Un invito ai miei colleghi accademici e non. Organizziamo congressi, giornate di studio, workshop. Questo fa viaggiare, incontrare (e mangiare) un numero variabile di persone, da qualche decina a qualche centinaio in un anno. È un’occasione straordinaria per una serie di piccole riforme dal basso.
1. Biodiversità e menù con l’opzione carnivora. Uno studio del 2010 dell’agenzia olandese dell’ambiente (Rethinking Global Biodiversity Strategies: Exploring structural changes in production and consumption to reduce biodiversity loss) indica che il declino della biodiversità può essere contenuto se si riduce il consumo di carne, la cui produzione tende a richiedere monocolture. Philipp Pattberg dell’Università di Amsterdam ha introdotto una politica soft per incoraggiare la tendenza. Quando il suo istituto organizza convegni, la soluzione automatica è il menu vegetariano; poi uno, se vuole, può fare l’opt out e richiedere il menu non vegetariano. (In genere succede il contrario: menu carnivoro per default, opt in per il vegetariano.) È nota la propensione a preferire la soluzione per default, e al tempo stesso non si fa torto a nessuno dato che si lascia la possibilità di scegliere. Per molti sarà anche un’occasione di scoprire un modo diverso di mangiare. Per non parlare di una digestione più semplice che facilita i lavori della temibile sessione pomeridiana.
2. Pari opportunità. Il blog Feminist Philosophers dà alcuni suggerimenti per evitare un congresso tutto maschile. Per esempio, si può partire dalla constatazione che dato che la carriera accademica è più difficile per le donne, le sole donne che vengono in mente sono probabilmente delle superstar, mentre si pensa facilmente a uomini di livello più basso: quindi si può scendere sotto il livello stellare nella scelta delle colleghe per riequilibrare i contingenti. Altri suggerimenti dal sito: chiedere prima alle donne quando si fissano le date, cercare un po’ più a fondo tra le liste di colleghe che lavorano nel settore per evitare scelte automatiche, non aspettare fino all’ultimo prima di invitare donne, finanziare di preferenza i loro viaggi dato che probabilmente lavorano in istituzioni meno sovvenzionate, e organizzare un kindergarten dato che probabilmente non hanno alternative con i bambini piccoli. A questo aggiungo anche: cercare di mantenere gli orari prefissati.
3. Gerontocrazia. È vero che con l’età si acquisisce una grande esperienza e sapienza; ma dando sempre onori ai baroni si finisce anche col suggerire che l’unico modo di progredire sia l’anzianità. Si possono invertire gli ordini di importanza, e mettere degli studenti/studentesse a fare i presidenti/presidentesse di seduta. Qualche vecchio pompone accademico arriccerà il naso, e a volte sarà difficile impedire a qualcuno di sforare con i tempi (vedi punto 2), ma pazienza.
4. Documentalità. Certo, è sempre possibile filmare tutto e mettere online. Ma avremo tempo di rivedere tutto quello che viene filmato? E se filmo tutto, che incentivo hai tu di venire al mio convegno? Correttivo: offrire crediti a degli studenti che tengano una traccia scritta di quanto avviene e facciano una breve sintesi, da pubblicare sul sito del dipartimento, o da inviare in tempo reale su twitter.
5. Buone domande. Se poi si inviano i testi degli interventi in anticipo e si permette al pubblico di depositare delle domande (su un blog, per esempio) si dà a chi interviene un’idea di quello che l’aspetta, e gli/le si permette di calibrare l’intervento sul pubblico che incontrerà effettivamente.