Shadowes

Ci sono economisti che pensano all’acqua come all’oro nero del ventunesimo secolo. Le sempre maggiori concentrazioni di servizi legati all’acqua - dalla produzione alla distribuzione - fanno pensare che i monopoli sono dietro l’angolo. Un indice di questa situazione è la grande variabilità dei costi dell’acqua. Vi propongo due rilevamenti effettuati nell’ultimo mese: al bar dell’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi e in un distributore automatico presente nella sede delle Terese dell’Università IUAV di Venezia. La stessa quantità d’acqua (50cl) può costare da 0.40 euro a 3.15 euro. Dando per scontato che sempre di acqua si tratta… l’acqua dell’aeroporto può costare fino a quasi OTTO volte di più.

Water prices in Paris, April 2008
Water prices in Venice, April 2008 (foto di Alessandra Landi)

Two examples indicating the huge variance in water pricing: data taken at CDG airport in Paris, terminal F, and at Venice IUAV University, in April-May 2008.
The same quantity of water (50cl) can cost anything between 0.40 Euros and 3.15 Euros. I assume that the quality of the water sold does not vary that much - water is water, after all; so water sold at the airport can cost almost eight times as much as water sold in a university. Distribution costs are somewhat balanced (it is complicated to deliver anything in Venice, possibly more difficult than to a major international airport).

April 11th, 2008

La luna è grigia – di un orrendo grigio scuro e sporco; il suo candore è un’illusione percettiva. Ma se la luna avesse un suo satellite dalla superficie bianca, vedremmo delle cose curiose. Quando entrambi fossero visibili dalla terra e intercettassero la luce solare la luna ci apparirebbe grigia; quando il satellite venisse eclissato alla nostra vista perché ruota dietro alla luna, questa tornerebbe ad apparirci bianca. A scala astronomica, questo riprodurrebbe un classico esperimento percettivo di laboratorio del 1929. Il sistema visivo, in assenza di informazioni ulteriori, decide che l’oggetto più chiaro in vista è bianco, e tutti gli altri sono grigi, a cascata, in base alla loro chiarezza relativa rispetto al primo. La luna è un oggetto strano perché non ha compagni paragonabili nel cielo. Ma anche sulla terra una nerissima cornacchia che intercetta i fari della vostra auto verrebbe presa per una colomba bianca se non vengono illuminati altri oggetti.
Paola Bressan (una specialista della percezione dei grigi, ma anche autrice di molti contributi sulla percezione, tra cui un articolo che mostra come le colline ‘antigravitazionali’ siano illusioni percettive) spiega il perché del colore apparente della luna, e con questo molte altre cose: perché i cani non riescono a vedere la televisione, perché gli uomini trovano più attraenti dei volti femminili con le pupille dilatate, con l’eccezione dei dongiovanni che preferiscono pupille piccole, perché i predatori hanno la visione binoculare e le prede quella laterale. È un testo informato e aggiornato, in cui la metà dei lavori citati ha meno di dieci anni. Le illustrazioni curatissime e le splendide didascalie che le accompagnano valgono da sole il prezzo del libro. Ma quello che più colpisce è che finalmente si ha un testo introduttivo alla percezione visiva in cui non ci si limita a fare una o più delle cose seguenti: a presentare illusioni e aneddoti di per sé interessanti ma senza filo conduttore; a selezionare un numero limitato di fenomeni percettivi senza tenere in alcuna considerazione la complessità della visione; a difendere una qualche forma di riduzionismo (come fanno la Gestalt, o le teorie ecologiche alla Gibson). Questo è possibile per via del fatto che le spiegazioni dei fenomeni percettivi sono inquadrate in una cornice evoluzionistica, che a sua volta si appoggia su spiegazioni funzionali (le stesse che sono indispensabili, anche se si tende a dimenticarlo, a far sì che le meravigliose neuroimmagini che popolano ormai le riviste non siano mere decorazioni). E quindi: i dongiovanni mostrano interesse per i volti femminili con pupille contratte perché le pupille dilatate segnalano interesse per il dongiovanni, il quale invece massimizza le sue possibilità riproduttive non facendosi impigliare in relazioni stabili che sono presumibilmente associate all’interesse manifestato nei loro confronti. Gli occhi ravvicinati dei cani, che sono degli ex-predatori, permettono loro di distinguere, grazie alla visione binoculare, delle prede immobili su uno sfondo che le mimetizza. E via dicendo.
Di fatto, il paradigma della psicologia evoluzionistica sta emergendo con forza, tanto maggiore in un settore come quello della psicologia della percezione visiva che cerca di spiegare un vasto corpus di fenomeni strani, se non stranissimi. A molti le spiegazioni evoluzionistiche in psicologia continuano a fare l’effetto delle storie del senno di poi, con riferimenti a un mitico ambiente adattativo cui nessuno può accedere. Ma il metodo della psicologia evoluzionistica è diverso: si fa un’ipotesi sufficientemente ragionevole sull’ambiente adattativo, e a partire da questa si fa un’ipotesi su una caratteristica cognitiva cui non si era pensato finora. È la conferma di questa caratteristica a costituire una convalida del processo. Il paradigma emerge perché ormai queste spiegazioni sono molte ed articolate, e perché si comincia a intravedere, a medio termine, una promettente unificazione di psicologia e biologia.

