Ne Il Cielo Sopra Berlino di Wim Wenders il cittadino Homer lamenta l’assenza di un’epica di pace. Ma non è forse tautologico che la pace non conosca epos? Rassegnamoci: Homer rischia di restare per sempre deluso, perennemente in attesa del canto che commuova gli uomini senza evocare gesta come quelle di Patroclo o di Orlando.
Nel frattempo ho scoperto di essere burocraticamente ottimista. Questo non sembra aver molta attinenza con il tema dell’epos. Tuttavia, se fossi un cantore di pace, vorrei saper tessere le lodi della burocrazia. È noto: la burocrazia non solo invita narrazioni gogoliane di anti-eroi, ma è anche il fin troppo facile bersaglio della critica sociale ed economica; rallenterebbe la competitività, bloccherebbe l’innovazione, prosciugherebbe le risorse dello stato, obbligherebbe i cittadini e le imprese a conformarsi a regole barocche. È possibile. Il mio ottimismo nasce dalla constatazione che si incontrano sempre più funzionari(e), insegnanti, impiegati(e) statali o delle pubbliche amministrazioni nazionali ed europee con le seguenti caratteristiche: straboccano di motivazione, sono giovani, e hanno interessanti idee di management creativo. E questo si manifesta in progressi a vari livelli, dall’amministrazione della ricerca pubblica alla gestione di un problema di pensioni, dalla creazione e messa in opera di molte carte dei diritti del cittadino (del malato, del viaggiatore, dello studente) alle decisioni che riguardano l’educazione delle ultime generazioni.
Faccio un esempio proprio legato all’educazione. Dalla scuola materna di mia figlia ogni venerdì riceviamo un resoconto, incollato nel ‘quaderno di vita’ e firmato dalla maestra, che descrive in un paio di pagine assai fitte tutto quello che la classe ha fatto durante la settimana e accenna i progetti per la settimana a venire. Certo, un resoconto settimanale può anche fare l’effetto di una carta da passare in più, un inutile balzello burocratico imposto all’insegnante, che deve scriverlo, e ai genitori, che devono leggerselo nel weekend. Ma i suoi benefici, a pensarci bene, sono ampiamente superiori a questi costi, tutti sommato modesti. Oltre al piacere di sapere che cosa succede in classe c’è la sensazione che il percorso formativo sia il risultato di una riflessione a lungo termine, sia tenuto sotto controllo, sia verificato, e sia elastico quel che basta per adattarsi alle differenze tra i bambini e da una classe all’altra. Inoltre c’è per i genitori la sensazione di partecipare. E c’è la costituzione, passo dopo passo, di un piccolo archivio cui fare riferimento quando si cerca di mettere a fuoco l’identità di un bambino, il suo percorso nel diventare grande. È uno dei grandi effetti della documentalità – ben descritta su queste colonne da Maurizio Ferraris: mettere per iscritto le cose ti obbliga a rifletterci, e forse non sai nemmeno bene che cosa stai facendo finché non lo scrivi.
Quello che voglio dire è che una burocrazia trasparente è possibile, certo; ma voglio anche dire che un modo trasparente di funzionare della società è possibile solo perché esiste una burocrazia, ovvero un grande sistema di trascrizione dei processi, dei dati, dei negoziati. In questo senso la burocrazia tiene insieme il tessuto di una società complessa, non soltanto di quella italiana, ma anche di una società inedita, multinazionale, multiculturale come quella europea. Lungi dall’essere una decorazione inutile o un pesante seppur indispensabile fardello, è da considerarsi come motore di progresso. Forse si può far finta di ignorare che viviamo in un’Europa che travalica ampiamente il sistema dei governi nazionali, ed è anche vero che di finzioni è intessuta la vita quotidiana. Tuttavia il sistema di governo europeo, una formazione sopranazionale di cui non esistono precedenti nella storia, demandato a una nutrita schiera di professionisti della burocrazia, ha permesso a un numero impressionante di persone e lingue di convivere in uno spazio esiguo che non sembrava possibile sottrarre a un destino plurisecolare di guerre e distruzioni. (Per persone della mia generazione, e ancor più per generazioni più giovani, è abbastanza strano cercare di immaginare che cosa potrebbe comportare effettivamente una guerra tra, diciamo, Italia e Austria, o tra Francia e Germania.) Se una visione politica ha aperto la strada a un’Europa pacificata, non va dimenticato che all’atto pratico sono i trattati e le direttive a permettere alla macchina di funzionare.
Per tornare all’ottimismo e all’epos. Il primo presidente della Cecoslovacchia dopo la Grande Guerra, Tomáš Masarik (1850-1937), difendeva la nobiltà di una visione antieroica dell’attività politica e amministrativa: il lavoro in piccolo, sui dettagli, che è la vera missione di chi vuole realizzare grandi opere. L’epos e l’eroismo, scriveva, nutrono l’immaginazione ma ne vengono anche ingranditi generando illusioni. Masaryk fu uno degli allievi del filosofo Franz Brentano; come pure allievo di Brentano era Husserl, che alla fine della sua vita, nel testo sulla Crisi delle Scienze Europee, cercando un’immagine per descrivere la missione del filosofo, lo presentava, con l’idea di nobilitarne l’immagine, come funzionario dell’umanità.