Per favore, non sparate sui pianisti

April 6th, 2008 § 0 comments § permalink

Giuseppe Antonelli, “Maleparole quotidiane”, racconta sul Domenicale della scorsa settimana due forme di degrado della lingua italiana: l’invadenza del turpiloquio, e quella dell’inglese. In questa nota vorrei sondare una zona lasciata in ombra dallo studio di questi ingombranti nemici: vorrei far luce sulle magnifiche parole dell’italiano che vengono degradate dall’uso.

Ma prima di tutto un piccolo vezzo sul titolo del libro di Trifone che Antonelli recensisce: “La malalingua”. Un’osservazione che si deve fare è che la scomparsa virtuale dell’aggettivo ‘malo’ dall’italiano, se si eccettuano costruzioni idiomatiche come ‘in malo modo’, ha lasciato dietro di sé una scia di parole che gelosamente cercano di serbare la memoria di quel termine, incorporandolo come prefisso. E si tratta, come per contrappasso, di parole tra le più belle della lingua: cito malvezzo, malnato, malavita, malanotte, malanimo, malcontento, maltolto, malcantone, malaspina. Ve ne sono decine, e lascio al lettore il piacere di compilare una lista, che come si vedrà, vibra di cattiveria ed eleganza.

Per passare dalla parola alla cosa, le maleparole che Trifone rubrica e che Antonelli riporta non suscitano grandi sorprese. E se pur fanno orripilare Manzoni, il quale davanti al fottitoio della Crusca parla antipaticamente di ‘schifezze’, è comunque giusto ridare nobiltà al volgo e prevenire gesti censori, sia pure di scrittori senza pari; giusto promuovere le parolacce, quantomeno a fini scientifici. Ma voglio qui perorare la causa di parole assai diverse, delle povere parole che sono state non promosse ma retrocesse da un uso leggero e sconsiderato, parole che in italiano sono importanti, addirittura fondamentali veicoli di poesia, diventate loro malgrado parte di un quasi turpiloquio, contrabbandate nella conversazione come merce inferiore.

Si pensi a pianista. Nulla di più nobile, a prima vista: un uomo o una donna che con lunghi anni di dedizione s’impadronisce di un’arte e la offre con gesti delicati agli astanti rapiti e grati. Bella parola. Da qualche anno il pianista è però un tapino, un furbastro, uno che vota senza diritto in vece d’altri in Parlamento, infilando le sue dita adunche nella casella di voto del vicino, pigiando un tasto non suo dopo aver allargato le braccia in modo scomposto. Vi prego, salviamo pianista. Altro termine che vorrei amorevolmente salvare è distrazione. Finita l’epoca dei meriggi assolati in cui si poteva lasciare per un momento la lettura e, distratti, guardare una farfalla che entrata dalla finestra si posa sullo scrittoio; la distrazione è oggi un’attività criminosa, imprenditori senza scrupoli distraggono fondi dalle casse delle loro ditte per costruirsi ville e vascelli, che pensano di meritare e non meritano. Lasciateci la distrazione di un tempo! Avevo già lanciato un appello, inascoltato, per il suffisso –poli: il frammento d’origine mediterranea che designa la città, il cuore della vita comune, è diventato da tangentopoli in poi una marca d’infamia, e non si è riusciti ad arginare quest’uso perverso: una laureopoli non è un luogo in cui ci si laurea, ma un commercio malsano di lauree, tanto poco raccomandabile anche se certo meno colorito di una vallettopoli. Non sono queste le polis in cui vogliamo abitare.

Insomma, l’italiano è minacciato da più nemici: la tendenza al turpiloquio, le invasioni barbariche. Ma contro questi ci si può difendere, o quantomeno immaginare palliativi. Chi potrà invece salvarci se le belle parole dell’italiano, parole italianissime, sono costrette a farci dire cose antipatiche?

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