessione il fatto che il formato dell’informazione sia sostanzialmente lo stesso per dei media di cui si potrebbe sospettare che vedano di buon occhio la sollecitazione della corda emotiva e dei media che invece potrebbero desiderare, più o meno illuministicamente, di creare un consenso informato. Per questi ultimi in particolare i lettori dovrebbero alzare la soglia della vigilanza; le conseguenze politiche sono infatti importanti. Esistono oggi degli studi rispettabili che mostrano come sul lungo termine un’informazione sensazionalistica possa alterare significativamente la percezione di un problema e le risposte istituzionali che vi si possono dare; non si tratterebbe quindi di applicare qui in modo generico il principio di precauzione.

Per esempio, in un eccellente studio di Roberto Volpi (I bambini inventati, Nuova Italia 2001) il circolo vizioso della disinformazione catastrofista sulla pedofilia viene denunciato in tutta la sua portata. Presentare il problema della pedofilia come quello di un “altro” che minaccia i “nostri” bambini nega il dato fattuale per cui l’abuso dell’infanzia nasce e alligna in modo assolutamente preponderante all’interno delle famiglie, e così facendo impedisce anche di porsi correttamente di fronte al problema per affrontarlo e risolverlo.

Fate largo alle beautiful minds

January 2nd, 2005 § 0 comments § permalink

Due fenomeni recenti: la disaffezione degli studenti per le facoltà scientifiche, e un interesse dei media per le professioni intellettuali difficili. I due fenomeni non sono (si spera) correlati, e anzi si potrebbe sperare che l’interesse dei media possa aprire la strada allo sbocciare di alcune vocazioni.

Per chiarirci, le professioni intellettuali difficili sono quelle che richiedono parecchio tempo per la formazione degli specialisti e la realizzazione dei prodotti specifici: si parla del lavoro del matematico, ma anche di quello dello storico, o dell’antropologo che effettua una lunga ricerca sul campo, o dello psicologo sperimentale che si avvia su un lungo programma di studi.

L’interesse dei mezzi di comunicazione per questo tipo di figure intellettuali ha preso tre vie principali. La prima è la più evidente ma in un certo senso anche la più sorprendente; si tratta della pubblicazione di opere di divulgazione scientifica di altissimo livello, affidata non a divulgatori di professione ma a scienziati cui si chiede di presentare al grande pubblico il loro lavoro, senza fare troppe concessioni. Nata da un’idea di un agente letterario, John Brockman, ha permesso di far venire alla luce best-seller come L’istinto del linguaggio di S. Pinker, Armi acciaio e malattie di J. Diamond, I vestiti nuovi dell’imperatore di R. Penrose, L’universo elegante di B. Greene. Hanno sorpreso sia la qualità della scrittura che le vendite; evidentemente c’era un bisogno di opere di alto livello che le case editrici hanno saputo individuare.

Una seconda strada è quella delle vite romanzate; il film sul matematico John Nash A Beautiful Mind ne è un esempio. Si tratta naturalmente di vite che già di per sé si prestano alla narrazione, come prova il caso di Nash, in lotta perenne con la malattia mentale. Aspettiamo il film su Richard Feynman, il fisico che fa comunque bella mostra di sé come giocoliere sulla copertina del catalogo della mostra “Beautiful Minds”, esposta a Firenze, e che raccoglie un elenco di potenziali script cinematografici (le biografie di alcuni eccentrici Premi Nobel). Spinto al parossismo il filone ha creato dei piccoli melodrammi (una terza strada, in cui la fantasia prende il posto della realtà) come Genio Ribelle e Finding Forrester, in cui dei giovani che incorporano vari stereotipi della marginalità sociale si scoprono (grazie a mentori impersonati vuoi da un Robin Williams, vuoi da un Sean Connery) a portare in sé i germi di nuove teorie matematiche o di nuove altezze dell’espressione letteraria.

Veniamo alle scarse iscrizioni alle facoltà scientifiche. Si potrebbe pensare che a fronte della carenza di vocazioni scientifiche (condivisa in egual misura da paesi come l’Italia e la Francia) un modo per attirare i giovani alla ricerca sia proprio quello di mostrare loro che lungi dall’essere il ricercatore o lo scienziato quei noiosi professori in camice bianco, gli si addicono comportamenti simpatici che potrebbero trovare una sponda tra i suddetti giovani; i quali, si sa, hanno di solito ben altri grilli per la testa. La pedagogia che passa per una visione accattivante della professione intellettuale è peraltro uno scopo dichiarato dei curatori della mostra dei Nobel, ampiamente raccolto dalla stampa. Ed è a questo che si dice che dovremmo mirare: a una buona comunicazione, che mostri il lato umano della fredda scienza. Vedi mai che non si riesca a intercettare qualche ragazzo o ragazza che pensavano di andare a fare una comparsata in un varietà televisivo.

Con tutto il rispetto per i tentativi assolutamente fondamentali di avvicinare la scienza al grande pubblico, direi che su questa strada non andiamo molto lontano, perché stiamo mirando ai piccioni sbagliati. Il punto non è di strappare ai muri di periferia dei graffitari per farne degli scienziati mostrando loro che anche gli scienziati, in fondo in fondo, escono dagli schemi e sono trasgressivi; il punto è di convincere delle persone che di loro hanno già una certa predisposizione a lavorare sodo che potrebbero lavorare sodo sui problemi intellettuali tipici della matematica o della fisica invece che andare a guadagnare bene e velocemente mettendo i loro talenti a disposizione dell’organizzazione aziendale o dell’ottimizzazione di un sistema informatico. Per dirla altrimenti: la maggioranza degli scienziati rischia di non riconoscersi in certi aspetti tutto sommato marginali della vita dei Feynman, ma in figure più anonime, che condividono con Feynamn altri aspetti: lavorano fuori orario, affrontano dossier che richiedono migliaia di ore di lavoro, stanno bene tra i numeri e le parole, sanno organizzare la loro attività a lungo se non lunghissimo termine, eccetera. Secondo lo psicologo cognitivo Frank Keil per diventare esperti di alcunché ci vogliono circa diecimila ore di lavoro (cinque anni, a tempo pieno). Se uno studente o una studentessa di liceo sente di avere in sé le capacità di misurarsi con problemi così complessi da richiedere tanta dedizione, non ha bisogno di trovare il suo Forrester. Ha bisogno di una struttura che valorizzi il suo talento.

Quello che manca oggi agli scienziati è il riconoscimento sociale; sostanzialmente la possibilità di fare il proprio lavoro senza esser considerati dei marginali, economicamente e socialmente. Il che (per esempio) significa avere dei campus come in America, in cui si possono incontrare persone di fronte alle quali non sentirsi proprio dei fuori zona (non è facile essere uno scienziato anche solo leggermente eccentrico dal punto di vista dell’abbigliamento in un paese come l’Italia).

Quindi la soluzione al problema delle vocazioni non è investire per avvicinare il pubblico alla scienza in modo generico, con film seducenti; non è di strappare una potenziale velina qua o un palestrato là al casting del Grande Fratello per iniettarli in una facoltà difficile; la soluzione è di permettere a chi già sappia e voglia lavorare in un certo modo di avere uno spazio protetto per farlo; e qui un incoraggiamento anche economico non guasterebbe. Prestiti d’onore agevolatissimi per chi si iscrive a facoltà scientifiche, o, perché no, un finanziamento generoso a fondo perso agli studenti, il cui rinnovo annuale sia vincolato al risultato scolastico. Se veramente vogliamo degli scienziati, paghiamoli; se sono già tra di noi aspettano solo di essere messi in condizione di lavorare.

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