Come migliorare il mondo a partire dall’organizzazione di un convegno

June 28th, 2011 § 0 comments § permalink

Un invito ai miei colleghi accademici e non. Organizziamo congressi, giornate di studio, workshop. Questo fa viaggiare, incontrare (e mangiare) un numero variabile di persone, da qualche decina a qualche centinaio in un anno. È un’occasione straordinaria per una serie di piccole riforme dal basso.

1. Biodiversità e menù con l’opzione carnivora. Uno studio del 2010 dell’agenzia olandese dell’ambiente (Rethinking Global Biodiversity Strategies: Exploring structural changes in production and consumption to reduce biodiversity loss) indica che il declino della biodiversità può essere contenuto se si riduce il consumo di carne, la cui produzione tende a richiedere monocolture. Philipp Pattberg dell’Università di Amsterdam ha introdotto una politica soft per incoraggiare la tendenza. Quando il suo istituto organizza convegni, la soluzione automatica è il menu vegetariano; poi uno, se vuole, può fare l’opt out e richiedere il menu non vegetariano. (In genere succede il contrario: menu carnivoro per default, opt in per il vegetariano.) È nota la propensione a preferire la soluzione per default, e al tempo stesso non si fa torto a nessuno dato che si lascia la possibilità di scegliere. Per molti sarà anche un’occasione di scoprire un modo diverso di mangiare. Per non parlare di una digestione più semplice che facilita i lavori della temibile sessione pomeridiana.

2. Pari opportunità. Il blog Feminist Philosophers dà alcuni suggerimenti per evitare un congresso tutto maschile. Per esempio, si può partire dalla constatazione che dato che la carriera accademica è più difficile per le donne, le sole donne che vengono in mente sono probabilmente delle superstar, mentre si pensa facilmente a uomini di livello più basso: quindi si può scendere sotto il livello stellare nella scelta delle colleghe per riequilibrare i contingenti. Altri suggerimenti dal sito: chiedere prima alle donne quando si fissano le date, cercare un po’ più a fondo tra le liste di colleghe che lavorano nel settore per evitare scelte automatiche, non aspettare fino all’ultimo prima di invitare donne, finanziare di preferenza i loro viaggi dato che probabilmente lavorano in istituzioni meno sovvenzionate, e organizzare un kindergarten dato che probabilmente non hanno alternative con i bambini piccoli. A questo aggiungo anche: cercare di mantenere gli orari prefissati.

3. Gerontocrazia. È vero che con l’età si acquisisce una grande esperienza e sapienza; ma dando sempre onori ai baroni si finisce anche col suggerire che l’unico modo di progredire sia l’anzianità. Si possono invertire gli ordini di importanza, e mettere degli studenti/studentesse a fare i presidenti/presidentesse di seduta. Qualche vecchio pompone accademico arriccerà il naso, e a volte sarà difficile impedire a qualcuno di sforare con i tempi (vedi punto 2), ma pazienza.

4. Documentalità. Certo, è sempre possibile filmare tutto e mettere online. Ma avremo tempo di rivedere tutto quello che viene filmato? E se filmo tutto, che incentivo hai tu di venire al mio convegno? Correttivo: offrire crediti a degli studenti che tengano una traccia scritta di quanto avviene e facciano una breve sintesi, da pubblicare sul sito del dipartimento, o da inviare in tempo reale su twitter.

5. Buone domande. Se poi si inviano i testi degli interventi in anticipo e si permette al pubblico di depositare delle domande (su un blog, per esempio) si dà a chi interviene un’idea di quello che l’aspetta, e gli/le si permette di calibrare l’intervento sul pubblico che incontrerà effettivamente.

La Lingua Italiana dei Segni sia riconosciuta per quello che è, una lingua a pieno titolo

