Il presente illumina il passato

May 29th, 2012 § 0 comments § permalink

Il prima e il dopo logici non corrispondono necessariamente al prima e al dopo temporali. Questa è anche una delle ragioni per cui l’evoluzione non è molto logica. La retina è rovesciata come un guanto, i suoi recettori puntano verso l’interno del cranio e la luce deve attraversare vari strati di tessuto prima di fare il suo effetto. Il design della retina verrebbe bocciato in un corso di ingegneria divina. Ma, per l’appunto, l’evoluzione non è un tipo di design.

Gli oggetti che ci circondano sono invece il risultato di un progetto o, quantomeno, di un’intenzione. Le domande normative che suonano vacue di fronte all’evoluzione biologica (“non era meglio progettare i maschi senza capezzoli?”) sono invece del tutto appropriate nei confronti dei risultati della creatività umana. Come pure sono appropriate le perplessità sulla storia delle invenzioni: perché alcune cose non sono state inventate prima di altre? E perché alcune cose non sono state inventate prima di quando sono state di fatto inventate? È legittimo porre queste domande ai malcapitati non-inventori che avevano tutte le risorse concettuali e logiche per fare il passo creativo che non hanno fatto. È legittimo fornire risposte storiche (come ha fatto per esempio Carlo M. Cipolla nei suoi saggi sulla nascita della tecnologia.)

Per molti secoli sono state usate delle meridiane equatoriali. Si tratta sostanzialmente di un disco attraversato da un perno, come una trottola. Se il perno viene disposto parallelamente all’asse terrestre, una delle facce del disco rappresenta la superficie del Polo Nord, la faccia opposta la superficie del Polo Sud, e il profilo del disco l’Equatore. Ciascun lato della meridiana equatoriale è in ombra per sei mesi all’anno, e durante il dì il perno spazza il cerchio di un movimento uniforme alla velocità di quindici gradi l’ora, che è poi la velocità di rotazione della Terra, il che permette di usare le meridiane in ogni stagione con una graduazione molto semplice. Per quanto semplice, la meridiana equatoriale è un’astrazione di un’altra rappresentazione, il mappamondo orientato (di cui ho scritto mesi fa in relazione al bellissimo progetto globolocal.org). Un mappamodo orientato è un mappamondo tolto dal suo supporto e disposto con l’asse parallelo a quello terrestre e il meridiano del luogo in cui lo si dispone allineato al meridiano vero a condividere uno stesso Nord. Si ottiene una meridiana equatoriale per astrazione, schiacciando il mappamondo in modo da lasciarne solo Poli ed Equatore.

 

Sarebbe logico pensare che la cosa più astratta segua nel tempo, e non preceda, quella meno astratta. Tanto più che i mappamondi sono stati in circolazione per parecchio tempo, e ci voleva poco per orientarli e usarli come dei computer analogici per rappresentare le relazioni Terra-Sole. E invece, niente. Il primo mappamondo orientato che sono riuscito a scovare è stato inventato da Simon Moroder alla fine del ventesimo secolo.

Le rappresentazioni “situate”, come il mappamondo orientato, sono concrete (o incarnate) e quindi meno astratte di quelle “non situate”, come le carte geografiche. Ma non sempre l’astratto viene dopo il concreto. Il navigatore che usa il GPS è un altro esempio di rappresentazione situata. Per quanto la cosa possa sembrare strana, concettualmente viene prima delle carte geografiche che ha in memoria e che sono state prodotte con il paziente lavoro dei secoli molto prima che qualcosa come il GPS potesse anche solo lontanamente venir immaginato. Per funzionare, il punto rosso che indica la vostra posizione sullo schermo deve avere una relazione molto particolare con l’ambiente: non deve solo rappresentare dove siete voi, deve essere in quel luogo. La cognizione situata è, in fondo, questo: trarre vantaggio da relazioni dirette con l’ambiente per permettere il funzionamento corretto delle nostre rappresentazioni. Le carte geografiche sono astratte perché disincarnate; la loro utilità, in mancanza di un GPS, è proprio quella di essere non orientate, e quindi orientabili.

Se l’origine concettuale e l’origine storica viaggiano su binari diversi, allora la storia può essere un ostacolo alla comprensione. Questo è particolarmente importante nel caso dell’insegnamento. Per insegnare a usare una carta geografica, conviene partire dal GPS, e per insegnare a usare una meridiana, conviene iniziare dal mappamondo orientato. Per una curiosa inversione di prospettiva, il presente può informare di sé il passato.

Gli esperti e la fine delle tasse

May 28th, 2012 § 0 comments § permalink

Thorpe, S., A Flat Rate Financial Transaction Tax to Replace All Taxes?

