Alvin I. Goldman, The social epistemology of blogging. In J. van den Hoven e J. Weckert, eds. Information Technology and Moral Philosophy. Cambridge Studies in Philosophy and Public Policy.
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In un articolo di prossima pubblicazione in una raccolta di testi sui rapporti tra filosofia morale e tecnologie dell’informazione, Alvin Goldman, filosofo da tempo impegnato sul fronte dell’epistemologia sociale (lo studio delle pratiche che fanno emergere conoscenza dall’interazione tra più agenti, come tale contrapposta all’epistemolgia individuale), si pone il problema del confronto tra la blogosfera e i media tradizionali quanto alla possibilità di essere un sistema accurato (o “veritativo”) di informazione. Un requisito di una democrazia è l’accesso a informazioni corrette, se si pensa che da esse possa dipendere l’appropriatezza delle decisioni prese dai cittadini, in particolare nel contesto di un’elezione. Un cittadino mal informato è un votante scadente. Ora, non è raro veder rivolte ai media tradizionali (spesso fondate) accuse di partigianeria se non di collusione con vari gruppi di potere. I blog informano meglio? O non sono che una miriade di espressioni soggettive volte soprattutto a dar voce alle idee personali (anche le più estreme), più che a contribuire a mettere in luce dei fatti? Per quel che riguarda sia i media che i blog ci sono naturalmente forti variazioni da un Paese all’altro; Goldman basa la sua riflessione, pur generale, sul caso statunitense. In mancanza di dati quantitativi precisi, la riflessione di Goldman fa leva su alcuni elementi, in parte a priori ed in parte empirici, di un’analisi funzionale delle strutture informative.
I media tradizionali agiscono fome filtri sull’informazione; è qui che si può supporre si annidi la fonte di un’eventuale tendenzionsità dell’informazione? Filtrare un’informazione non è una forma di censura o di violazione della libertà di espressione? Secondo Goldman il problema non risiede di per sé nel filtraggio dell’informazione: svariati tipi di filtri sono perfettamente accettati e di certo non considerati come censori o limitativi della libertà di espressione. La selezione degli articoli da pubblicare sulle riviste scientifiche, o la selezione del tipo di prove accettabili in un dibattimento processuale, sono filtri che vengono di solito considerati promuovere la conoscenza e non limitarla. Nei media tradizionali (si parla qui in particolare dei grandi quotidiani d’oltreoceano) la figura del “fact checker” interviene proprio a garanzia della qualità dell’informazione, in base a criteri del tutto generali – per esempio limitando la possibilità di usare fonti anonime, o richiedendo che si citi più di una fonte.
Ma oltre ai filtri sul versante del reportage, ve ne sono altri di natura soggettiva, manipolati direttamente dai riceventi, che possono per esempio decidere di non ascoltare certi canali radio o non leggere certi giornali; e che una volta che leggono certi giornali o si sintonizzano su certi canali possono decidere di credere o di non credere a quel che leggono o ascoltano. Goldman parla qui di filtri a livello di ricezione e di filtri a livello di accettazione. Se uno legge giornali di parte lo fa probabilmente non per essere informato ma per trovare una riconferma delle proprie idee, eventualmente sotto forma di un supporto articolato intellettualmente che permetta di rendere più chiare a se stesso le proprie convinzioni.
Sullo sfondo di questi parametri, non è determinabile in modo automatico se la blogosfera sia più veritativa dei media tradizionali. Dipende dall’interazione sottile tra i contenuti e le motivazioni di chi li trasmette. Per esempio, i blogger possono essere certo molto di parte, ma a volte la partigianeria è una forte motivazione a scoprire delle verità; anche se si tatterà certo di fatti che possono soprattutto mettere in imbarazzo la parte avversa, di fatti pur sempre si tratta; e quindi questa attività contribuisce alla veritatività dei blog. Viceversa in alcuni casi è possibile considerare i media tradizionali come più veritativi sulla base di considerazioni legate alle motivazioni dei professionisti del settore – quali per esempio la carriera o la costruzione di una reputazione come giornalista (di un certo tipo). La conclusione prudente è che un paragone tra l’informatività dei blog e quella dei media tradizionali è ancora prematuro.