March 11th, 2008

Il dispiacere che provano i laici interessati alla pacifica e costruttiva convivenza con il mondo cattolico, senza radicalizzazioni ma senza rinunce alla specificità morale della posizione laica, di fronte ai recenti pronunciamenti delle gerarchie ecclesiastiche su temi attinenti alla famiglia e ai diritti dei conviventi, viene dal fatto che non sembra più possibile affrontare una discussione in cui si entri nel merito della questione. Questo è spiacevole non solo in quanto ritarda la soluzione dei problemi che una società complessa deve affrontare, una soluzione che tutti auspicano venga presa nel confronto rispettoso tra concezioni diverse del modo in cui condurre la vita, ma anche perché radicalizza automaticamente il dibattito, dato che impedisce di sondare le ragioni e di affrontarle.

Tuttavia è lecito sperare che una maggiore attenzione ai temi forti della convivenza – andando dritti al merito, quindi – possa rivelarne aspetti morali importanti che, penso, stiano a cuore anche al mondo cattolico; rivelando un terreno di intesa basato sul riconoscimento di un comun denominatore di convivenza e famiglia. Questi aspetti riguardano non tanto i “desideri” di cui spesso si dice che non devono automaticamente diventare “diritti”, quando le inerenti difficoltà e asperità della convivenza, che assieme ai desideri possono informare la concezione dei diritti ad essa associati, al di là di ogni automatismo. Convivere, vivere assieme, può essere considerato normale per gli umani (anche se certo nessuno può immaginare di considerare aberrante la scelta della solitudine). Ma questa normalità non si declina in modo deterministico, e men che meno come scoperta di un’armonia prestabilita, quasi che i conviventi siano tessere di un puzzle che combaciano perfettamente.

La convivenza è invece nella norma il risultato di un negoziato continuo e creativo, in cui giorno per giorno vengono prese decisioni su chi aiuta chi, sui tempi concessi a ciascuno di restare solo, in cui si cambia se stessi anche in funzione del fatto che si vive assieme e si decide di accettare di cambiare, in cui si affrontano crisi improvvise o latenti e si apprende a superarle, in cui si impara a presentarsi al resto della società non più come atomi, ma come parte di un’unità più grande – decidendo di esprimersi a titolo non personale; in cui nel costruire progetti che coinvolgono persone al di fuori della convivenza ci si assume responsabilità anche per il proprio convivente; in cui a volte si decide di assumersi la responsabilità per una vita nuova, sia generandola che accogliendola, e accettando i cambiamenti e le nuove geometrie che questo comporta – riguardo all’impiego del tempo, alle scelte professionali, a ulteriori difficili decisioni riguardo a chi e come si occupa dei figli, al superamento delle tensioni che questo può generare; riguardo infine a nuove e complesse assunzioni di responsabilità, che si estendono a coprire tutto l’arco della vita e del suo termine.

Questo percorso della convivenza, di cui solo alcuni aspetti sono stati qui evocati, è quanto fa della convivenza un’importantissimo fattore di costruzione sociale. Una convivenza che nasce, si crea ed evolve, è la costruzione di una molecola sociale; anche una convivenza che termina è stata un tale fattore e ha comunque offerto ai suoi membri un’esposizione alle complessità della vita sociale di cui sapranno far tesoro in futuro. Questo fattore educativo è naturalmente condiviso dalla famiglia nel senso tradizionale. Ora, il punto che mi sembra qualificante è che riconoscere dei diritti a chi si impegna in un percorso di convivenza significa null’altro che riconoscere la funzione sociale della convivenza, in particolare la funzione di educazione alla vita sociale. Soprattutto quando i diritti in questione sono un chiaro supporto alla funzione sociale della convivenza, in quanto permettono ai conviventi di espletare al meglio la funzione di cura che ciascuno spontaneamente riveste nei confronti dell’altro, e in quanto permettono di dare perennità agli effetti sociali della convivenza estendendone i benefici oltre il termine della vita di uno dei conviventi.

Negare questi diritti significa dare un segnale di sfiducia nella capacità delle persone a creare le molecole della società, a uscire dallo stato di atomi o monadi. Distribuirli in modo asimmetrico – richiedendo ai conviventi di soddisfare criteri come l’anzianità del loro rapporto, cosa che non viene richiesta a coppie sposate – è segnale altrettanto penalizzante. Negare il riconoscimento dei diritti a persone omosessuali che più di ogni altre rischiano di non poter esprimere tutte le potenzialità della partecipazione alla vita sociale impedisce di fatto di accoglierle nella società, e le consegna a un’aneddotica che giustifica puramente e semplicemente comportamenti di instabilità e di non impegno nella partecipazione alla costruzione sociale.

La convivenza e la famiglia non sono strutture deterministiche: il semplice metterle in cantiere non ne assicura la riuscita. Rafforzare l’una a scapito dell’altra non aiuta lo svilupparsi di una consapevolezza sociale, che è poi la consapevolezza di nozioni come quella di cura e di responsabilità, di perseveranza e di attenzione all’altro, di messa in sordina del proprio egoismo per imparare a parlare con una voce sola, quella del proprio nucleo, e presentarsi come tale di fronte al resto della società – nozioni che dovrebbe essere compito di ogni civiltà di rafforzare e incoraggiare.