La società contemporanea ha messo in valore gli esperti, e la società mediatica ha conferito loro un ruolo enorme e non chiarissimo nello dibattito pubblico. Forse allora dovremmo in primo luogo chiarirci le idee su che cosa intendiamo per spazio della discussione pubblica. Propendo per una visione ampia: lo spazio della discussione pubblica è quello in cui ogni cittadino può intervenire proponendo idee di cui tutti gli altri cittadini possono beneficiare. Ci sono senz’altro visioni più ristrette, e la sfilata televisiva degli esperti (‘talking heads’, nel gergo televisivo statunitense) ne è un esempio: una mezza dozzina di titolati che intervengono a vario titolo sullo sfondo di un pubblico impreparato per scelta editoriale se non addirittura per definizione. Entro questa ottica ristretta la figura dell’esperto ha il suo rovescio in quella, triste, del tuttologo, presentato come una specie di caricatura del superesperto che mai sarà. E le voci del pubblico saranno sempre marchiate a fuoco dal sospetto del dilettantismo.

E tuttavia non è peregrino porsi il problema: chi valuta il contributo degli esperti alla vita di tutti? Il campo dell’economia è forse quello oggi più interessante per parlarne. La deriva economicista del secondo dopoguerra (messa a nudo nel lucidissimo Guasto è il mondo di Tony Judt), che ci impedisce quasi di pensare al di fuori delle categorie economiche, di immaginare progetti per il bene comune e per l’ambiente che osino contrastare la visione di un mercato supremo giudice delle cose del mondo, ha dato alla gilda degli economisti un ruolo enorme nel dibattito pubblico. Ruolo enorme, ma con quali responsabilità? Si è fatto gran caso della quasi totale sorpresa del mondo di fronte alla Grande Crisi del 2008. Ovvero, si è detto che gli economisti non erano stati in grado di prevederla (e quelli che l’avevano fatto erano probabilmente un incidente statistico: tra le tante previsioni, qualcuna doveva pure azzeccarci). Si sono poi viste autocritiche generalizzate, dimissioni in massa, promesse di risarcimento quantomeno morale? Non mi pare. Il modello che regge tutta l’ideologia economica – gli agenti come massimizzatori razionali di benefici in un sistema informazionalmente non distorto – non ha retto a quarant’anni di ricerche sulla razionalità limitata. Lo si è dunque estirpato dai curricula universitari, dagli algoritmi che gestiscono i prodotti finanziari, dai discorsi ministeriali sull’efficienza del mercato? Non ci risulta. Ma senza responsabilità e senza vera cognizione di causa, a quale titolo parlano gli esperti economici, condizionando la vita di tutti?

Forse le idee più interessanti circolano al di fuori dei ristretti ambiti disciplinari. Per restare in campo economico, come valutereste una proposta fiscale che venisse non da un economista ma, per fare un esempio, da un docente di neuroscienze computazionali? La proposta in questione è semplice: dato che il gettito fiscale mondiale è un millesimo del volume globale delle transazioni finanziarie (fonte: bis.org), perché non sostituire tutte le tasse oggi esistenti, dall’IVA alla tassa sul reddito alle patrimoniali, con una semplicissima tassa sulle transazioni finanziarie? Una tassa flat dell’uno per mille su tutte le transazioni finanziarie abolirebbe tutte le altre tasse, e una flat all’uno per cento creerebbe un surplus fiscale immenso da cui attingere per progetti infrastrutturali o ambientali o sociali di grandissima portata. Naturalmente vedo molti traders aggrottare le sopracciglia di fronte alla diminuzione di introiti adesso possibili con lo High Frequency Trading, ma ci sono solo i traders a questo mondo, e lo HFT è un bene da non mettere assolutamente in discussione? E naturalmente esistono vari problemi tecnici e diplomatici da superare, ma perché privarsi del piacere di affrontarli? Qualche argomento sul tavolo. L’interesse della flat sulle transazioni finanziarie (che ha un illustre antecedente nella Tobin Tax) è di riconoscere che l’economia si è globalizzata e smaterializzata: perché non adeguare i nostri mezzi di riscossione approfittando dell’elettronica? Perché lasciare che il Parlamento perda migliaia di ore a ritoccare le leggi sulle tasse – tipicamente al fine di esentare qualche categoria ben rappresentata – invece di dedicare il proprio tempo ad affrontare problemi veri? Perché nutrire categorie intere di Azzeccagarbugli (“ottimizzatori fiscali”) invece di finanziare la ricerca o l’arte? Quale acquirente non sarebbe contento di vedere sparire l’IVA? E quale evasore se la sentirebbe di raccontarci che lui evade perché è strangolato da un’unica tassa all’uno per mille?

Ripeto, il caso dell’economia è forse il più eclatante e una proposta provocatoria serve solo a saggiare il terreno, a capire quanto di ciò che viene sottoposto a discussione pubblica lo è per via del suo merito intrinseco e non invece per via del fatto che abbiamo ormai delegato la produzione di idee e la loro discussione a una non meglio definita congerie di esperti. Resta il problema di come intercettare i contributi dei non esperti, come dar loro valore e voce. Edge.org ha fatto una bandiera del richiedere agli esperti l’invasione di campo in settori che non sono di loro competenza; ma si tratta di un esperimento ancora limitato e, per l’appunto, rivolto ad esperti. La società dovrebbe investire di più sulla biodiversità intellettuale.

