
Stanislas Dehaene ha realizzato un poderoso tour de force che copre praticamente tutti gli aspetti noti della lettura, inquadrandoli in una teoria dello sviluppo cerebrale. La lettura è un fenomeno paradossale. Da un lato, è acquisito che vi siano aree cerebrali specializzate per la lettura, sulla base di patologie (come traumi cerebrali) che annientano la capacità di leggere, e più di recente sulla base di analisi di neuroimmagine che rivelano come le stesse aree siano attivate selettivamente durante la lettura. D’altro lato, la scrittura esiste da meno di seimila anni, un nulla sulla scala dell’evoluzione. Perché dunque una certa regione occipito temporale nell’emisfero sinistro del cervello, situata tra le aree che riconoscono i volti e quelle che riconoscono gli oggetti, si trova a svolgere compiti che l’evoluzione non può averle assegnato? L’apprendimento è certamente un fattore chiave: mentre per permettere a un bambino di imparare a parlare è sufficiente esporlo a degli stimoli linguistici nel suo ambiente (non gli si impartiscono lezioni di grammatica), insegnargli a leggere comporta un iter lungo e complesso – e di fatto, se praticamente tutte le persone del pianeta imparano a parlare, molte sono quelle che non sanno leggere. Tuttavia parlare di apprendimento in genere non è sufficiente; bisogna ancora entrare nei dettagli nel meccanismo che spiega come mai sia questa regione e non un’altra a venir utilizzata.
L’idea di fondo di Dehaene è che quest’area, di suo, farebbe tutt’altro: classifica alcuni tipi di intersezioni tra i bordi della scena visiva. Le intersezioni in questione sono quelle che il sistema visivo ha ragione di trovare non casuali, e reputa quindi estremamente informative. Se nella scena visiva reperite una intersezione a T, o a Y , è molto improbabile che essa sia il risultato di una congiunzione causale di linee: si tratta quasi sicuramente di un piano che nasconde uno spigolo nel primo caso, o di un tre piani che si intersecano ad angolo nel secondo. Come si vede, alcune di queste intersezioni corrispondono a delle vere e proprie “protolettere”. In effetti, delle analisi di Marc Changizi mostrano che queste protolettere sono gli elementi più frequenti di tutte le scritture del mondo, le quali peraltro sono basate su un numero assai limitato di elementi di base, pur nella loro straordinaria diversità. Dehaene pensa dunque che con la scrittura l’umanità sia riuscita a produrre una forma di “riciclaggio neuronale”: non è il cervello ad adattarsi alla scrittura, ma la scrittura ad adattarsi ad un cervello che sa già fare certe cose. L’area per la classificazione delle intersezioni viene manipolata nell’apprendimento fino a farne un’area per il riconoscimento delle lettere.
Ma questa non è che una delle componenti della lettura, che riconosce le parole a partire dal riconoscimento delle lettere, e in seguito delle sillabe corrispondenti ai fonemi, delle sequenze che corrispondono alle radici delle parole, e dei loro suffissi e prefissi. Da questa architettura discende che i metodi cosiddetti “globali” di lettura, in cui si pretende di insegnare a leggere senza sillabare, cercando di far riconoscere parole se non frasi intere, sono destinati all’insuccesso (e difatti sono stati giustamente aboliti da molti programmi scolastici che li avevano adottati).
Una volta identificata una parola, vengono attivate delle regioni che decidono cosa significa e altre che la “pronunciano” mentalmente. Il circuito della lettura segue a questo punto attivazioni un po’ differenti a seconda del tipo di scrittura: l’italiano ha una grafia foneticamente trasparente, a differenza del francese (‘son’, ‘sens’, ‘sans’, tutte pronunciate allo stesso modo: i giochi di parole francesi sono letteralmente intraducibili!) o dell’inglese (‘tough’, pronunciato ‘taf’, che potrebbe far pensare che ‘bough’, si pronunci ‘baf’); per non parlare naturalmente del cinese. Dato che da un esame visivo di ‘bough’ non si può automaticamente dedurre la pronuncia, il cervello anglofono deve fare una deviazione per il circuito semantico, che ‘ridiscende’ in seguito ad attivare l’area fonetica (e far dire qualcosa tra ‘bou’ e ‘bau’). Imparare al leggere in italiano è dunque molto più facile che in inglese o in francese. Che cosa fa sì, allora, che ci sia all’incirca la stessa percentuale di persone con difficoltà di lettura in Italia e Oltralpe (come mostrano gli studi di Eraldo Paulesu)?
Un altro paradosso della lettura viene qui dissolto. Non è paradossale che la dislessia abbia componenti genetiche, anche se la lettura esiste da così poco tempo sulla scala dell’evoluzione. (La grafia trasparente dell’italiano si rivela qui un’arma a doppio taglio; se da un lato facilita il compito di lettura anche ai dislessici, d’altro lato ritarda la diagnosi della dislessia che usa come criterio la facilità di lettura.) Alcuni disordini genetici perturbano, in fase di sviluppo, la migrazione dei neuroni verso le aree pertinenti; in particolare vengono indebolite, nella maggioranza dei casi, le capacità di rappresentazione fonologica, come la possibilità di distinguere dei fonemi tra loro prossimi. Questo permette di immaginare una diagnosi relativamente precoce della dislessia, assai prima di iniziare a insegnare a leggere – i bambini piccoli che hanno difficoltà a distinguere ‘ba’ da ‘pa’ sono potenzialmente da tenere sotto controllo; di converso, una rieducazione fonetica sembra dare i suoi frutti.
Il libro di Dehaene – scritto per il grande pubblico – mostra la ricchezza di un approccio interdisciplinare a un tema ricco di implicazioni sociali. I dati neurofisiologici non sono che la punta dell’iceberg di un vasto programma di ricerca che comincia a dare frutti innovativi e di grande portata.