March 11th, 2008

A metà dell’’Ottocento il dottor Semmelweis, macinando numeri, scoprì come la mortalità delle puerpere nell’ospedale di Vienna era collegata al fatto che gli studenti che le visitavano passavano dalla sala delle autopsie alla sala parto senza essersi lavati le mani. I colleghi rifiutarono questo tipo di prova puramente statistica, Semmelweis perse il posto, ebbe un esaurimento nervoso e morì giovane, ma la medicina basata sulle evidenze statistiche era nata. Se anche oggi stenta ad imporsi, ciò dipende da vari fattori. Semmelweis non sapeva quale fosse l’agente patogeno, e i suoi colleghi rifiutarono cartesianamente la validità di “fatti” che altro non sono che serie di numeri preferendo loro delle spiegazioni che presentano un meccanismo causale. C’è forse anche la difficoltà, per i medici, di delegare il proprio ruolo di esperto che sulla base dell’esperienza personale giunge alla diagnosi affidandosi all’intuizione.
Il tema del libro di Ayres non è nuovo. La novità, e qui Ayres vede nel giusto, risiede nella combinazione esplosiva di due fattori: l’esistenza di calcolatori veloci e la possibilità di accedere a corpus vastissimi di dati. Gli algoritmi di Google e Amazon leggono la vostra posta, i vostri acquisti, quelli di “persone come voi”, e vi “suggeriscono” link e letture sorprendentemente accurati. Ayres, economista e avvocato, presenta una impressionante sequenza di casi in cui l’analisi statistica fornisce soluzioni ampiamente superiori alle intuizioni degli esperti, dalla valutazione dei programmi educativi e di assistenza sociale al rilevamento di coincidenze sospette nelle vittorie sportive e nelle gare di appalto che fanno pensare ad “aggiustamenti” illegali. Se analizzando i risultati delle aste per gli appalti vedete che l’offerta dei vincitori si discosta sistematicamente di poco da quella di chi arriva secondo, è molto probabile che il giudice abbia rivelato al vincitore l’entità dell’offerta da battere.
“Super Crunchers”, titolo curiosamente lasciato in inglese che significa “super macinatori” (di numeri), è un libro ricco di storie interessanti e convincenti ma ha parecchi punti deboli. Vuole dimostrare che le analisi numeriche sono superiori all’intuizione degli esperti, ma gioca ambiguamente con le nozioni di “intuizione” e di “esperto”, per cui non si capisce mai bene se il tema sia numeri contro esperti, numeri contro intuizioni, o esperti (di statistica) contro esperti di altre discipline. Inoltre pecca ampiamente della “maledizione della conoscenza” tipica degli esperti: non spiega granché delle tecniche statistiche i cui risultati vanta (la regressione lineare, vedi l’esempio inutile di p. 31, il teorema di Bayes ecc.; andiamo un po’ meglio sui test con gruppi di controllo). L’equivoco della divulgazione scientifica che consisterebbe nel raccontare senza numeri e grafici naviga qui a gonfie vele, e tanto più fastidiosamente per un libro di cui numeri e grafici sono il soggetto.
Particolarmente superficiale – e questo è un punto più importante, la vera occasione persa del libro – è l’analisi delle implicazioni sociali e politiche della diffusione capillare dei macinatori di numeri. Invero Ayres nota dei fatti interessanti, ma non li lega in un’analisi di ampio respiro. Uno dei suoi esempi è Google news, che mentre vi crea un quotidiano online ad hoc basato sulle vostre preferenze di lettura, filtra implicitamente anche le informazioni che potenzialmente trovereste “scomode”. Non che Google voglia farvi del male, ma di fatto vi culla nell’illusione di un’informazione che altro non è che lo specchio dei vostri preconcetti. Altri esempi sono la ricerca su basi statistiche del “punto di sofferenza” fino al quale potete spingere un cliente, o la sperimentazione in vivo su vasta scala di “tecniche di vendita” al limite dell’eticamente accettabile.
Più in generale, alcuni punti meriterebbero una vasta discussione in sede istituzionale, che declino qui al caso italiano. (1) Non c’è politica senza statistica, e la statistica è oggi il sesto potere. Anni fa l’allora direttore dell’ISTAT aveva suggerito che la Costituzione dovrebbe prevedere una clausola sull’indipendenza dell’organismo che raccoglie i dati e li analizza. Non se ne è fatto nulla. (2) Le mille esperienze citate da Ayres insegnano ormai in modo incontrovertibile che prima di introdurre misure dal prevedibile vasto impatto si dovrebbe procedere a un test con gruppi di controllo randomizzati; e anche questo aspetto andrebbe normato dopo opportune riflessioni. (3) I consumatori sono carne da cannone per i macinanumeri; degli organismi indipendenti dovrebbero verificare (con dei test randomizzati, magari: una simpatica nemesi!) che le politiche dei prezzi praticate su internet e affidate ad algoritmi statistici non siano discriminatorie o non tendano a conferire un vantaggio troppo grande ai venditori, o che i venditori non stiano testando in vivo i loro clienti senza adeguate tutele. (4) Infine, si dovrebbe ripensare a fondo anche il percorso educativo. Concetti come quello di deviazione standard, di regressione lineare, di significatività di un test statistico dovrebbero far parte dell’alfabetizzazione numerica fin dalle scuole medie (e magari alle superiori prendere il posto che la trigonometria ha oggi nell’insegnamento della matematica: non siamo più un popolo di agrimensori, ma di sondaggisti e di sondati).
Ci sono poche probabilità che una discussione su questi punti abbia luogo. I macinanumeri intendono vendere delle tecniche la cui efficacia è l’unico aspetto importante, al di là di noiose sfumature etiche. Gli intellettuali vivono in un’illusione umanistica di un mondo senza numeri, e in questo modo da un lato si privano degli strumenti di base per comprendere la società in cui vivono, e dall’altro abbandonano il gioco alle forze del mercato che tanto criticano.

