Grandi cambiamenti in 59 secondi (o meno)

October 7th, 2010 § 0 comments § permalink

Richard Wiseman. 59 Seconds. Think a little, change a lot. Pan Books 2010, pp. 358, £ 8.99.

Provare per credere: tenete una matita tra i denti per venti secondi ogni giorno; mettete una pianta sulla scrivania, appendete in ufficio un quadro fatto di frecce che puntano tutte a destra tranne una, risolvete un sudoku; scrivete la vostra elegia funebre, usate scodelle piccole, fate liste, tenete una foto di un bimbo piccolo nel portafoglio, chiedete un favore a una persona cui tenete, e ogni tanto pronunciate una parola con l’accento sbagliato. Questo vi permetterà di risolvere alcuni piccoli e grandi problemi della vita, nell’ordine: ottimismo, creatività, motivazione, procrastinazione, ingordigia, perdita del portafoglio, persuasione, simpatia.

Ho fatto una breve selezione da una lista assai nutrita di microsoluzioni pubblicata da Richard Wiseman nel suo 59 Seconds, libro che deve il titolo al suggerimento che basta poco per cambiare le cose. D’accordo, ci sono scaffali interi nel settore self help di libri che fanno proposte di varia natura per l’automiglioramento. Il contributo di Wiseman se ne distacca per due ragioni che mi sembrano meritorie. In primo luogo è un panorama di ricerche pubblicate in riviste scientifiche con comitato di lettura. Per esempio, sulla faccenda delle scodelle. Ci sono vari studi di Brian Wansink sul modo in cui l’aspetto di quello che mangiamo e degli strumenti con cui lo mangiamo influenza la quantità di cibo che finiamo con l’assumere. I soggetti di studi controllati tendono a terminare quello che hanno nel piatto e a mangiare di più se hanno per casa cucchiai e fondine grandi, rispetto ai soggetti che hanno perlopiù coperti piccoli. In un esperimento Wansink aveva congegnato una scodella che si riempiva automaticamente di nascosto man mano che un commensale consumava la sua zuppa, e senza accorgesene il soggetto finiva col consumare quasi il doppio degli altri. Gli indici visivi determinano la sazietà; le quantità di cibo che pensiamo di dover ancora ingerire sono misurate dagli occhi e non dallo stomaco!

Il secondo punto di merito è che le soluzioni proposte sono di tipo “ingegneristico”, se mi si passa il termine. Ci propongono di modificare un poco il nostro ambiente prossimo e non di cercare il cambiamento in noi stessi. Perché questo è importante? Per due ragioni. Richiedere alle persone di cambiare da un lato è ampiamente inefficace, e dall’altro lato – proprio a causa dell’inefficacia – genera degli imponenti e moralmente dubbi sensi di colpa. Se siete sovrappeso gli inviti a tener duro, mettercela tutta, a dar prova di forza di volontà nel limitare i dolci, si mutano nel loro opposto, giudizi impietosi sul fatto che non avete abbastanza forza di volontà (e quindi, guarda un po’, vi meritate di essere sovrappeso). Questo circolo infernale non dovrebbe più aver diritto di cittadinanza in un mondo di persone ragionevoli. L’ingegneria ambientale, ancorché vagamente paternalistica, facilita il raggiungimento dello scopo con interventi tutto sommato modesti: lo scaffale dei dolci più in alto di quello delle verdure, un frigorifero più piccolo, cucchiaini per lo zucchero da casa delle bambole, e via di questo passo.

Se poi vi sembra che aleggi un vago senso di surrealtà nell’immaginare la persona che cerca di seguire tutti i consigli del libro, e per l’appunto si ritrova con quadri bizzarri in ufficio, piante sulla scrivania e una matita tra i denti, non posso darvi torto. Il libro discute dei mezzi dando per scontato che i fini siano condivisi. Una riflessione sui fini – che poi è una delle poche prerogative rimaste ai filosofi – merita un capitolo a parte.

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