 

I nomi del paesaggio

May 21st, 2012 § 0 comments § permalink

Patrick Blandin. La Biodiversité. Paris: Albin Michel, 2010. pp. 260, 20 euro.

Convenzione Europea del Paesaggio. Firenze, 20 Ottobre 2000. http://www.darc.beniculturali.it/ita/paesaggio/Convenzione%20europea%20del%20Paesaggio.pdf

David M. Mark, Andrew G. Turk, Niclas Burenhult, David Stea, Landscape in Language. John Benjamins Publishing Company, 2011. pp. 449.

Il paesaggio è considerato un bene da tutelare; la Costituzione lo dice esplicitamente all’articolo 9. Ma la Costituzione non è accompagnata da un glossario; si dà per scontato che si abbia tutti in mente la stessa cosa quando si parla di paesaggio, o che comunque non si abbiano idee troppo divergenti su che cosa si debba tutelare. Gli stereotipi non mancano – la costiera amalfitana, le colline del Chianti, i laghi prealpini, le Tre Cime di Lavaredo, e altre immagini di grande circolazione. Ma se si dovesse sondare più a fondo che cosa conti come un paesaggio, si incontrerebbero delle difficoltà. Il termine ‘paesaggio’ ha una storia, come l’hanno le sue approssimative e non sempre ben sintonizzate traduzioni. ‘Landscape’ pare derivare da un termine olandese usato dagli abitanti delle città per un certo tipo di quadro a soggetto campestre. L’impronta urbana della nozione tradisce l’ambigua considerazione dei cittadini per il mondo di fuori le mura. Gli americani propendono per una tripartizione: città/paesaggio/natura (wilderness), dove al paesaggio (landscape) è assegnato un ruolo intermedio, di transizione o di cuscinetto, sintesi e punte tra natura e cultura. Oggi non si fatica ad allargare il perimetro del concetto. I paesaggi urbani, industriali e postindustriali sono a pieno titolo paesaggi; così come lo sono i paesaggi sonori. La connotazione naturale, biologica diventa inessenziale, e viene riassorbita da nozioni più maneggevoli per le discipline pertinenti: nicchia, ecosistema, habitat (che pure, come mostra l’opera magistrale di Patrick Blandin, hanno avuto le loro vicissitudini concettuali e sono state soggette a complessi negoziati istituzionali).

La Convenzione Europea del Paesaggio (Firenze, 2010) definisce così quest’ultimo: “ ‘Paesaggio’ designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni”. La definizione sottolinea il tratto fortemente sociale e soggettivo della nozione, se non addirittura il carattere visivo, prospettico, ancorato a un punto di vista. Un paesaggio può essere del tutto privo di presenze umane; ma non si dà paesaggio se non si dà chi sia in grado di percepire, di investire con delle intenzioni un certo luogo. Il luogo magari esiste anche senza la considerazione sociale e soggettiva, ma in tal caso non esiste come paesaggio.

Il programma COST della Fondazione Europe per la Scienza, “Il paesaggio in un mondo che cambia”, decreta che “non viviamo soltanto in una realtà fisica, ma anche in un paesaggio… paesaggio e ambiente sono di pari importanza per il benessere”. La Fondazione ha organizzato dal 2 al 5 maggio 2012 un incontro esplorativo sulla “concettualizzazione dei paesaggi europei attraverso le lingue, le culture e le discipline”. Tra gli organizzatori, il geografo David Mark e il linguista Niclas Burenhult, che dirige un progetto ERC su “Linguaggio, cognizione e paesaggio”. L’idea di fondo è di approfondire il negoziato concettuale sulla nozione di paesaggio anche al di fuori delle diatribe ufficiali, per esempio discutendo del modo in cui le popolazioni rurali non europee descrivono i tratti salienti del loro paesaggio.

David Mark e Andrew Turk studiano le terminologie usate in diverse culture per descrivere il paesaggio. Le due immagini mostrano due luoghi desertici rispettivamente del nordest australiano vicino a Roebourne (la Yindjibarndi country) e nella riserva Navajo in Arizona, nell’area delle “Hopi Buttes”. A dispetto delle notevoli somiglianze del paesaggio, gli abitanti della regione australiana non si riconoscono nella morfologia usata dagli abitanti della regione americana. Se esistono delle profonde differenze di concettualizzazione (ma i dati empirici sono ancora tenui, osserva Burenhult) queste possono ripercuotersi sulle discussioni che oppongono chi in un paesaggio abita e dal quale trae risorse per la propria sopravvivenza e chi invece considera il paesaggio una entità essenzialmente da proteggere.

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