February 12th, 2008

Un approccio pragmatico suggerisce di combattere battaglie che si ha ragione di pensare potrebbero venir vinte; senza per questo tirarsi indietro quando la mischia si fa dura e il risultato è incerto. Invitare i lettori a non leggere gli articoli di wikipedia e a preferire loro la Britannica o un’altra enciclopedia cartacea o online ma comunque provvista di un comitato editoriale è una cosa; convincerli davvero a farlo è un’altra, in particolare se ci si basa sui risultati di uno spoglio (che meriterebbe un approfondimento statistico, altrimenti si rischia di restare ancorati all’aneddoto) o su considerazioni generali sull’autorevolezza dei redattori. Di fatto, il problema dell’autorevolezza si pone a chiunque cerchi un’informazione. E dato che chiunque cerchi un’informazione ha molte probabilità di farlo usando Google, se un articolo di wikipedia si trova in cima alla pagina di risposta di Google, come spesso capita, allora è razionale andare a guardarsi l’articolo di wikipedia. La battaglia da combattere quindi non è invitare a non consultare wikipedia o cercare di convincere che sarebbe meglio non guardare wikipedia, quanto cercare di migliorare la qualità di quello che vi si trova, dato che è lì e non altrove che è probabile che i vostri amici, figli colleghi e studenti finiranno per guardare. Battaglie del genere vengono combattute: ci sono per esempio nonprofit che lavorano ad aumentare la visibilità e l’autorevolezza di certe voci di wikipedia riguardo all’Africa, in un movimento di colonizzazione culturale alla rovescia.

Invitare ad intervenire su wikipedia non è certo esente da rischi; innumerevoli possibilità di inquinamento si profilano all’orizzonte: persone che scrivono elogi ai propri beniamini (inclusi se stessi) e filippiche contro i propri nemici, interventi pubblicitari, vandalismo tribale o religioso, incapacità di mettere due parole in croce, impertinenza, dilettantismo e via dicendo. Ma non c’è nulla di nuovo sotto il sole. L’aneddotica invita a una certa cautela anche nel caso di enciclopedie cartacee di vecchio pelo; l’impareggiabile Edwards, luminosa enciclopedia di filosofia degli anni ’60, avendo subappaltato le voci sulla filosofia italiana regala al lettore un impareggiato ‘Gallarate movement’ che tradisce il subappaltatore e le sue amicizie. Il Lexicon der Renaissance della ex-DDR può servire per un corso sulla cultura della ex-DDR e molto meno per ottenere informazioni sul Rinascimento. Più banalmente le enciclopedie, capitolazioni al tentativo di mettere ordine nel sapere imponendo l’unico registro classificatorio su cui nessuno ha obiezioni, ovvero l’ordine alfabetico, sono specchi del loro tempo; non esistono enciclopedie perfette né metodi consensuali per generarle; non esiste un loro lettore da cima a fondo – e quando esiste, è un po’ eccentrico; sono collezioni di frammenti, legati a logiche decisionali che muovono da piani grandiosi e giungono a compilazioni di liste della spesa. E se servono, come servono, più a chi le scrive che a chi le legge, in quanto aiutano a mettere in forma semplice e concisa un sapere, o in quanto creano o cristallizzano identità culturali; allora la funzione addizionale dell’enciclopedia libera è che aiuta molti a chiarirsi le idee; non leggendo, ma scrivendo.