June 16th, 2011 § 3 comments § permalink

Non si sa se è stato uno svarione, ma sarebbe il caso di porvi rimedio. La Commissione XII della Camera ha inopinatamente cambiato di nome alla Lingua dei Segni Italiana (LIS), ribattezzandola Linguaggio Mimico Gestuale (LMG) nell’iter di approvazione della proposta di legge 4207 che promuove la partecipazione dei sordi alla vita sociale. Le conseguenze del cambiamento sono di ampia portata. Di fatto, non si riconosce più alla lingua dei segni il suo statuto, che è quello di una vera e propria lingua come l’italiano, l’olandese o il catalano, e la si declassa a una specie di pantomima. È importante capire la differenza tra lingua e pantomima. Tutti noi, quando parliamo, facciamo dei gesti più o meno utili alla comunicazione, e a volte questi gesti mimano delle attività. Ma a differenza dei movimenti di chi segna, i nostri gesti quotidiani non hanno una sintassi. La LIS, invece, è dotata di una sintassi assai articolata, che pur differenziandosene obbedisce agli stessi principi che regolano la sintassi di altre lingue dei segni (come l’ASL, American Sign Language, a sua volta imparentata con la Lingua dei Segni Francese, per quanto ciò possa sembrare strano: la propagazione delle lingue segue sentieri tortuosi). Ma sono anche, si badi, gli stessi principi di fondo che regolano la sintassi delle lingue non segnate, come l’italiano, l’inglese o il catalano parlati. La presenza di una sintassi fa tutta la differenza per quel che riguarda l’acquisizione. Non si può imparare una lingua madre, una prima lingua, al di fuori di una finestra di apprendimento abbastanza limitata nel tempo, e un’esposizione precoce alle strutture sintattiche è dunque fondamentale. Ora, e questo è il passaggio importante, l’area di Broca reagisce alla sintassi contenuta nelle frasi pronunciate vocalmente ma anche a quella contenuta nelle frasi segnate. E senza esposizione alle lingue dei segni non c’è garanzia che le funzioni linguistiche dell’area di Broca si attivino nel bambino sordo, dato che egli ha grosse difficoltà ad apprendere le lingue vocali: se viene esposto solo a una lingua vocale, la apprende con molto ritardo rispetto ai bambini udenti e raramente raggiunge un alto livello di competenza linguistica. Invece, gli studi sull’apprendimento linguistico dei bambini nati sordi hanno mostrato che quelli esposti alla lingua dei segni in età precoce raggiungono un livello di competenza linguistica migliore anche per quanto riguarda la lingua parlata. In pratica, la lingua segnata è la via principe per il cervello di un bambino o una bambina sordi di far scattare precocemente la comprensione linguistica, per scoprire che esiste una cosa che è una lingua, ed impadronirsene ed usarla a sua volta. A partire da questa comprensione iniziale i bambini potranno imparare a leggere e in alcuni casi, se suscettibili di essere aiutati da apparecchi acustici, a decifrare i suoni della lingua parlata. Un discorso a parte va fatto per gli impianti cocleari precoci, che però non possono essere impiantati su tutti i bambini sordi, e hanno comunque una percentuale di insuccesso e di rischio.

Quindi, chiamare la LIS una ‘lingua’ è fondamentale per riconoscerle il ruolo insostituibile che ha nell’apprendimento, e quindi creare percorsi di apprendimento che la contemplino.

 

A mio modesto parere la LIS andrebbe insegnata non solo a chi non sente, ma nelle materne e nelle primarie a tutti i bambini, per permettere l’integrazione completa della comunità linguistica dei sordi. C’è un esperimento in una scuola elementare di Cossato, in provincia di Biella dove le classi bilingui italiano/LIS hanno ottenuto risultati migliori delle classi monolingui di italiano nelle famose prove INVALSI di cui si parla molto in questi giorni (cosa questa poco sorprendente, dato che è noto che il bilinguismo è associato a vantaggi cognitivi). Dico questo per segnalare una sottile linea di frontiera che una società evoluta potrebbe cominciare a rimettere in discussione. Il problema della sordità, come quello di molte altre difficoltà (dislessia, disturbi dell’attenzione…), ha un aspetto medico e un aspetto sociale. La tendenza odierna – aiutata dall’onda impetuosa delle neuroscienze – porta ad esasperare la medicalizzazione di questi problemi. Gli operatori del settore e le famiglie denunciano non solo una disattenzione, ma anche una certa disinformazione sistematica da parte delle strutture; per esempio non è raro veder scoraggiare l’apprendimento della LIS che nuocerebbe allo “sforzo” necessario ai bambini ad “adattarsi” agli impianti acustici. Siamo completamente fuori strada, ed è il momento di cambiare rotta. Il Parlamento riconosca alla comunità dei sordi di esser in primo luogo una comunità linguistica a pieno titolo.

(Il Sole24 Ora ha pubblicato una versione breve di questo articolo il 19/6/2011)

 

 

 

Prima Lezione di Filosofia

June 8th, 2011 § 0 comments § permalink

(Mi sono detto che se qualcuno vuole commentare il libro, può farlo inviando un commento qui sotto). Ricevo svariate mail e molte mi sembra che meritino di essere condivise per via del loro contenuto generale.

La febbre dei libri

June 1st, 2011 § 0 comments § permalink

Avevo sedici o diciassette anni. Con due amici si era saliti all’alpe Devero un sabato pomeriggio con l’idea di pernottare e spingerci l’indomani fino alla Alpe Veglia – una traversata classica delle Alpi Occidentali. Il rifugio era completo; il gestore ci diede le chiavi della baita di un suo conoscente, una delle tante disseminate sull’altopiano. Ci andammo dopocena con un senso di mistero e di avventura, attraversando al buio prati e torrenti. Accendemmo una improbabile e fioca lampadina. Sorpresa. La baita era tappezzata di libri, dal pavimento alle travi del tetto, libri sulle sedie, sui letti che dovemmo cautamente liberare per fare spazio ai sacchi a pelo. Passammo la notte a leggere, in parte intimiditi e certo esaltati dalle scoperta di quel tesoro; era impossibile sottrarsi all’imperativo di quelle baita; era come se non avessimo altra scelta. Probabilmente fu in quell’occasione che feci mia la risposta di Böll alla domanda “Che cosa faremo di questo ragazzo?”: “Qualcosa che abbia che fare con i libri”.

