Gary Marcus, Kluge: The Haphazard Construction of the Human Mind. Houghton Mifflin, 2008, 211 pp. 24 USD

Non so bene come tradurre al meglio ‘kluge’, (o ‘kludge’, secondo un’altra grafia), slang americano di origine informatica che indica ‘una soluzione goffa o poco elegante di un problema”. “Rabbercio” probabilmente vi si avvicina più di altre parole, anche se forse non fa bella figura su una copertina. Ma tant’è, il punto dei rabberci non è quello di impressionarci per la loro eleganza. La tesi di Marcus, psicologo della New York University, è che è giunto il momento di riconcettualizzare seriamente la mente umana come una serie di rabberci, tracce lasciate dalla storia durante l’evoluzione. Se non siete d’accordo, probabilmente fate parte di una delle tre categorie seguenti: siete degli economisti che cercano ostinatamente di vedere negli umani degli implacabili massimizzatori di utilità, o dei neocreazionisti che non possono accettare l’idea che il cosiddetto ‘progetto’ non sia poi tanto intelligente, o degli evoluzionisti estremi che pensano di poter giustificare ogni tratto come adattivo. Ma rassegnamoci all’evidenza. Un esempio: la retina ha i recettori fotosensibili rivolti verso l’interno e non verso l’esterno, e quindi i collegamenti con il nervo ottico devono passare ‘davanti’ e filtrare la luce, come se una fotocamera avesse i cavi davanti all’obiettivo (e il risultato è la macchia cieca, cui il cervello rimedia a posteriori con un software che la cancella riempendola di un colore che approssima quello rilevato intorno ad essa). Solo un ingegnere ubriaco avrebbe potuto progettare un occhio così.
La lista dei rabberci è lunghissima. Il rabbercio che tiene insieme la memoria umana è il centro cui (purtroppo) fanno riferimento molti altri. Sarebbe molto comodo avere una memoria che assegni a ogni ricordo un indirizzo e ci permetta poi di recuperare i ricordi andando a vedere il loro indirizzo (come fa il mio PC, che non sbaglia mai). Invece la nostra memoria è organizzata per tratti salienti, con il risultato che quando lanciamo la ricerca di un ricordo devono rispondere tutti subito all’appello, e si fanno trovare solo quelli che per una ragione o per l’altra sono più “caldi” (più recenti, meno sovrapposti ad altri, più stimolati dal contesto). Se non vi ricordate dove avete messo le chiavi dell’auto è perché mille altri ricordi in cui le mettete al posto giusto nel cassetto si fanno avanti e interferiscono con il ricordo utile di ieri mattina, e non a caso i piloti di aerei non si affidano alla memoria, ma alla checklist, per tutte le operazioni preliminari (proprio perché le hanno fatte cento volte, rischiano di ricordare falsamente di averle fatte oggi). Velocità e sensibilità al contesto hanno probabilmente aiutato i nostri antenati a rispondere a mille emergenze e conferito loro un vantaggio evolutivo; ma da un lato non sono adatte a una vita che richiede ponderazione nelle scelte, e d’altro lato sono facilmente manipolabili. Altri rabberci si manifestano in tutti i comportamenti in cui manifestiamo un’intelligenza nettamente inferiore alle norme razionali: siamo afflitti dalla ricerca di elementi che confermano i nostri pregiudizi, da un autocontrollo inadeguato, dalla sensibilità delle nostre risposte al modo in cui vengono formulate le domande, dall’illusione di tenere sotto controllo eventi casuali, e da particolari idiosincrasie, come un linguaggio impreciso e ambiguo e l’estrema vulnerabilità a vari tipi di disordine psichico. La mente non funziona bene perché non è stata progettata per funzionare bene, e anzi non è stata progettata affatto: è una congerie di rabberci a problemi specifici, che una volta ‘scoperti’ dall’evoluzione hanno di fatto impedito di scoprire soluzioni più eleganti.
Marcus scrive con grande agilità e ha il merito di aver proposto un quadro unitario in cui inserire le diverse limitazioni della mente. Il libro lascia un po’ il tempo che trova nella breve pars construens, e questo in fin dei conti non lo distingue da una pletora di libri recenti sui limiti della razionalità, limitandosi a segnalarci delle tecniche per ragionare meglio che sembrano richiedere, a noi tutti rabberciati, più di quanto non possiamo umanamente dare.