January 11th, 2008

Thomas Kuhn distingueva tra fasi di “scienza normale” e fasi di transizione, o di rivoluzione scientifica. Nelle prime viene consolidato un paradigma, viene canonizzato un metodo, si diffondono riviste specializzate, si mettono alla prova le predizioni su dettagli sempre più minuti. Nelle fasi rivoluzionarie i fondamenti del metodo vengono scardinati, gli assunti metodologici rimessi in questione, nuove ipotesi cercano di ricomprendere le antiche come casi particolari. Le fasi rivoluzionarie sono estremamente eccitanti e si prestano a descrizioni romanzate, ma a volte è anche necessario mettere a fuoco la scienza normale, dare una descrizione la più completa possibile del paradigma dominante, non foss’altro per acquisire un minimo di consapevolezza su quello che si sta facendo quando si opera in tale paradigma.
Poche persone possono vantare una conoscenza altrettanto approfondita, dall’interno, della storia delle scienze cognitive, di quella che ha Massimo Piattelli Palmarini, oggi docente all’Università dell’Arizona, che l’ha vissuta in prima persona ed vi ha contribuito a fianco dei giganti del settore. È quindi benvenuto un suo contributo che riflette, mi pare, un progetto di lungo corso, manifestatosi negli anni con la capacità di far incontrare e dialogare personalità scientifiche a volte tra loro distanti. Anche se poi la sistematicità non è completa né sarebbe possibile, e di questo Piattelli Palmarini è cosciente, rivendicando anzi la mancanza di un piano preordinato come un punto di forza delle scienze cognitive, la cui ambizione di render conto della complessità della mente può venir soddisfatta solo allorquando si presentano delle “finestre di opportunità”, piccole scoperte o intuizioni fondamentali a partire dalle quali l’indagine ha mosso i suoi passi e ha consolidato le teorie che oggi sono sul tappeto. Il libro in effetti documenta alcune di queste “finestre” (tra le altre: il dibattito tra Chomsky e Skinner, le ipotesi sulla modularità, il ruolo delle emozioni nelle decisioni, il sistema visivo della rana) scegliendo quindi di presentare le scienze cognitive in vivo, e senza timore di difendere la validità degli assunti di fondo il cui filo permette di annodare le scoperte, per quanto rapsodiche: la ricerca non riguarda solo il comportamento manifesto ma la natura profonda, nascosta della mente stessa vista come una “macchina fatta di macchine”, ciascuna delle quali ha una funzione precisa che svolge sottoponendo l’informazione in ingresso a un trattamento computazionale il cui carburante sono le rappresentazioni mentali. Le prestazioni dei sistemi cognitivi sono spiegate dalle particolari architetture che legano tra loro queste macchine e permettono il controllo del comportamento a partire dalla raccolta di dati sull’ambiente. I nuovi metodi di indagine per neuroimmagine non possono spiegare più di quanto una caratterizzazione funzionale e architettonica non possa richiedere che venga spiegato. Concetti, questi, che sono anatema per i giovani (in realtà, nemmen tanto più giovani) lupi delle teorie anti-establishment, che per il momento non sembrano però aver prodotto che gli annunci di una rivoluzione a venire.
Il libro di Piattelli Palmarini è un contributo utile e tempestivo. Sul versante della difesa delle scienze cognitive il libro pecca forse un po’ troppo di passione; la polemica contro i detrattori dell’establishment non pare sempre sufficientemente articolata e a volte si ha l’impressione di esser di fronte a veri e propri argomenti d’autorità, ed è un peccato, proprio per un libro che dovrebbe aiutare a comprendere la buona fondatezza degli argomenti del paradigma dominante; come è un peccato un certo andirivieni espositivo – che si manifesta ad esempio nel passaggio spesso troppo repentino da un registro divulgativo a uno per esperti – cui avrebbe potuto ovviare una rilettura un poco più severa.

December 12th, 2007

Linda ha avuto un passato turbolento di attivista politica, ma ha messo la testa a posto. È più probabile che oggi sia una cassiera in un supermercato, o che oltre ad essere cassiera faccia anche un’attività sociale la sera? Se pensate che la seconda situazione sia più probabile, siete come la maggioranza delle persone. Un tipico errore umano è il considerare una congiunzione di eventi indipendenti più probabile di ciascuno degli eventi preso singolarmente. Gli umani sono ragionatori abbastanza incerti quando si tratta di valutare intuitivamente le probabilità, e il calcolo delle probabilità è un’acquisizione storicamente recente. Perché?
Una spiegazione è stata proposta dagli psicologi evoluzionisti. Si può osservare un evento singolo, come il lancio di un dado, ma non se ne può osservare la probabilità: non si “vede” che il due ha 1/6 di probabilità di uscire se non si osserva una serie di lanci abbastanza lunga. Se si accetta un principio di base della psicologia evoluzionista, stando al quale non si possono evolvere dei meccanismi cognitivi che ragionino su delle informazioni che non si possono osservare (così come l’evoluzione non può produrre un sistema visivo in un ambiente privo di luce), si dovrebbe concludere (come hanno fatto Steven Pinker e gli psicologi Tooby e Cosmides) che la mente umana sia completamente cieca alle probabilità.
Il lavoro recente di Ernö Téglas con Luca Bonatti, Vittorio Girotto e Michel Gonzalez, pubblicato su PNAS) mette in crisi questo argomento. I bambini di 12 mesi sono in grado di predire accuratamente il risultato probabile di un’estrazione del lotto semplificata, senza dover osservare una serie di estrazioni. Posti davanti a un’urna trasparente in cui si vedono tre oggetti gialli e uno blu, sono sorpresi se ne viene estratto l’oggetto blu e non lo sono se ne viene estratto uno giallo. In un altro esperimento i bambini sono sorpresi se una pallina, dopo aver girovagato in una stanza che ha tre porte su un lato e una sola sull’altro, esce dal lato con la porta singola. In entrambi i casi i bambini vedono la situazione in questione per la prima volta, e sono quindi di fronte all’evento singolo la cui probabilità sembra non esser, per principio, osservabile. Dato che non hanno avuto modo di raccogliere e analizzare statistiche su questo tipo di eventi (non giocano ancora al lotto, e non hanno seguito corsi di calcolo delle probabilità e di statistica), devono avere un qualche tipo di intuizione innata sulle probabilità degli eventi singoli. Si noti che queste intuizioni riguardano situazioni in cui ci sono pochi oggetti (quattro palline, o quattro buchi), il che ben si accorda con il fatto documentato da tempo che i piccini sono in grado di paragonare tra loro delle piccole quantità, e vedere per esempio che tre è più grande di uno.
Non è questo esperimento a rendere obsoleto tutto il programma della psicologia evoluzionistica: il programma stesso è ampio e articolato, e fa molte predizioni interessanti al di là della questione delle intuizioni probabilità. È piuttosto un certo approccio alle intuizioni di probabilità che dev’essere riconsiderato. La semplice esposizione alle frequenze degli eventi non fa di noi migliori ragionatori, e non è cercando di giustificare la teoria delle intuizioni frequentiste con il ricorso a una spiegazione evoluzionistica che la si rende più solida.