Leggevo certo molto anche da prima, con due zie insegnanti di latino e greco la casa dei nonni aveva scaffali straboccanti, una stanza, quella della Zia Maria aveva l’odore della biblioteca comunale, addolcito dalla fragranza di un vecchio cuoio, una sella di cammello riportata da un viaggio levantino, il fumo leggero di una sigaretta. Ero sempre ben accetto in quella stanza, anche se c’erano sovente visite di studenti che venivano a far ripetizione e cantilenavano declinazioni. Mi accucciavo in una poltrona e leggevo. Sul tavolinetto c’era un tagliacarte con cui capitava di dover ancora aprire le pagine di qualche vecchia edizione – si intravedevano delle parole che sembravano stampate per il solo piacere di essere stampate, andava benissimo se anche nessuno le avesse mai lette, pareva. Il suono increspato della pagina tagliata a poco a poco accompagnava la scoperta di un piccolo mondo. E poi c’erano i traslochi di famiglia, complesse preparazioni di casse di libri: confeziona riempi trasporta svuota rimetti in ordine. Il mio primo acquisto nella prima stanza in cui ho abitato da solo fu una libreria a cinque scaffali. L’ultimo acquisto, ieri pomeriggio, un libro. Se uno legge molto, o legge poco, dipende molto dal caso, dall’aver avuto lettori intorno a sé quando era bambino, dall’aver avuto maestri e insegnanti che sanno far vivere un testo, dalle proprie curiosità. O dal vivere in un mondo in cui molti leggono.

Leggere un libro oggi significa competere con i pixel lucenti, proteggersene? O invece aderire fino in fondo alla nuova veste tecnologica? Mirabolanti profezie sulla fine del libro e sulle sue reincarnazioni ci accompagnano da anni. Qualche salto di qualità comincia a imporsi. Affascinati o orripilati dalla tecnologia, rischiamo di non vederlo. Enormi catene di distribuzione (Apple, Amazon, Google) hanno stuoli di infaticabili e intelligentissimi robot che leggono quello che leggiamo, ci consigliano benevolmente di leggere quello che leggono persone “come noi”. Editori il cui sogno, in fondo, è di vendere un solo titolo a tutti i lettori del pianeta spostano verso i supermercati la loro produzione, buttano lì tentativi che il mercato seleziona in tempi brevissimi, mandano al macero dopo poche settimane. (Ottimizzare, tagliare i costi, cogliere solo i frutti “maturi e a portata di mano”.) Editori universitari pubblicano sempre meno monografie specialistiche. Le scuole e le università si dimenticano del libro. E se la Zia Maria oggi leggesse Erodoto sull’iPhone, sarebbe veramente un esempio per suo nipote? Non è che sta facendo un sudoku?

Si manifesta qualche forma di resistenza (comprare in piccole librerie, pagando in contanti), e si fa strada qualche interessante riflessione. Per esempio una NGO sudafricana, Chimurenga, che gestisce una biblioteca a Città del Capo, ha proposto un percorso di feedback dal libro digitale al libro di carta. La pratica di dare raccomandazioni e di “taggare” i contenuti digitali è stata importata nella biblioteca cartacea: dai volumi negli scaffali pendono delle etichette sulle quali i lettori possono scrivere le loro raccomandazioni, pareri, dare un voto. Questo per dire che ci sono potenzialità inespresse della lettura digitale che possono rivelarsi occasioni per rivedere il design della lettura del libro cartaceo. E la grande potenzialità di internet, la condivisione dei contenuti, convitato di pietra nel recente pre-G8 parigino, incita alla libera circolazione dei libri, a ripensare da cima a fondo le biblioteche. Luoghi in cui attrarre i lettori offrendo uno spazio di lavoro che possono investire della loro presenza e ritrovare intatto giorno dopo giorno, per esempio. Luoghi aperti e liberi per far circolare sorprese.

Lo scorso mese, a Heidelberg, ho ritrovato il titolo di quella lontana notte all’Alpe Devero, spulciando in una biblioteca di scambio – in pratica, uno scaffale senza custodia in mezzo alla strada (Erich Maria Remarque: Tempo di vivere, tempo di morire.) L’ho preso. Non avevo niente da lasciare in cambio, niente mi è stato chiesto, ma prometto che invierò un volume al sistema bibliotecario del Baden-Württemberg, un giorno.

 

 

 

 

 

 

 

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