http://www.pnas.org/cgi/content/abstract/104/48/19156

December 11th, 2007

Ne Il Cielo Sopra Berlino di Wim Wenders il cittadino Homer lamenta l’assenza di un’epica di pace. Ma non è forse tautologico che la pace non conosca epos? Rassegnamoci: Homer rischia di restare per sempre deluso, perennemente in attesa del canto che commuova gli uomini senza evocare gesta come quelle di Patroclo o di Orlando.
Nel frattempo ho scoperto di essere burocraticamente ottimista. Questo non sembra aver molta attinenza con il tema dell’epos. Tuttavia, se fossi un cantore di pace, vorrei saper tessere le lodi della burocrazia. È noto: la burocrazia non solo invita narrazioni gogoliane di anti-eroi, ma è anche il fin troppo facile bersaglio della critica sociale ed economica; rallenterebbe la competitività, bloccherebbe l’innovazione, prosciugherebbe le risorse dello stato, obbligherebbe i cittadini e le imprese a conformarsi a regole barocche. È possibile. Il mio ottimismo nasce dalla constatazione che si incontrano sempre più funzionari(e), insegnanti, impiegati(e) statali o delle pubbliche amministrazioni nazionali ed europee con le seguenti caratteristiche: straboccano di motivazione, sono giovani, e hanno interessanti idee di management creativo. E questo si manifesta in progressi a vari livelli, dall’amministrazione della ricerca pubblica alla gestione di un problema di pensioni, dalla creazione e messa in opera di molte carte dei diritti del cittadino (del malato, del viaggiatore, dello studente) alle decisioni che riguardano l’educazione delle ultime generazioni.
Faccio un esempio proprio legato all’educazione. Dalla scuola materna di mia figlia ogni venerdì riceviamo un resoconto, incollato nel ‘quaderno di vita’ e firmato dalla maestra, che descrive in un paio di pagine assai fitte tutto quello che la classe ha fatto durante la settimana e accenna i progetti per la settimana a venire. Certo, un resoconto settimanale può anche fare l’effetto di una carta da passare in più, un’inutile balzello burocratico imposto all’insegnante, che deve scriverlo, e ai genitori, che devono leggerselo nel weekend. Ma i suoi benefici, a pensarci bene, sono ampiamente superiori a questi costi, tutti sommato modesti. Oltre al piacere di sapere che cosa succede in classe c’è la sensazione che il percorso formativo sia il risultato di una riflessione a lungo termine, sia tenuto sotto controllo, sia verificato, e sia elastico quel che basta per adattarsi alle differenze tra i bambini e da una classe all’altra. Inoltre c’è per i genitori la sensazione di partecipare. E c’è la costituzione, passo dopo passo, di un piccolo archivio cui fare riferimento quando si cerca di mettere a fuoco l’identità di un bambino, il suo percorso nel diventare grande. È uno dei grandi effetti della documentalità – ben descritta su queste colonne da Maurizio Ferraris: mettere per iscritto le cose ti obbliga a rifletterci, e forse non sai nemmeno bene che cosa stai facendo finché non lo scrivi.
Quello che voglio dire è che una burocrazia trasparente è possibile, certo; ma voglio anche dire che un modo trasparente di funzionare della società è possibile solo perché esiste una burocrazia, ovvero un grande sistema di trascrizione dei processi, dei dati, dei negoziati. In questo senso la burocrazia tiene insieme il tessuto di una società complessa, non soltanto di quella italiana, ma anche di una società inedita, multinazionale, multiculturale come quella europea. Lungi dall’essere una decorazione inutile o un pesante seppur indispensabile fardello, è da considerarsi come motore di progresso. Forse si può far finta di ignorare che viviamo in un’Europa che travalica ampiamente il sistema dei governi nazionali, ed è anche vero che di finzioni è intessuta la vita quotidiana. Tuttavia il sistema di governo europeo, una formazione sopranazionale di cui non esistono precedenti nella storia, demandato a una nutrita schiera di professionisti della burocrazia, ha permesso a un numero impressionante di persone e lingue di convivere in uno spazio esiguo che non sembrava possibile sottrarre a un destino plurisecolare di guerre e distruzioni. (Per persone della mia generazione, e ancor più per generazioni più giovani, è abbastanza strano cercare di immaginare che cosa potrebbe comportare effettivamente una guerra tra, diciamo, Italia e Austria, o tra Francia e Germania.) Se una visione politica ha aperto la strada a un’Europa pacificata, non va dimenticato che all’atto pratico sono i trattati e le direttive a permettere alla macchina di funzionare.
Per tornare all’ottimismo e all’epos. Il primo presidente della Cecoslovacchia dopo la Grande Guerra, Tomáš Masarik (1850-1937), difendeva la nobiltà di una visione antieroica dell’attività politica e amministrativa: il lavoro in piccolo, sui dettagli, che è la vera missione di chi vuole realizzare grandi opere. L’epos e l’eroismo, scriveva, nutrono l’immaginazione ma ne vengono anche ingranditi generando illusioni. Masaryk fu uno degli allievi del filosofo Franz Brentano; come pure allievo di Brentano era Husserl, che alla fine della sua vita, nel testo sulla Crisi delle Scienze Europee, cercando un’immagine per descrivere la missione del filosofo, lo presentava, con l’idea di nobilitarne l’immagine, come funzionario dell’umanità.

November 11th, 2007

Stanislas Dehaene ha realizzato un poderoso tour de force che copre praticamente tutti gli aspetti noti della lettura, inquadrandoli in una teoria dello sviluppo cerebrale. La lettura è un fenomeno paradossale. Da un lato, è acquisito che vi siano aree cerebrali specializzate per la lettura, sulla base di patologie (come traumi cerebrali) che annientano la capacità di leggere, e più di recente sulla base di analisi di neuroimmagine che rivelano come le stesse aree siano attivate selettivamente durante la lettura. D’altro lato, la scrittura esiste da meno di seimila anni, un nulla sulla scala dell’evoluzione. Perché dunque una certa regione occipito temporale nell’emisfero sinistro del cervello, situata tra le aree che riconoscono i volti e quelle che riconoscono gli oggetti, si trova a svolgere compiti che l’evoluzione non può averle assegnato? L’apprendimento è certamente un fattore chiave: mentre per permettere a un bambino di imparare a parlare è sufficiente esporlo a degli stimoli linguistici nel suo ambiente (non gli si impartiscono lezioni di grammatica), insegnargli a leggere comporta un iter lungo e complesso – e di fatto, se praticamente tutte le persone del pianeta imparano a parlare, molte sono quelle che non sanno leggere. Tuttavia parlare di apprendimento in genere non è sufficiente; bisogna ancora entrare nei dettagli nel meccanismo che spiega come mai sia questa regione e non un’altra a venir utilizzata.
L’idea di fondo di Dehaene è che quest’area, di suo, farebbe tutt’altro: classifica alcuni tipi di intersezioni tra i bordi della scena visiva. Le intersezioni in questione sono quelle che il sistema visivo ha ragione di trovare non casuali, e reputa quindi estremamente informative. Se nella scena visiva reperite una intersezione a T, o a Y , è molto improbabile che essa sia il risultato di una congiunzione causale di linee: si tratta quasi sicuramente di un piano che nasconde uno spigolo nel primo caso, o di un tre piani che si intersecano ad angolo nel secondo. Come si vede, alcune di queste intersezioni corrispondono a delle vere e proprie “protolettere”. In effetti, delle analisi di Marc Changizi mostrano che queste protolettere sono gli elementi più frequenti di tutte le scritture del mondo, le quali peraltro sono basate su un numero assai limitato di elementi di base, pur nella loro straordinaria diversità. Dehaene pensa dunque che con la scrittura l’umanità sia riuscita a produrre una forma di “riciclaggio neuronale”: non è il cervello ad adattarsi alla scrittura, ma la scrittura ad adattarsi ad un cervello che sa già fare certe cose. L’area per la classificazione delle intersezioni viene manipolata nell’apprendimento fino a farne un’area per il riconoscimento delle lettere.
Ma questa non è che una delle componenti della lettura, che riconosce le parole a partire dal riconoscimento delle lettere, e in seguito delle sillabe corrispondenti ai fonemi, delle sequenze che corrispondono alle radici delle parole, e dei loro suffissi e prefissi. Da questa architettura discende che i metodi cosiddetti “globali” di lettura, in cui si pretende di insegnare a leggere senza sillabare, cercando di far riconoscere parole se non frasi intere, sono destinati all’insuccesso (e difatti sono stati giustamente aboliti da molti programmi scolastici che li avevano adottati).
Una volta identificata una parola, vengono attivate delle regioni che decidono cosa significa e altre che la “pronunciano” mentalmente. Il circuito della lettura segue a questo punto attivazioni un po’ differenti a seconda del tipo di scrittura: l’italiano ha una grafia foneticamente trasparente, a differenza del francese (‘son’, ‘sens’, ‘sans’, tutte pronunciate allo stesso modo: i giochi di parole francesi sono letteralmente intraducibili!) o dell’inglese (‘tough’, pronunciato ‘taf’, che potrebbe far pensare che ‘bough’, si pronunci ‘baf’); per non parlare naturalmente del cinese. Dato che da un esame visivo di ‘bough’ non si può automaticamente dedurre la pronuncia, il cervello anglofono deve fare una deviazione per il circuito semantico, che ‘ridiscende’ in seguito ad attivare l’area fonetica (e far dire qualcosa tra ‘bou’ e ‘bau’). Imparare al leggere in italiano è dunque molto più facile che in inglese o in francese. Che cosa fa sì, allora, che ci sia all’incirca la stessa percentuale di persone con difficoltà di lettura in Italia e Oltralpe (come mostrano gli studi di Eraldo Paulesu)?
Un altro paradosso della lettura viene qui dissolto. Non è paradossale che la dislessia abbia componenti genetiche, anche se la lettura esiste da così poco tempo sulla scala dell’evoluzione. (La grafia trasparente dell’italiano si rivela qui un’arma a doppio taglio; se da un lato facilita il compito di lettura anche ai dislessici, d’altro lato ritarda la diagnosi della dislessia che usa come criterio la facilità di lettura.) Alcuni disordini genetici perturbano, in fase di sviluppo, la migrazione dei neuroni verso le aree pertinenti; in particolare vengono indebolite, nella maggioranza dei casi, le capacità di rappresentazione fonologica, come la possibilità di distinguere dei fonemi tra loro prossimi. Questo permette di immaginare una diagnosi relativamente precoce della dislessia, assai prima di iniziare a insegnare a leggere – i bambini piccoli che hanno difficoltà a distinguere ‘ba’ da ‘pa’ sono potenzialmente da tenere sotto controllo; di converso, una rieducazione fonetica sembra dare i suoi frutti.
Il libro di Dehaene – scritto per il grande pubblico – mostra la ricchezza di un approccio interdisciplinare a un tema ricco di implicazioni sociali. I dati neurofisiologici non sono che la punta dell’iceberg di un vasto programma di ricerca che comincia a dare frutti innovativi e di grande portata.

October 10th, 2007

Alvin I. Goldman, The social epistemology of blogging. In J. van den Hoven e J. Weckert, eds. Information Technology and Moral Philosophy. Cambridge Studies in Philosophy and Public Policy. Testo disponibile all’indirizzo:
http://fas-philosophy.rutgers.edu/goldman/Social%20Epistemology%20of%20Blogging.pdf

In un articolo di prossima pubblicazione in una raccolta di testi sui rapporti tra filosofia morale e tecnologie dell’informazione, Alvin Goldman, filosofo da tempo impegnato sul fronte dell’epistemologia sociale (lo studio delle pratiche che fanno emergere conoscenza dall’interazione tra più agenti, come tale contrapposta all’epistemolgia individuale), si pone il problema del confronto tra la blogosfera e i media tradizionali quanto alla possibilità di essere un sistema accurato (o “veritativo”) di informazione. Un requisito di una democrazia è l’accesso a informazioni corrette, se si pensa che da esse possa dipendere l’appropriatezza delle decisioni prese dai cittadini, in particolare nel contesto di un’elezione. Un cittadino mal informato è un votante scadente. Ora, non è raro veder rivolte ai media tradizionali (spesso fondate) accuse di partigianeria se non di collusione con vari gruppi di potere. I blog informano meglio? O non sono che una miriade di espressioni soggettive volte soprattutto a dar voce alle idee personali (anche le più estreme), più che a contribuire a mettere in luce dei fatti? Per quel che riguarda sia i media che i blog ci sono naturalmente forti variazioni da un Paese all’altro; Goldman basa la sua riflessione, pur generale, sul caso statunitense. In mancanza di dati quantitativi precisi, la riflessione di Goldman fa leva su alcuni elementi, in parte a priori ed in parte empirici, di un’analisi funzionale delle strutture informative.
I media tradizionali agiscono fome filtri sull’informazione; è qui che si può supporre si annidi la fonte di un’eventuale tendenzionsità dell’informazione? Filtrare un’informazione non è una forma di censura o di violazione della libertà di espressione? Secondo Goldman il problema non risiede di per sé nel filtraggio dell’informazione: svariati tipi di filtri sono perfettamente accettati e di certo non considerati come censori o limitativi della libertà di espressione. La selezione degli articoli da pubblicare sulle riviste scientifiche, o la selezione del tipo di prove accettabili in un dibattimento processuale, sono filtri che vengono di solito considerati promuovere la conoscenza e non limitarla. Nei media tradizionali (si parla qui in particolare dei grandi quotidiani d’oltreoceano) la figura del “fact checker” interviene proprio a garanzia della qualità dell’informazione, in base a criteri del tutto generali – per esempio limitando la possibilità di usare fonti anonime, o richiedendo che si citi più di una fonte.
Ma oltre ai filtri sul versante del reportage, ve ne sono altri di natura soggettiva, manipolati direttamente dai riceventi, che possono per esempio decidere di non ascoltare certi canali radio o non leggere certi giornali; e che una volta che leggono certi giornali o si sintonizzano su certi canali possono decidere di credere o di non credere a quel che leggono o ascoltano. Goldman parla qui di filtri a livello di ricezione e di filtri a livello di accettazione. Se uno legge giornali di parte lo fa probabilmente non per essere informato ma per trovare una riconferma delle proprie idee, eventualmente sotto forma di un supporto articolato intellettualmente che permetta di rendere più chiare a se stesso le proprie convinzioni.
Sullo sfondo di questi parametri, non è determinabile in modo automatico se la blogosfera sia più veritativa dei media tradizionali. Dipende dall’interazione sottile tra i contenuti e le motivazioni di chi li trasmette. Per esempio, i blogger possono essere certo molto di parte, ma a volte la partigianeria è una forte motivazione a scoprire delle verità; anche se si tatterà certo di fatti che possono soprattutto mettere in imbarazzo la parte avversa, di fatti pur sempre si tratta; e quindi questa attività contribuisce alla veritatività dei blog. Viceversa in alcuni casi è possibile considerare i media tradizionali come più veritativi sulla base di considerazioni legate alle motivazioni dei professionisti del settore – quali per esempio la carriera o la costruzione di una reputazione come giornalista (di un certo tipo). La conclusione prudente è che un paragone tra l’informatività dei blog e quella dei media tradizionali è ancora prematuro.

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